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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

sacerdotium imperium
Oggi era in programma in Campidoglio l'apertura del XL Seminario di cui all'oggetto, anche con il seguente studio.
A causa della pandemia di cui soffriamo, il Congresso dovrebbe invece realizzarsi solo virtualmente, grazie ad un apposito "sito" del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

XL Seminario Internazionale di Studi Storici “Da Roma alla Terza Roma”

Sacerdotium e Imperium. Da Roma a Costantinopoli a Roma.

“Sacerdotium e  Imperium: la libertas Ecclesiae nella riforma gregoriana”

+ Dr. Agostino Marchetto

Il tema proposto mi ha fatto riprendere in mano con piacere la mia tesi di laurea sullo Ps. Isidoro perché, è mia convinzione provata, di là è partito lo slancio della cosiddetta “riforma gregoriana”, particolarmente l’aspetto riguardante i concili e il potere secolare nelle Decretali ampiamente falsificate[1], articolato attorno ai seguenti temi: la disciplina circa la elezione e consacrazione dei Vescovi, la riforma dei giudizi nei loro riguardi e la convocazione e conferma dei sinodi da parte del Vescovo di Roma[2]

A chi potesse seguirmi dettagliatamente in questa ricerca apparirebbe ormai delineata l’opera del falsificatore per difendere e proteggere i Vescovi, anche radunati a Concilio, e messa in luce altresì la figura del Successore di Pietro, loro liberatore e soccorritore[3], le cui prerogative, facoltà e diritti, dilatati e rafforzati dalle false decretali, daranno al Papato la capacità di affrontare con possibilità di vittoria la grande lotta dalle investiture e di svincolo della Chiesa dal potere soffocante temporale, che sarà caratteristica dei secoli immediatamente successivi[4].

E venne dunque lo slancio gregoriano[5], “Cette tentative pas­sionée pour arracher les forces surnaturelles à l’emprise du siècle et réduire les pou­voirs humains au ròle, discrètement subordonné, de simples auxiliares”[6], e come lo Ps. Isidoro combatté contro l’ingerenza laica nella elezione dei vescovi, usando della sua ope­ra, Gregorio VII si oppose all’imperatore in nome della “libertas ec­clesiae”[7].

Incominciò così la lotta contro l’investitura laica[8] e contro le chiese pro­prie[9] e ci si servì dello Ps. Isidoro sia in Germania[10] che in Inghil­terra[11].

Pure gli altri due aspetti dell’opera ps. isidoriana per proteg­gere la posi­zione episcopale trovano seguito nella disciplina ca­nonica, come in caso di traslazione. Dopo la ricezione delle false decretali, c’è infatti un ripetersi di eccezioni alla regola an­tica e generale della sua proibizione[12]. In tal modo l’opera dello Ps. Isidoro non rimase senza con­seguenze perché per il cre­dito ad essa concesso[13] i cambiamenti di sede, rari in occidente fino al se­colo XI[14], divennero in seguito più frequenti.

L’ultimo punto da noi illustrato circa l’opera dello Ps. Isidoro indirizzata alla tutela della libertà e dei diritti dei Vescovi è la necessità, nel pensiero del forgiatore delle false decretali, della convocazione e conferma dei si­nodi[15] da parte di Roma. Orbene guardando al post-Ps. Isidoro, certamente il passaggio dall’idea alla pratica non si scorge subito, a giudicare dallo stu­dio di Char­les de Clercq sulla legislazione religiosa franca dopo le false De­cretali fino al termine del IX secolo[16], ma le raccolte canoniche suc­cessive ri­sentono molto dell’impostazione del falsificatore, a comin­ciare cioè dal De episcoporum transmigratione[17] alla collezio­ne Anselmo dedicata[18], da quella di Burcardo[19] e di Umberto di Silva Candida[20] al Dictatus Papae[21] e alla Coll. in 2 Libri[22].

L’ordinamento del pensiero dei canonisti precedenti lo troviamo in Gra­ziano che, affermando l’assioma: Nullus usurpet concessa Romanae ecclesiae[23], di provenienza ps. isidoriana, riporta poi la disciplina della necessità di un intervento della auctoritas romana per la convocazione dei sinodi. Infatti Absque apostolicae sedis auctoritate sinodum aliquibus congregare non licet[24] e ancora: non est ratum concilium quod auctoritate Romanae ecclesiae fultum non fuerit[25].

