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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
hesselbladLo scorso 5 giugno Papa Francesco ha canonizzato madre Elizabeth Hesselblad (1870-1957), una giovane luterana convertitasi al cattolicesimo agli albori del XX secolo. Alla vigilia delle celebrazioni per il cinquecentesimo della Riforma luterana, cui anche il Santo Padre presenzierà, è quanto mai opportuno un focus sulla chiara scelta che Francesco ha operato con questa santa

di Giuseppe Brienza

Beatificata da Giovanni Paolo II il 9 aprile 2000 e canonizzata da Papa Francesco il 5 giugno scorso mentre imperversano non poche polemiche per le “commemorazioni” del 500° anniversario della c.d. Riforma protestante (1517- 2017), madre Elisabeth Hesselblad (1870- 1957) nacque in Svezia, quinta di tredici figli, da una famiglia luterana. Sinteticamente intendiamo per “luterani” tutti coloro che seguono la dottrina religiosa creata e sviluppata dall’ex monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546), dal quale ebbe origine la cosiddetta “Riforma protestante” che staccò dalla Chiesa cattolica una consistente parte di fedeli e alcuni regni del centro e nord Europa.
Essi accettano come unica forma della Rivelazione divina la Sacra Scrittura (“Sola Scriptura”) e credono che si possa giungere alla salvezza eterna esclusivamente per mezzo della fede (“Sola Fide”), dunque non grazie ai meriti ottenuti attraverso le cosiddette opere buone. Come tutti i protestanti, respingono – tra le altre verità – la dottrina cattolica sulla presenza reale di Cristo nella S.S. Eucaristia, il primato di Pietro e dunque il ruolo di pastore universale della Chiesa riservato al Sommo Pontefice, i dogmi mariani e la devozione a Maria, l’esistenza del Purgatorio e il culto dei santi. Per questo Maria Elisabetta iniziò prestissimo a pregare per la ricomposizione della grande rottura avvenuta nel XVI secolo tra la Chiesa e le varie confessioni “protestanti” perché, come ha lasciato scritto nelle sue “Memorie autobiografiche”, fin «da bambina, andando a scuola e vedendo che i miei compagni appartenevano a molte chiese diverse, cominciai a domandarmi quale fosse il vero Ovile, perché avevo letto nel Nuovo Testamento che ci sarebbe stato “un solo Ovile ed un solo Pastore”. Pregai spesso per essere condotta a quell’Ovile e ricordo di averlo fatto specialmente in un’occasione quando, camminando sotto i grandi pini del mio paese natio, guardai in special modo verso il cielo e dissi: “Caro Padre, che sei nei cieli, indicami dov´è l´unico Ovile nel quale Tu ci vuoi tutti riuniti”. Mi sembrò che una pace meravigliosa entrasse nella mia anima e che una voce mi rispondesse: “O, figlia mia, un giorno te lo indicherò. Questa sicurezza mi accompagnò in tutti gli anni che precedettero la mia entrata nella Chiesa”». Maria Elisabetta fin dalle scuole elementari cominciò quindi a percepire e vivere su di sé l’enorme trauma della disunità cristiana, cercando di comprendere quale fosse il «vero Ovile» di Cristo. Di animo vivace ed inquieto, a 18 anni decise di intraprendere un avventuroso viaggio oltre Atlantico per fare nuove esperienze e lavorare negli Stati Uniti. Ma si ammalò poco dopo essere sbarcata negli States. Una volta guarita, però, per adempiere a un voto fece quella scelta dalla quale probabilmente ebbe origine tutto ciò seguì nella sua splendida vita al servizio della Chiesa e del Vangelo. La giovane Elisabeth, infatti, iniziò a dedicarsi al prossimo come infermiera, dedita all’assistenza dei malati presso il Roosevelt Hospital di New York, nel quale operò per oltre 15 anni (dal 1888 al 1904). Qui incontrò un gesuita, padre Hagen, con il quale cominciò un cammino spirituale e di approfondimento della Dottrina Cattolica, il quale la condusse finalmente al «vero Ovile». All’età di 32 anni, infatti, ricevette il Battesimo (15 agosto 1902), così descrivendo il tempo che precedette questo suo decisivo passo: «Passarono alcuni mesi durante i quali la mia anima fu immersa in un’agonia che credetti mi avrebbe tolta la vita. Ma la luce venne, e con essa la forza. Per tanto tempo avevo pregato: “O Dio, guidami Luce amabile!” ed effettivamente mi fu concessa una luce benevola e con essa una pace