Lo scacco che l’ateismo dà a se stesso

interrogativodi RÉMI BRAGUE

Nonostante i successi, l’ateismo, persino nelle sue forme più attenuate, comporta un grande inconveniente, che fa di esso una “malattia mortale”. Si tratta in effetti di un problema fondamentale sul quale non ha nulla da dire; addirittura si fonda sulla decisione di rinunciare a ogni risposta possibile da dare a una domanda di questo tipo.
Non resta che enunciarla: supponendo che esista sulla terra un essere, conosciuto con il nome di homo sapiens, che sarebbe capace, da una parte di rendere ragione dell’Universo che lo circonda, e dall’altra di darsi da fare per formare con i suoi simili una comunità armoniosa, sarebbe un “bene” che esistesse un essere di questo tipo?
Detto in altre parole: noi possiamo tentare di dare del mondo fisico una descrizione puramente immanente, che permetta all’uomo di dominarlo e di sfruttarlo a proprio beneficio, e quindi non abbiamo affatto bisogno di scoprire riguardo a esso una qualsivoglia verità ultima. Possiamo tra l’altro stabilire in modo puramente immanente le regole del gioco che permettono la coesistenza degli uomini. A tal fine basta ideare un contratto mediante il quale gli uomini si obbligheranno reciprocamente a risparmiarsi gli uni gli altri, per il semplice motivo che in ciò si trova il loro interesse. Pertanto l’obiettivo finale è che l’umanità continui a esistere ed eventualmente progredisca. Resta comunque aperta la questione di sapere in quale misura questa esistenza e questo progresso sono in generale auspicabili. A tale interrogativo l’ateismo non dà alcuna risposta, non può addirittura dare alcuna risposta. Per dimostrarlo, devo dire qui alcune parole sul modo in cui l’ateismo si distrugge da solo. Il fallimento dell’ateismo è una conseguenza diretta del suo successo. Si potrebbe così parlare di una dialettica, analoga alla “dialettica dell’Illuminismo”, espressione che Adorno e Horkheimer usarono come titolo del loro libro più famoso. Salvo che qui ci troviamo di fronte a una dialettica che assumerebbe dei tratti realmente concreti. Il progetto dell’ateismo moderno consiste nel realizzare l’emancipazione dell’uomo. L’uomo dovrebbe prendere in mano il proprio destino, darsi delle leggi da solo (autonomia). Ciò non è stato possibile nel passato, o comunque secondo il modo in cui il progetto moderno racconta la pro-pria storia. Un tempo l’uomo si re-golava in base a principi che si trova-vano al di fuori di lui. Il ruolo deci-sivo era svolto sia dal bell’ordine del cosmo (espressione di natura tautolo-gica) che bisognava imitare, sia da una legge divina alla quale bisognava obbedire. I due punti di riferimento erano d’altra parte legati: il Dio, che detta i comandamenti, è anche quello che ha creato il mondo, il Legislatore è anche il Creatore. I tempi moderni si sono sempre più rifiutati di guardare in queste due direzioni. Il loro ideale sarebbe di fondare l’uomo sull’uomo e su nient’altro, di modo che ogni rappor-to con qualsiasi elemento esteriore, distinto, superiore, sarebbe escluso, anzi diventerebbe un’assurdità inuti-le. Per dirla come il giovane Marx «la radice per l’uomo è l’uomo stes-so». Per esprimere questo ideale, il XIX secolo ha forgiato una parola, che si trova tra l’altro anche nel gio-vane Marx: “umanesimo”. Il termine ha due accezioni. Abbiamo appena ricordato la prima. Per la storiografia designa il movimento di riscoperta e di riappropriazione dell’eredità lette-raria antica iniziato nell’Italia del XIV secolo. Gli artefici di questo rinnova-mento per altro non erano affatto avversari della religione, ma, a co-minciare da Petrarca, persone vera-mente pie. È tuttavia interessante os-servare che la formazione del termine come categoria storiografica è avve-nuta simultaneamente al suo uso per esprimere le dichiarazioni d’indip en-denza dell’uomo rispetto a Dio, ossia proprio all’inizio degli anni Quaran-ta del XIX secolo. L’“Umanesimo” come epoca della ripresa degli studi classici è stato senza dubbio propo-sto dallo storico Carl Heinrich Wi-lhelm Hagen. E “umanesimo” come intenzione di preoccuparsi solo dell’uomo si trova per la prima volta negli scritti di Arnold Ruge, e poi di Feuerbach, Proudhon e altri ancora. Ebbene, questo umanesimo, pro-prio perché non riconosce nessuna istanza superiore all’uomo, si rende incapace di pronunciare un qualsivo-glia giudizio sul valore o sull’assenza di valore dell’uomo. L’uomo non si può pronunciare a favore o a sfavore di se stesso; è chiaro che accetterebbe in blocco la propria esistenza e que-sta assoluzione sarebbe priva di qual-siasi peso. In una conferenza pronunciata nell’immediato dopoguerra, Jean-Paul Sartre ha ben individuato il problema, prendendosi gioco di una frase di Jean Cocteau: «l’uomo è straordinario!». Forse, fa notare Sar-tre. Ma chi parla qui? Certamente non un cavallo o un cane, un qual-che giudice imparziale, ma un uomo; è evidente che nessuno può emettere un giudizio obiettivo su se stesso. Ben inteso, potremmo accontentarci d’immaginare che l’istinto di conser-vazione assicurerà la sopravvivenza della specie umana. A quanto sem-bra, così è stato per secoli. È di fatto possibile che l’uomo in quanto spe-cie continuerà a esistere perché si ri-produrrà. Ma Schopenhauer ha cer-cato di mostrare che l’istinto sessuale non è altro che una trappola attra-verso la quale si fa beffa di noi un’onnipotente Volontà di vivere, al-la quale non importa un fico secco degli individui. Abbiamo una rispo-sta da dargli? Certo, si può invocare l’istinto e affidarsi a esso. Molti di noi hanno avuto i propri figli senza volerli troppo. Perché le generazioni future non dovrebbero anch’esse con-fidare nella natura? Forse. Ma ciò corrisponderebbe a condannare in blocco il progetto dell’Illuminismo. Con esso non intendo solo il movi-mento divenuto consapevole di sé che si è dato questo nome nel XVIII secolo europeo, ma anche il progetto della filosofia in tutta la vastità delle sue realizzazioni. Questo progetto è tanto antico quanto Socrate con la sua impresa che consisteva nell’interrogare ogni uomo con un mestiere preciso e nel chiedergli di dimostrare la propria competenza. Per farlo, il professioni-sta doveva spiegare perché faceva esattamente quel che faceva, dunque doveva “rendere conto” (lògon didò-nai) delle proprie azioni. Da qui, sot-to una forma più ampia, il program-ma che consiste nel ricercare, per ogni fenomeno, la ragione. In meta-fisica è stato Leibniz a porlo sul tro-no, formulando il principio di ragion sufficiente. Storicamente parlando questa esigenza ha riguardato soprat-tutto le istituzioni: ogni norma giuri-dica, ogni organizzazione sociale do-vrebbe giustificarsi davanti al tribu-nale della ragione, per sapere se è ca-pace di “resistere al suo esame libero e pubblico”. In generale, ogni azio-ne, senza alcuna eccezione, deve po-ter essere fondata sulla ragione. Ab-biamo il diritto di rinunciare a cerca-reeafornire una ragione nel caso dell’esistenza dell’umanità? Se agia-mo così, l’esistenza del solo essere che può essere depositario della ra-gione si ritrova affidata all’insensatezza.

© Osservatore Romano - 20 ottobre 2012