Parlandosi di sinodi in genere non si vede, nei passi qui riportati, una distinzione fra la disciplina dei concili generali e quella dei provinciali[26]; però, in un altro punto del suo Decreto, Graziano affida il compito di indire i concili provinciali ai metropoliti[27], pur affermando: … provincialia concilia sine Romani Pontificis presentia pondere carebunt …[28] e questo motivo - giova rilevarlo - ritornerà di frequente nei documenti ecclesiastici successivi al Decreto[29].

Guardando all’Oriente, e procedendo nel tempo, ricorderò, con aggancio a situazioni incandescenti, l’analisi di valore del Prof. Gerardo Giaffari dal titolo “Kiev, Mosca, Costantinopoli. Vicende ecclesiali nei secoli XI-XVII[30], a conferma delle vicende della libertas ecclesiae  e delle relazioni Sacerdotium  e Imperium.

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Tornando alla “riforma gregoriana” in sé, rileviamo che la influenza pseudo isidoriana porta altresì alcuni mutamenti nel rapporto primato-collegialità, sinodalità, diciamo così, accentuandone nuovi aspetti e operando in concreto un indirizzo particolare per il fatto che dalla affermazione spuria di papa Virgilio i vescovi appaiono essere chiamati a partecipare alla sollicitudo della Sede Apostolica, non alla sua plenitudo potestatis.

Orbene in dipendenza dal falsificatore, che esercitò un forte influsso sui canonisti del Medio Evo[31], è messa in intensa luce nel tempo a lui successivo tale pienezza di potestas papale[32] e anche se l’opera non diede frutti immediati, a poco a poco ci si convince che solo il papato, custode dell’ordine cristiano, ha l’autorità necessaria per coordinare e sostenere una riforma, o rinnovamento della Chiesa che dir si voglia[33]. Con Leone IX il papato stesso la intraprende ma « sforzandosi di non compromettere i presupposti di una collaborazione con l’episcopato che era sempre – come dice il Capitani[34] - uno dei protagonisti della “riforma”».

Ma il troppo tiepido appoggio vescovile a tali iniziative accentua ancor più l’esigenza di un potere centrale saldo, di un’autorità come fondamento di ogni soluzione. Ed ecco allora le affermazioni, da parte dei riformatori, dell’universale episcopato del Vescovo di Roma[35] che esercita la sua potestas su tutti i cristiani ed è pastore dei Vescovi[36]; ecco cadere davanti all’azione di Gregorio VII ogni limite di consuetudine che potesse ostacolare la sua iniziativa e il suo impegno per applicare i decreti riformisti. Con le sue lettere, ispirandosi a volte a idee ps. isidoriane[37], Gregorio fa valere ovunque la sua potestas e ripete il concetto della decretale dello ps. Eusebio In sede apostolica extra maculam semper est catholica servata religio[38].

Nel decreto di Graziano è ripreso questo indirizzo per cui il Papa, che vi appare come la più alta autorità legislativa e giudiziaria, può emanare leggi[39] e stabilire sanzioni per tutta la Chiesa[40], che devono essere adempiute[41] e contro le quali non si può dare nessuna deroga[42]: Sacrosancta Romana ecclesia ius et auctoritatem sacris canonibus impertit, sed non eis alligatur. Habet enim ius condendi canones, utpote que caput et cardo est omnium ecclesiarum, a cuius regula dissentire nemini licet[43].

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La stessa impostazione ps. Isidoriana dei rapporti fra i diversi gradi della gerarchia ecclesiastica ricorre nella disciplina successiva alle Decretali. Così detta posizione per quanto riguarda i “patriarchi-primati” è ripresa fedelmente dalle  D.S.P.[44], e dalle lettere di Gregorio VII, dove però si può notare, accanto alla volontà di mantenere in onore questo grado della gerarchia ecclesiastica, un suo stato effettivo di livello simile a quello degli arcivescovi[45]. A loro riguardo, come metropoliti, seguendo il giudizio del Caron, possiamo dire che essi ci appaiono svuotati nella propria autorità specialmente durante e dopo la “riforma gregoriana[46] perché, avendo goduto per gran tempo di un ampio potere, sembrano ora essere considerati come mandatari della Sede Apostolica[47]. Lascio a voi proseguire nella eventuale lettura delle mie ricerche, e troverete l’introduzione nel punto forse più interessante delle conseguenze pseudo isidoriane, quello che riguarda l’influsso dell’espressione ps. vigiliana plenitudo potestatis nel Medio Evo.