profonda ed una ferma decisione di fare immediatamente il passo decisivo ed entrare nell´unica vera Chiesa di Dio. Oh! bramavo di essere esteriormente quella che ero da tanto tempo nell´interno del mio cuore e scrissi subito alla mia amica al Convento della Visitazione a Washington: “Adesso vedo tutto chiaro, tutti i miei dubbi sono scomparsi, devo divenire immediatamente figlia della vera Chiesa e tu dovrai farmi da madrina...Prega per me e ringrazia Dio e la Beata Vergine”». Nel 1904 Maria Elisabetta volle recarsi quindi nella culla del Cattolicesimo, Roma, la Città Santa, dove visitò la casa dove santa Brigida di Svezia visse ed operò. Qui, per ispirazione divina, comprese di doverne proseguire l’opera e, quindi, fu prontamente accolta dalle religiose Carmelitane che all’epoca custodivano il luogo. Grazie ad uno speciale permesso concesso da quel grande papa di allora che fu San Pio X, la Hesselblad poté vestire subito l’abito brigidino e, d’allora in poi (1911), spese il resto della sua vita restaurando nel suo splendore l’Ordine Brigidino e cercando di farlo fiorire in ogni parte del mondo. Cercò di ancorare maggiormente la vita religiosa alle istanze e ai segni dei tempi ma, nel contempo, ripristinando la piena fedeltà dell’Ordine alla tradizione brigidina per l´indole contemplativa e la celebrazione solenne della liturgia. Il suo apostolato fu ispirato dal grande ideale “Ut omnes unum sint” e questo spinse Madre Elisabeth a dare la sua vita a Dio per unire la Svezia a Roma. Così scrisse il 4 agosto 1912 in mezzo alle grandi prove degli inizi della sua fondazione: «L´uragano del nemico è grande ma la mia speranza rimane tanto più ferma che un giorno tutto andrà bene. Per la Croce alla luce! Quello che si semina nelle lacrime si raccoglie nella gioia. E il nostro caro Signore ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel Mio nome, io sono in mezzo a loro”. Questo diciamo a Lui affinché Egli supplisca a quello che manca in noi e attorno a noi per il compimento della vocazione alla quale ci ha, così indegne come siamo, chiamate». Con molto coraggio e lungimiranza riuscì a riportare nel 1923 le figlie di Santa Brigida nella sua patria d’origine, offrendo le sofferenze fisiche che l´accompagnarono «per questa attività e per la Svezia». Durante la seconda guerra mondiale e gli anni dell’occupazione tedesca di Roma, la si ricorda ancora per la meritoria opera, promossa dall’apposita indicazione data dal venerabile Pio XII alle brigidine ed a tutte le altre strutture della Chiesa romana in grado di farlo, per offrire rifugio e protezione agli ebrei perseguitati dal nazionalsocialismo. Trasformò infatti la sua casa in un luogo dove le sue figlie spirituali potevano distribuire viveri e vestiario a quanti si trovavano in necessità. In una lettera scritta in quegli anni difficili alla sorella Eva testimoniò al riguardo: «Quaggiù viviamo in condizioni assai difficili, ma la Provvidenza di Dio ci assiste in molti modi meravigliosi. Abbiamo ancora la casa piena di profughi, in quest’anno di afflizione 1944». Provenendo da un contesto religioso, come quello luterano, nel quale generalmente poca o nulla importanza è riconosciuta alla carità ed alla vita religiosa (quest’ultima non prevista in nessuna delle confessioni protestanti), Maria Elisabetta trasse dalla sua conversione al cattolicesimo una fecondissima inversione davvero “a U”. D’allora, infatti, la sua vita fu del tutto votata alla contemplazione, all’ecumenismo ed alla carità verso i bisognosi. Nel 1936 a una sua Figlia in difficoltà rivolse queste parole sulla vocazione religiosa: «La nostra vita è una vita di sacrificio nel servizio di Dio. Il sacrificio è contro la nostra natura - le attrazioni del mondo con le sue soddisfazioni ci attirano - ma come tu già sai, la nostra vita è una vita di sacrificio che ci dona non solo quella pace interiore, ma quella gioia che possiamo trovare nel Signore. Ma per arrivare a questo atto, la donazione di noi stesse a Dio deve essere completa ed incrollabile. Non solo una parte della mia attività! Non solo una parte dei miei desideri! Non solo una parte del mio amore! No, Signore, anche un pensiero che non è per la Tua gloria sia lontano da me, e i battiti del mio cuore