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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Alla morte - si sa - in pochi desiderano pensare. La sua rimozione, della quale già Max Scheler ebbe a dire a suo tempo, abita di prepotenza l'odierno mondo occidentale. A poco sembrano valere gli avvertimenti dei filosofi di ieri e di oggi, ai quali è generalmente apparso evidente che - per dirla con Rosenzweig - «dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto». Forse risiede proprio in questo la difficoltà di prendere sul serio la questione della morte: pensarvi con rigore implica riflettere con altrettanta serietà sulla vita, sulle sue domande di senso, sui tanti perché ai quali il più delle volte pare impossibile fornire risposta. È stato giustamente detto che la morte non è un'attività ma un puro evento: essa accade senza la nostra collaborazione. Non ne siamo i protagonisti, non la programmiamo né possiamo stabilirne modalità o esiti. Di essa subiamo invece il dominio, cui è sottoposto anche - anzi soprattutto - chi cerca di spingerla il più lontano possibile. Ma non accade forse lo stesso con la vita? Chi tra noi può dirsene autore o protagonista assoluto? Anche solo riguardo all'agire, ciò di cui pare che siamo noi, e solo noi, a decidere, che potremmo dire? Moralisti di prim'ordine - filosofi e teologi - si affannano a mostrare il primato della nostra libertà e della nostra conseguente responsabilità. Eppure - da Aristotele in poi - essi hanno sempre dovuto rimarcare quanto una tale libertà risulti condizionata dalle circostanze di ogni agire, e prima ancora dalla natura dell'uomo che agisce. Hanno cioè dovuto additare un punto di partenza estraneo al nostro pur notevole controllo. Forse tocca puntare sul che più che sul perché: senza affossare la domanda di senso ultimo, è saggio non prescindere da quello che già si è. In altre parole, è dalla propria vita - così come la si è conosciuta e scoperta - che tocca partire. Sarebbe impensabile rimuoverla in qualche modo. Così come è inaccettabile rimuoverne quell'evento significativo che è la morte: con le parole di Michele Federico Sciacca, «perché fare oggi questo o quello, se abbiamo davanti a noi la perpetuità, un tempo inesauribile? Non faremmo neppure progetti, perché a farli vi sarebbe sempre tempo»; insomma, «se sapessimo di non poter mai morire, impazziremmo all'istante». È l'orizzonte insuperabile della condizione umana: della vita che ho, devo accogliere quanto non posso cambiare, compreso l'evento della morte. Ma insieme a ciò, accetto quella scintilla di umanità, anzi di divinità, grazie alla quale di tutto questo sono consapevole. Si tratta di quella misera grandezza propria dell'uomo di cui ha scritto Pascal (l'uomo come "canna pensante") e di cui si può leggere nel Qoèlet laddove, in riferimento al rapporto tra Dio e gli uomini, si sostiene che l'Altissimo «ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine». Dio: è la parola risolutiva. Dio è mistero come lo è la vita con tutto ciò che essa comporta, morte compresa. Dio è l'orizzonte intrascendibile, ma soprattutto è il grembo materno, il mistero di amore gratuito anzi la Carità per eccellenza dalla quale e per mezzo della quale vivo. È forse per questo che nell'amore, nel bene, più in quello dato che in quello ricevuto, io trovo supremo appagamento e massima soddisfazione. A pensarci bene, sembra essere proprio questo il più autentico e felice accantonamento della tanto declamata angoscia esistenzialistica dinanzi alla morte come non-essere sempre incombente: nessun salto nell'ignoto rappresentato dalla morte può superare l'esperienza certa e concreta della carità, che - senza sapere perché - dà senso alla mia vita e l'attraversa sin dal Principio, ovvero a partire dal quel Dio al quale non posso non riferirmi come all'Autore di ogni cosa. Soprattutto dinanzi alla morte, chi ama ed è pronto a donarsi senza contraccambio, afferma la propria immortalità, perché si realizza prossimo a Dio.

Roberto Di Ceglie
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