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Per delucidarne il valore è necessario peraltro conoscere almeno perfunctorie  lo sviluppo storico della distinzione, che diventa poi “riflessa”, fra il potere di ordine e di giurisdizione[48] poiché solo con essa si vedrà nella formula in parola la testimonianza chiave della derivazione del potere episcopale giurisdizionale dal Papa. Ad ogni modo nell’età gregoriana e successivamente, gli stessi testi ps. Isidoriani, staccati dal loro contesto, saranno presentati non più con un fine di difesa dell’Episcopato ma piuttosto come mezzo e strumento efficace per la necessaria centralizzazione in vista della riforma[49].

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Il nostro tema si nutre peraltro di un altro filone, segnalatomi gentilmente già tempo fa dal Prof. E. Chrysos[50], le cui “New Perceptions of Imperium and Sacerdotium in the Letters of Pope Nicholas I to Emperor Michael III” mi hanno fatto molto riflettere.

Non posso qui certo delineare il tema come vorrei ma almeno mi è possibile ricordare che nel 1982  pubblicai uno studio[51] sul Papato del IX secolo di A. Lapôtre, S.J., ricerca dal titolo Études sur la Papauté au IXe siécle (voll. I e II).

Il Lapôtre l’avevo “incontrato” – permettetemi che la viva impressione che ne ebbi così traspaia - tredici anni prima nell’ambiente austero della Biblioteca Vaticana, durante le mie ricerche sullo Ps.-Isidoro. Ne rimasi impressionato ed affascinato ad un tempo  e mi ripromisi, allora, di approfondire la conoscenza dei suoi studi, specialmente in chiave ecumenica. Mi sembrò, infatti, che il IX secolo fosse determinante per la successiva rottura definitiva tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, a causa pure di un inquinamento ps.-isidoriano di mentalità, che produrrà tutti i suoi effetti in «epoca gregoriana» e oltre. Illusione di gioventù la mia, fra le altre, perché diversi impegni, riempirono, poi, i miei giorni; ma quello spazio di tempo, caro al Lapôtre, rimase in me come una nostalgia. Si può quindi comprendere allora la mia gioia di trovare, molti anni dopo quel nostro “incontro”, raccolti in due volumi (ristampa anastatica), tutti gli studi reperibili di quel Gesuita e di poterne anche qui oggi fare memoria[52], in contesto storico e di diritto, ma anche ecumenico. Grazie!



[1] A. Marchetto, Episcopato e Primato pontificio nelle Decretali Pseudo Isidoriane. Ri­cer­ca storico-giuridica, Roma 1971.

L’opera dello Ps. Isidoro, un insieme di falsificazioni e testi genuini di concili e di decretali, ci si presenta come una raccolta sistematica di vario materiale canonistico. Canonum sententias colligere et uno in volumine redigere et de multis unum facere (P. Hin­schius, Decretales Pseudo-Isidorianae et Capitula Angilramni (= d’ora in avanti: H.), [Leipzig 1863], rist. Aalen 1963, 17, c. I) è infatti il fine che il falsificatore dice di prefig­gersi all’inizio del suo lavoro, evidentemente con l’intenzione di ovviare alla disorga­nizzazione ecclesiastica e preparare la via ad un miglioramento della situazione della gerarchia e del popolo cristiano, in una parola alla “riforma”.