siano espressioni del mio amore per Te; così anche il mio desiderio sia di essere un sacrificio di me stessa, nel tuo servizio per la salvezza degli uomini, come Tu vuoi, non come mi piace. Così pensa una sposa di Gesù». Il 24 aprile 1957, dopo una lunga vita segnata dalla sofferenza e dalla malattia, Maria Elisabetta Hesselblad muore nella casa di Santa Brigida a Roma, lasciando grande fama di santità nel clero e tra la gente semplice, che la venerava come “Madre dei poveri” e “Maestra dello spirito”. «Testimone esemplare» del mistero di risurrezione di Cristo, nel quale «la tenerezza di Dio si rivela pienamente», l’ha definita Papa Francesco durante la messa per la sua canonizzazione, celebrata in una piazza San Pietro affollata di fedeli soprattutto polacchi e svedesi. Per gli scandinavi intervenuti è stata un’occasione particolarmente importante, visto che dai tempi di santa Brigida e di sua figlia santa Caterina non vi erano state più canonizzazioni di fedeli appartenenti al popolo svedese. Le delegazioni ufficiali dei due popoli maggiormente rappresentati a piazza San Pietro sono state guidate dal presidente della Repubblica di Polonia, Andrzej Duda, e dal ministro della cultura della Svezia, Alice Bah Kuhnke. Entrambi, insieme con l’arcivescovo luterano di Uppsala, Antje Jackelén, prima della messa di Canonizzazione sono stati salutati da Papa Francesco nella cappella della Pietà. «Dall’appartenenza alla comunità luterana », ha spiegato il Pontefice durante la cerimonia, Elisabeth «si è avvicinata dopo un sofferto cammino alla Chiesa cattolica », ispirandoci ancora oggi «una preghiera per i fratelli cristiani ancora separati e le comunità cattoliche scandinave». La decisione del Papa di canonizzare la religiosa proprio in questo mese assume una importanza particolare sia per interpretare correttamente i suoi sforzi ecumenici (Bergoglio ha riconosciuto le virtù eroiche di una protestante convertita al cattolicesimo, ricordiamolo), sia per il viaggio che il Papa ha in programma a Lund, in Svezia, il prossimo 31 ottobre. Qui prenderà parte a una cerimonia congiunta fra la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale, per commemorare il 500° anniversario della Riforma. Come ha ribadito il card. Pietro Parolin durante la messa di ringraziamento per la canonizzazione di madre Maria Elisabetta Hesselblad, celebrata all’indomani della canonizzazione il 6 giugno, nella chiesa romana del Gesù, «l’efficacia dell’ecumenismo non è legata alle nostre buone intenzioni, ma alla capacità di rimanere uniti a Gesù: più lo saremo, maggiore sarà anche l’unione tra noi» ha spiegato il porporato all’omelia (cfr. in Pilastri dell’ecumensimo. Celebrazione del segretario di Stato, in “L’Osservatore Romano”, 6-7 giugno 2016, p. 6). Ed «è quello che aveva ben compreso madre Hesselblad» che «racchiude in sé la forza ecumenica della comunità dei credenti». Anche il cardinale segretario di Stato ha ricordato come Elisabeth, provenendo da una famiglia luterana, «giunse alla fede cattolica dopo un itinerario travagliato, alla cui base si staglia la preghiera, senza la quale non esiste nessun ecumenismo». Era «convinta che, per aiutare il mondo a riscoprire la sua vocazione originaria all’interno del piano divino di salvezza, è necessaria la piena unità, prima nei cuori, e poi visibile, tra i discepoli di Cristo» ha aggiunto il porporato. Per raggiungere questo meraviglioso obiettivo, è necessario sapere però che i luterani, oggettivamente, sono molto lontani dalla Dottrina della Fede cattolica. Senza voler esprimere giudizi sui singoli appartenenti a questa confessione religiosa, pertanto, oltre alle cerimonie crederemmo opportuno che sia promossa un’opera di conoscenza reciproca sulle non irrilevanti differenze teologiche e liturgiche ancora esistenti. Inoltre, da parte cattolica crederemmo opportuno associare un’opera di sensibilizzazione e preghiera per la conversione di quanti, prima dell’auspicata Unità, possano fra i protestanti riconoscere fin da subito il «vero Ovile» contribuendo alla vasta coltivazione, con ed al seguito del Papa, della “Vigna del Signore”.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 16 giugno 2016

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