Speculazioni, soprusi, malversazioni, violenze di quanti
cercano di sottrarre terre, risorse e vita agli indios a scopo di lucro. Sono le
sfide alle quali si trova di fronte la Chiesa nella parte settentrionale del
Brasile, in una delle zone dove è più forte il contrasto tra una bassissima
percentuale di gente ricchissima e un'altissima maggioranza di gente che non ha
di che vivere. Un contrasto reso ancor più evidente dallo sfavillio delle poche
ma apprezzate strutture
turistiche, sfruttate più che altro da multinazionali, e l'estrema povertà delle
case tirate su alla meno peggio nelle poche città degne di questo nome che
punteggiano la regione. E in questo contesto si alimenta quella vena di violenza
che preoccupa particolarmente i pastori di
questa terra. Occorre dunque uno sforzo deciso e un impegno concreto non solo
per sostenere poveri e deboli, ma soprattutto per cercare di arginare il
continuo degrado della popolazione. Come fare? "Quanto più la Chiesa sarà
evangelicamente fedele, tanto più sarà credibile ed efficace nel contrastare i
potenti e annunciare Cristo". Lo dice in questa intervista al nostro giornale il
vescovo emerito di Viana Xavier Gilles de Maupeou d'Ableiges, che il 25 ottobre
ha concluso il suo mandato di presidente della Conferenza Episcopale regionale
Nordeste5 del Brasile, in questi giorni in visita ad limina
Apostolorum.
La violenza sembra purtroppo caratterizzare certe aree della regione. Come si
può arginare il fenomeno?
La realtà è molto difficile. È la
conseguenza di un sistema sociale che spinge certe fasce della popolazione ai
limiti della legalità. La comunità ecclesiale cerca, attraverso le sue
pastorali, in particolare quelle sociali, e i suoi movimenti, di guidare la
gente alla luce della Bibbia, della Scrittura e della tradizione. Purtroppo per
molti la fede si riduce a lodi e devozioni, estraniandosi dal contesto reale
della vita delle donne e degli uomini di oggi. Nella difesa della vita molti
condannano l'aborto nelle cliniche ma chiudono gli occhi quando questo viene
provocato dalla violenza gratuita contro i poveri nelle campagne e nelle
periferie. Del resto troppo spesso ad educare alla violenza è la stessa
televisione dove passano messaggi che con il Vangelo hanno poco a che fare, anzi
sono una negazione della passione, della morte e di conseguenza della croce del
Signore. Fortunatamente movimenti e gruppi ecclesiali della nostra comunità
cattolica resistono e cercano di coniugare fede e vita.
Il Brasile
vive un periodo di crescita economica. Ma c'è il rischio che a beneficiarne
possano essere poche persone, con la totale esclusione della parte più povera
della popolazione. Cosa può fare la Chiesa per mettere in guardia da questo
pericolo?
Il "rischio" non è rischio, è realtà. I benefici
finiscono nelle mani di poche persone. La popolazione più povera viene esclusa.
L'unica e vera soluzione è quella di Francesco d'Assisi, di san Vincenzo de'
Paoli, dei profeti, dei padri della Chiesa. A volte purtroppo il rischio
riguarda anche alcune strutture della nostra comunità. Occorre dunque ripensare
come riorganizzare le nostre realtà, moltiplicare le piccole comunità ecclesiali
di base, nelle periferie, negli ambienti intellettuali, negli ambiti
decisionali, e riprendere il vecchio metodo dell'Azione Cattolica: nel vedere,
giudicare e agire. I cursillos di cristianità a suo tempo hanno aiutato molto.
Questo stato di cose si riflette anche a livello sociale, in
particolare nella politica?
Osservando la "propaganda
politica" effettivamente si nota oggi la ricerca e la volontà del possedere, di
avere sempre di più. Soprattutto la spasmodica ricerca del potere per comandare,
per dominare; la voglia di piacere. La volontà di servire, di condividere, di
fratellanza non esiste. Noi invitiamo le nostre comunità a pregare, a
riflettere. Organizziamo riunioni, giornate di studio, soprattutto in gruppi
piccoli. Invitiamo a guardare alle parole e alle azioni di Gesù, a servire, a
condividere, a fraternizzare. Il punto centrale è sempre lo stesso: a partire
dalle comunità ecclesiali di base, da altre comunità ecclesiali, dalle
pastorali, dai movimenti, occorre riflettere sulla realtà alla luce della
Bibbia, delle Scritture, della Tradizione, della Dottrina sociale della Chiesa.
Il Regno di Dio è giustizia alla quale conducono l'amore e la solidarietà. Qui
la preghiera assume tutto il suo significato.
La missione
continentale cerca di coinvolgere i laici nell'evangelizzazione. Che ruolo
rivestono nel cammino quotidiano delle vostre comunità?
Come
sarebbe possibile vivere la missione continentale senza i laici? L'affermazione
del loro ruolo però di fatto rivela il problema della nostra Chiesa cattolica,
siamo cioè forse ancora troppo legati a certi presupposti. Nelle parrocchie il
capo è il parroco; ed è giusto che sia così ma al laicato viene data troppo poca
importanza. Dobbiamo costruire una Chiesa che sia completamente ministeriale.
D'altra parte c'è bisogno di esercitare una maggiore attenzione nell'opera di
discernimento davanti alle nuove vocazioni; a volte ci sarebbe bisogno di più
severità nel giudizio sui candidati: la necessità di "operai" per la messe non
può significare chiudere gli occhi sulle attitudini personali del candidato. Ciò
aiuterebbe a evitare il reiterarsi di comportamenti disdicevoli in futuro.
La missione continentale continua e porterà frutti perché Dio cammina con il
suo popolo. Un grande lavoro lo fanno le comunità ecclesiali, soprattutto quelle
che operano nelle periferie; i gruppi di preghiera, i movimenti e le pastorali.
Qual è la situazione degli indios nelle vostre terre?
Gli indios sono i veri doni della terra. Sono uomini con doveri e
diritti. Devono essere rispettati come persone e come popolo con le loro culture
e tradizioni. La Chiesa è presente in ogni minoranza, quindi anche tra gli
indios. Il Consiglio indigeno missionario (Cimi) è l'organismo che se ne occupa.
Certo, non è privo di difetti ma ha fatto e sta facendo delle cose nel rispetto
dovuto agli indios e alla natura. Attualmente, troppo spesso il latifondo e
l'industria agricola perseguono solo la ricerca del profitto senza scrupoli. Non
si può servire Dio e mammona. Servire Dio è difendere la vita dall'inizio alla
fine, dal concepimento alla morte, passando per la difesa della terra e di tutti
i popoli della terra. Vorrei a questo proposito citare due vescovi che si sono
distinti proprio nella difesa dei diritti degli indios: monsignor Tomás
Balduino della Commissione pastorale della terra (Cpt), e monsignor Erwin
Kräutler, presidente del Consiglio indigeno missionario (Cimi). Hanno reso un
grande servizio e Dio si aspetta da noi di impegnarci ancora di
più.
(©L'Osservatore Romano - 28 ottbre 2010)