Per quanto riguarda la descrizione delle falsificazioni e la storia particolareggiata della raccolta ps. isidoriana rimandiamo alle opere di B. V. Kurtscheid, I. Zeiger, A. van Hove, G. Le Bras e E. Seckel, di quest’ultimo la voce ‘Pseudoisidor’, RE 316 (1905) 265-307. Per una visione aggiornata, poi, della “questione” pseudo-isidoriana, nelle varie sue sfaccettature, rinviamo all’opera pubblicata a cura di W. Hartmann - G. Schmitz, Fortschritt durch Fälschungen? Ursprung, Gestalt und Wirkungen der pseudoi­si­dorischen Fälschungen, Hannover 2002, e specialmente alle trentacinque pagine finali di H. Fuhrmann, Stand, Aufgaben und Perspektiven der Pseudoisidorforschung, 227-262. Citiamo qui pure l’importante contributo di Hubert Mordek alla conoscenza della Gallia “cano­ni­stica” precedente la nascita delle falsificazioni: H. Mordek, Kirchenrecht und Reform im Frankenreich. Die ‘Collectio Vetus Gallica’, die älteste systematische Kanonessammlung des fränkischen Gallien. Studien und Edition”, Berlin – NewYork 1975 (v. la presentazione che ne facemmo, a suo tempo, ora pubblicata in: Chiesa e Papato nella storia e nel diritto, Città del Vaticano 2002, 111-117). V. altresì, H. Mordek, Studien zur fränkischen Herrscherge­setzgebung. Aufsätze über Kapitularien und Kapitulariensammlungen ausgewählt zum 60. Geburtstag, Frankfurt am Main 2000; K. Zechiel-Eckes Ein Blick in Pseudoisidors Werkstatt. Studien zum Entstehungsprozeß der Falschen Dekretalen. Mit einem exemplarischen editorischen Anhang (Pseudo-Julius an die orientalischen Bischöfe, JK † 196), Francia 28 (2001) 37-90; idem, Fälschung als Mittel politischer Auseinandersetzung. Ludwig der Fromme (814–840) und die Genese der pseudoisidorischen Dekretalen,  Paderborn 2011 (=  Nordrhein-Westfälische Akademie der Wissenschaften und der Künste , Vorträge G 428).

[2] Vedi A. MarchettoConcili e poteri secolari nelle Decretali pseudo isidoriane“, A.H.C. 46 (2014),  47-74;  R. SAVIGNI, L'episcopato nell'Europa carolingia e postcarolingia: reclutamento dei Vescovi, rapporti con le élites locali e ricerca di una identità specifica, in "Chiese locali e chiese regionali nell'alto Medioevo", Spoleto, 2014, 951-1036; MAYKE DE JONG, Paschasius Radbertus and Pseudo-Isidore: the evidence  of the Epitaphium Arsenii, in "Rome and religion in the medieval world" , Ed. by V. L. Garver - O. M. Phelan. Farnham, Ashgate, 214, 149-177; C. HERDER, Pseudoisidor und das Papstum. Funktion und Bedeutung der apostolishen Stuhls in den pseudoisidorischen Faelschungen, Boehlau, Koeln 2014, 290; W. HARTMANN, Papstum und Kircherecht um 900, in "Chiese locali..." ibid. p. 233-258; S. PATZOLD, Gefaelschtes Recht aus dem Fruehmittelalter. Untersuchungen zur Herstellung und Ueberlieferung der pseudoisidorischen Dekretalen, Heidelberg, Universitaetsverlag Winter, 2015, 76; Faelschung als Mittel der Politik? Psedoisidor im Licht der neuen Forschung. Gedenkshrift fuer Klaus Zechiel-Eckes. Hrsg. von K. Ubl - D. Ziemann. Wiesbaden, Harrassowitz, 2015, 268 (M.G.H. Studien und Texte, 57); H. FUHRMANN, Papst Gregor VII. und das Zeithalter der Reform: Annaerungen an eine europaeische Wende. Ausgewaelten Aufsaetze,  M. HARTMANN (hg.) Wiesbaden, Harassowitz, 2016, 586 (M.G.H. Schriften, 72).

[3] Lo Ps. Isidoro non distingue mai nelle sue decretali l’Oriente dall’Occidente, che, quanto a disciplina canonica, fin dall’inizio e anche al tempo del falsificatore, si presentava­no con due fisionomie ben distinte. Non si vede quindi come egli potesse far valere le sue posizioni anche per le Chiese orientali. Molto inte­ressante per l’ecumenismo potrebbe risul­tare l’esame dell’influsso del Card. Ana­stasio Bibliotecario, estensore delle lettere di Niccolò I (R. Morghen, Medioevo cristiano, Bari 1951, 65), con le idee ps. isidoriane da lui propugnate nelle relazioni fra Papato e Costantinopoli (per un cenno v. Y. Congar, L’Ecclésiologie du Haut Moyen Age, Paris 1968, 386-387 e 389). Non ci sembra azzar­dato avanzare qui l’ipotesi che uno dei fattori di contrasto fra Roma e l’Oriente cristiano sia stato un certo inquinamento ps. isidoriano della men­talità giuridica e dei docu­menti ro­mani. A. Lapôtre, De Anastasio Bibliothecario Sedis Apostolicae, Paris 1885, potreb­be indiriz­zare in questo studio, con le dovute riserve.

