Un'immagine immediatamente rende il significato e l'importanza
che non solo il mondo della cultura e la comunità scientifica riconoscono al
pensiero di Benedetto XVI. È questa: nella Westminster Hall, la prestigiosa
sala all'interno del più antico Parlamento del mondo, il Papa teologo si rivolge
all'intera classe dirigente del Regno Unito venuta ad ascoltarlo in occasione
del suo recente viaggio in Gran Bretagna.
Nella prefazione del
curatore dell'edizione tedesca dell'Opera omnia, il vescovo di
Ratisbona, monsignor Gerhard Müller, nota autorevolmente come al centro del
pensiero del Papa stia la questione del rapporto tra fede e ragione. Ma
l'affermazione dell'interdipendenza necessaria tra ratio e religione in
Joseph Ratzinger irriga e dà vita non solo al campo degli studi teologici ma
anche agli altri del pensare e dell'agire umano, e non ultimo a quell'agire
politico che aspira alla realizzazione del bene comune. Ed infatti quando il
Papa ci invita a non prescindere dalla cooperazione tra fede e ragione nella
sfera pubblica, egli ci parla di una religione che rinuncia al tentativo di
imporre un proprio predominio ma che, allo stesso tempo, non vuole colpevolmente
sottrarsi dal contribuire al bene dell'intera nazione.
Illuminante, in questo senso, un passo del discorso nella Westminster Hall. Dice
il Papa: "La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può
essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione
cattolica sostiene che le norme obbiettive che governano il retto agire sono
accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo
questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto
quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai
non credenti - ancor meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete,
cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione - bensì
piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull'applicazione della
ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi".
Il collegamento tra
mondo della fede e mondo della ragione è uno dei fili rossi che attraversa il
volume xi dell'Opera omnia di Joseph Ratzinger, Teologia della
Liturgia. Ma proprio per quella tensione alla totalità e insieme per quella
passione per l'uomo, per ogni uomo, che caratterizza il pensare e l'agire di
Joseph Ratzinger, anche in questo volume il grande teologo non rifugge mai,
quando il tema gliene dà occasione, di riflettere sulla questione della corretta
trasposizione della fede nella vita pubblica.
Mi limito a un esempio. Nel
2001 l'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede è chiamato
a presenziare alla celebrazione del Congresso eucaristico diocesano di Benevento
e a riflettere sulle tre parole-guida che quell'assise ha posto a tema:
Eucaristia, Comunione e Solidarietà. A Joseph Ratzinger sta a cuore mostrare
quanto sia errata l'idea, maturata in alcuni ambienti del primo socialismo, per
la quale la parola solidarietà diveniva la nuova, razionale e realmente efficace
risposta al problema sociale proprio perché in contrapposizione alla
caritas, all'idea cristiana di amore. All'origine della solidarietà,
scrive invece Ratzinger, "all'origine di quel farsi garanti gli uni per gli
altri, i sani per i malati, i ricchi per i poveri, i continenti del nord e del
sud, nella consapevolezza della reciproca responsabilità" sta il riconoscimento
della pari, assoluta dignità di ognuno, la cui base incrollabile tuttavia è il
riconoscimento che Dio stesso, amorevolmente, ha creato ogni uomo a sua immagine
e somiglianza. Oscurato il legame che unisce la creatura al Creatore, dice
Joseph Ratzinger, svanisce anche ciò che in ultimo legittima l'idea di dignità
umana; e col venir meno di essa, è tolta alla retta convivenza civile la fonte
alla quale si abbevera, al sistema democratico la pietra angolare sul quale si
regge: "Se la globalizzazione nell'ambito della tecnica e dell'economia -
conclude - non sarà accompagnata da una nuova apertura della coscienza verso
quel Dio davanti al quale tutti siamo responsabili, allora finirà nella
catastrofe".
Quella del 2001 è una affermazione davvero profetica, se si
pensa alla gigantesca crisi finanziaria che quasi dieci anni più tardi avrà
conseguenze drammatiche sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone
nell'intero pianeta. Siamo giunti così all'analisi delle questioni della più
stringente attualità e, insieme, ancora una volta, al tema dell'indispensabile
armonia tra fede e ragione, ovvero dei pericoli che scaturiscono da una teoria e
da una prassi sociale che non tengono conto di Dio. Da qui il profondo
convincimento del grande teologo che "non basta trasmettere capacità tecnica,
conoscenza razionale e teoria o anche prassi di determinate strutture politiche.
Tutto ciò non serve, anzi è perfino dannoso, se non vengono suscitate anche le
forze spirituali che danno senso a queste tecniche e strutture e rendono
possibile un loro uso responsabile".
Quest'appello di Joseph Ratzinger del
2001 risuona nelle parole pronunziate da Benedetto XVI alla Westminster Hall, in
quell'invito rivolto a tutti gli uomini di buona volontà ad accettare il ruolo
"correttivo" che la religione può svolgere nei confronti della ragione per
affrontare le grandi sfide che il nostro tempo ci pone.
(©L'Osservatore Romano - 28 ottbre 2010)