Roma esercita già - come nota Congar -, nella Chiesa primitiva, questa funzione di sostegno e soccorso, v. Y. Congar, Sainte Église, du Cerf, Paris 1963, 525-526. Nota pure P. Batiffol, Cathedra Petri: études d’histoire ancienne de l’Église, Paris 1938, 17: “elle (Siège Ap.) était alors loin d’être organisée comme elle le sera plus tard, et elle re­vê­tait au temps de Damase, d’Innocent, de saint Léon, des formes qui la faisait res­sem­bler plutôt à un secours toujours prêt qu’à une domination préventive”.

Inoltre, passando al M. E., per i risultati di vari studi recenti – secondo Y. Congar (Sainte Église [ibidem], 672-673) – certe espressioni che per gli studiosi prote­stanti dimostravano una pretesa “Weltherrschaft” (come dice Hauck) del Papato nel M. E., devono essere riviste con una migliore comprensione del loro senso religioso. La stessa luce, a nostro parere, è da proiettarsi sullo Ps. Isidoro e la sua opera.

In questa prospettiva v. O. Rousseau, La doctrine du ministère episcopal et ses vicissitu­des dans l’église d’occident, in L’Épiscopat et l’Église universelle, Paris 1962, 299-302; af­ferma Wilhelm Bertrams: Quo magis ... ex parte principes saeculares influxum in constituendos epi­scopos quaerebant, eo magis se imponebant necessitas interventus officii primatialis ... ad bonum commune Ecclesiae, ad independentiam defendendam regiminis Ecclesiae a potestate saeculari (W. Bertrams, De relatione inter episcopatum et primatum, Roma 1963, 85-86), vedi W. M. Plöchl, Geschichte des Kirchen­rechts, Wien – München 1953, I, 173s.

Cfr. altresì J. Haller, Pseudoisidors erstes Auftreten im deutschen Investiturstreit, SGSG t. II (1947) 91-101. Notiamo però che O. Capitani, La figura del Vescovo in alcune collezioni canoniche della seconda metà del secolo XI, Padova 1964, 183, si mo­stra dubbioso circa l’esattezza del giudizio di Haller secondo il quale le D. S. P. sarebbero state portate in Ger­mania nel 1076 al fine di sgominare la resistenza dell’episcopato tedesco. Egli cita a questo proposito G. Miccoli, Pietro Igneo. Studi sull’età Gregoriana, Roma 1960, 55, n. 1. Sull’argomento v. altresì A. Michel, Pseudo-Isidor, die Sentenzen Humberts und Burkard von Worms im Investiturstreit, SGSG t. III (1948) 149-161 (o ZSavStKan 35 [1948] 329-339) e H. Fuhrmann, Die Pseudoisidorianische Fälschungen und die Synode von Hohenalt­heim, ZBLG 20 (1957) 136-151.

[4] Per confermarci in questa idea basterà ricordare come ad es. in Gregorio VII siano stret­tamente uniti due campi di applicazione del primato, cioè quello all’interno della Chiesa (“monarchia” assoluta e centralismo) e quello del rapporto Sacerdotium-Regnum: v. F. L.J. Meulenberg , Der Primat der Romischen Kirche im Denken und Handeln Gregors VII, Rom 1965 (=Diss. Pontificia Universitas Gregoriana), 7.

[5] Cfr. H. X. Arquillière, Saint Gregoire VII. Essai sur sa conception du pouvoir pontifical, Paris 1934 (= Dissertation), 74-88; per co­noscere l’evolversi dei rapporti tra Gregorio e il po­tere imperiale, ibid., 88-113; 123s. e R. Morghen, Medioevo Cristiano, Laterza, Bari 1968, 103-108; 30-31 e 116-124. Cfr. A. Marchetto,Impronte riformatrici nella storia della Chiesa, in Riforma nella Chiesa, riforma della Chiesa, (a cura di Luigi Sabbarese) Urbanian University Press, Roma 2019, 114-122.

[6] Vedi M. Bloch, in La Societé feudale, vol. II, Ed. Albin, Paris 1969, 108; F. L. J. Meulenberg, op. cit., 124-130. 

[7] ArquilliÈre, loc. cit., 201, nel capitolo su Les sources de la pensée Grégo­rienne, afferma: “Les deux Lettres à Hermann de Metz ... ont paru condenser à mer­veille toute la doctrine de Gregoire VII sur la puissance pontificale et sur ses rap­ports avec les pouvoirs séculiers”. Successivamente l’autore porta vari esempi dell’uso di testi ps. isidoriani, ibid., 205-206; 213; 237. V. anche Meulenberg, 56-58, 68 e c. VI, 82s. Per l’accezione di “liber­tas” in Gregorio VII v. O. Capitani (supra nota 3), 458 e specialmente Morghen, Medioevo, (v. supra nota 3) 9, 30-31, 35, 93, 109, 115, 241-242 e id., Gregorio VII, Torino 1945, 280-283. Per il tempo precedente, cfr. G. Mor, La reazione al “Decretum Burchardi” in Italia avanti la Ri­forma Gregoriana, Studi Gregoriani I (1947), 197.

[8] Cfr. Morghen, Gregorio (v. supra nota 7), 97 e 117. Cfr. B. Caie­tanus, De causis maioribus, Roma 1941, 38-45 e F. Kempf, Caput christianitatis: Ein Beitrag zum Verständnis des mittelal­terlichen Papsttums, StZ 158 (1955-1956), 94s.

[9] Feine, Kirchliche Rechtsgeschichte. Die Katholische Kirche, Koeln-Graz 1964, 170 osserva: “Das Eigenkirchenwesen stand im 9. und 10. Jahrhun­dert in seiner Hochblüte ... Die Kirchenreform des 11. Jahrhunderts hat zunächst im Investiturstreit den Germanismus bei den höheren Kirchen bekämpft, die Kanonistik des 12. Jahrhunderts den Kampf gegen das niedere Eigenkirchenwesen eröffnet”. Cfr. Morghen, Medioevo (vedi supra nota 7), 58 e 60 e A. García y García, Historia del Derecho Canónico, Salamanca 1967, 382-386.

[10] Cfr. Haller ( vedi supra nota 3), 91: “In dem grossen kirchenpolitischen Kampf, den man herkommlicherweise mit dem Namen der Reform oder des Investiturstreites belegt, bringt das Jahr 1076 in Deutschland einen Umschwung, so jäh und gründlich, wie es selten zu verzeichnen ist ... Die Frage, was diesen Wechsel in ihrer Haltung herbeigeführt hat ... In meinen ‘Abhandlungen zur Geschichte des Mittelalters’ (1944), S. 107 ff, 122 u. 162, habe ich es dahin beantwortet, dass es die Dekretalen Pseudoisidors gewesen seien, die, bis dahin im deutschen Reich unbekannt, von Gre­gor VII. dazu benutzt worden seien”. Contro tale punto di vista sono C. Erdmann e A. Michel nel Die Sentenzen des Kardi­nals Humbert, das erste Rechtsbuch der päpstlichen Reform, Leipzig 1943, 137ss. Cfr. pure Z. Zafarana, Ricerche sul ‘Liber de unitate eccle­siae conservanda’, StMed 7 (1966) 638 ss. e P. Funk, Pseudo-Isidor gegen Heinrichs III. Kirchenhoheit, HJ 56 (1936) 305-330.

[11] Cfr. C. Duggan, From the Conquest to the Death of John, in English Church and the Pa­pacy in the Middle Ages, London 1965. In particolare nota l’autore “... no work was more congenial to the promotion of all that the Gregorian reformers stood for than the Pseudo-Isidore, whose derivative collection Lanfranc certainly used in England”. “In Lanfranc’s day (1080 circa) if not before the doctrine of Pseudo-Isidore was firmly established in England, a tradition so vital for the development of papal ideology, and centralized government. Lanfranc’s own collection, a derivative from Pseudo Isidore, survives in the library of Trini­ty College in Cambridge and many related manuscripts vere housed in the libraries of Eng­lish Cathedrals chapters in the beginning of the following century” (ibid., 80 e 109).

[12] Questo era già il punto di vista ps. isidoriano, vedi Marchetto (supra nota 1), 34ss. e Ch. De Clercq, (La législation religieuse franque depuis l’avènement de Louis le Pieux jusqu’aux fausses décrétales, RDC 5 (1955) e 6 (1956), 139: “Actard, chassé de Nantes par les Bretons, administre pen­dant quelque temps l’évêché vacant de Thérouanne, puis reçoit le siège métropolitain de Tours, du consentement d’Hadrian II, de même Charles le Chauve place Frotarius de Bor­deaux, sous prétexte que cette ville était devenue inhabitable par suite des incursions nor­mandes, sur le siège de Bourges: le concile de Ponthion de 876 s’éléve contre cette mesure que néanmoins Jean VIII ratifie peu après; en 878, le concile de Troyes proclame cependant de nouveau le principe de l’interdiction du transfert des évêques”. Una conferma dell’influsso dello Ps. Isidoro lo troviamo in opuscolo de translationibus episcoporum, di Incmaro di Reims, quia in c. 12 de Actardo legitur: donec petentibus clero et plebe et conhiben­tibus episcopis ad provinciam suam rediit et a pontifice apostolicae sedis in vacante metropoli fuerit incardinatus (H., LV).

[13] Cfr. V. Fuchs, Der Ordinationstitel von seiner Entstehung bis auf Innocenz III, Bonn 1930, 82.

[14] Cfr. G. Vogel, Unité de l’Eglise  et pluralitè des formes historiques d’organisation ecclesiastique du III au V siecle, in “L’Episcopat et l’Eglise universelle“, Paris 1961, 319; Fuhrmann (v. supra nota 2), 59, 63 rileva che lo scopo primo per cui lo Ps. Isidoro fu usato dai papi dall’884 al 1054 è da vedersi nella necessità di giustificare la tra­slazione dei vescovi.

[15] Parliamo qui di concili in genere perché anche lo Ps. Isidoro non separa di solito i pro­vinciali da quelli generali (la distinzione la troviamo invece nell’ep. ps. Pel. II, H. 721).

[16] Ch. de Clercq, La législation religieuse franque depuis les Fausses Décrétales jusqu’à la fin du IXe siècle, RDC 6 (1956) 341-372; 7 (1957) 15-46, 113-136, 253-298, 337-377; 8 (1958) 122-158, qui 151, afferma che su 78 assemblee esaminate nel suo lavoro, 44 furono sedute di tribunale (plaids) o colloqui politici, e che il potere tem­porale intervenne in parecchie altre assemblee. Riportando esempi di convocazione di concili da parte laica l’autore così conti­nua: “1) Lors de plusieurs assemblées politiques les évêques et leur entourage délibérent sé­parément, cela se passe entre autres à Pavie en 865 et à Tribur en 875. 2) Des légates du pape assistent aux conciles de Metz en 863, de Ponthion en 876, de Vienne en 892” (ibid., 152).

De Clercq enumera successivamente, nel suo articolo, i concili che si effettuarono per ordine o per suggerimento di papa Niccolò I e Giovanni VIII, e menziona poi altri concili presieduti dal metropolita della provincia. L’autore conclu­dendo osserva: “Les conciles pro­vinciaux demeurent peu fréquents” (ibid., 140).

[17] Cfr. Pozzi, De Episcoporum transmigratione et quod non temere judicentur, Regulae quadraginta Quattuor, Romae 1959, 16 e H., LV.

[18] Cfr. Coll. Anselmo dedicata: I, 62: Quod auctoritate congregandarum sino­dorum apostolicae se­dis commissa sit privata potestate (Ps.Is.); I. 63: De sinodo episcoporum non facienda absque aucto­ritate Romanae sedis (ps. Marc.); I, 58 : Non debere concilia celebrari nec episcopos dampnari, absque sententia Romani Pontificis secundum Niceni statutum concili (ps. Athan.). I, 9: quod auctori­tas congregandarum sinodorum apostolicae sedis commissa sit privata potestate (Ps. Is.) e I, 10; idem.

Ben diversa sarà, ad es., la posizione di Ivo di Chartres: PL 162 67, ep. 56, in cui egli non esita a levarsi fieramente contro alcune pratiche insolite che il papa voleva introdurre in Francia in materia di convocazione di concili (v. P. G. Caron, I poteri del metropolita secon­do Graziano, StGrat 2 (1954) 251-277, qui 273, n. 57.

[19] Burcardo ammette la regola sostenuta dallo Ps. Isidoro, per il quale i canoni dei concili valgono solo dopo l’approvazione del Romano Pontefice, ma egli a volte si riferisce ai sinodi generali v. decr. I, 42, in PL 140, 561, mentre altre volte applica il principio della convocazione papale a tutti i concili (decr. I, 179, in PL 140, 602). Vogliamo notare anche che “Le Décret donne au Roi, quand il est d’accord avec le Pontif Suprême, un rôle dans les convocations des conciles”: XV, 20, e affida al re un ruolo nella promulgazione di deci­sioni delle assemblee conciliari: III, 172 (F. Le Bras, I, 382).

[20] Sulla posizione del presunto autore delle D.S.P. riportiamo il giudizio di Meulenberg: “Was die Einberufung der Konzilien anbelangt, stellt die Rechtskollek­tion mit Ps. Damasus fest, dass ohne die Gutheissung des Papstes keine Synode abgehalten werden könne: Nam ut nostis, synodum sine eius auctoritate fieri non est catholicum. Diese radikale Auffassung wird von Leo IX. abgeschwächt, indem er dem Erzbischof von Carthago zwar das Recht zu­erkennt, provinziale Konzilien einzube­rufen, aber ihm auch in Erinnerung bringt: non de­bere praeter sententiam Romani pontificis universale concilium celebrari. Die gregoriani­schen Kanonisten greifen jedoch zurück auf Ps. Damasus. Nur Anselm beschränkt eine glei­che Forderung des Papstes Gelasius I. auf die ‘allgemeinen’ Konzilien” (Meulenberg [vedi supra nota 6], 70).

[21] Cfr. Dictatus Papae: IV: Quod legatus eius omnibus episcopis presit in concilio etiam inferioris gradus et adversus eos sententiam depositionis possit dare; XVI: Quod nulla synodus absque precepto eius debet generalis vocari; K. Hofmann, Der Dictatus Papae Gregors VII als index einer Kanones­sammlung?,  SGSG 1 (1947) 80-85. Per la posizione di Gregorio in questo punto di disci­plina ecclesiastica v. Meulenberg ( supra nota 6), 68-69. Conclude detto autore: “... aber es ist nicht wahr­scheinlich, dass Gregor für jede über die Diozese hinausgehende Synode eine päpstli­che Gutheissung forderte” (ibid., 69).

[22] V. Coll. in 2 Libri: lib. I, c. 20 (J. Bernhard, La collection en deux livres, RDC 12 (1962) 1-601, qui 63; c. 24-25 (Bernhard, 66-68).

[23] Decr. Gratiani, D. XVII, c. 3.

[24] Decr. Gratiani, D. XVII, c. 4. V. anche D. XVII, c. 1: Absque Romani Pontificis aucto­ritate congregari sinodos non debet e D. XVII, c. 5: Non est concilium sed conuenticulum quod sine sedis apostolicae auctoritate celebratur.

[25] Decr. Gratiani, D. XVII, c. 2.

[26] Rileva Fuhrmann, Pseudoisidorforschung (vedi supra nota 1), 247 (cf Marchetto [pure in nota 1]) che per il frammento J. K. 954 vi è ancora insicurezza, ma esso non proverrebbe da Pelagio.

[27] Cfr. Decr. Gratiani, D. XVIII, c. 4.

[28] Decr. Gratiani, D. XVII, c. 6.

[29] Vedi Papa Pasquale II (1099-1118), ep. 506, PL 163, 429: Aiunt in con­ciliis statutum non in­veniri, quasi Romanae Ecclesiae legem concilia ulla praefixerint: cum omnia concilia per Ecclesiae Romanae auctoritatem et facta sint, et robur acce­perint et in eorum statutis Romana patenter aucto­ritas excipiatur; I. de Torquemada, Oratio synodalis de Primatu, ed. E. Candal in CFI, Roma 1954 (= Docu­menta et scriptores, Series B, IV/2), 84, n. 102: Sed Romanus pontifex est princeps ecclesie, et principatus tocius ecclesie collocatus est ab ipso summo omnium principe, Christo, salva­tore nostro, in apostolica sede ... Ergo neces­sario firmitas, robur et auctoritas decretorum conciliorum dependent a Romano ponti­fice sive ab apostolica sede ... e ibid., 40, n. 46. V. anche l’affermazione di Nicolò Cusano, in MCG, Concilium Basiliense, Scriptorum, t. III, Vindobonae 1886s., 690: Sedes vero apostolica haberet hoc priuilegium in conciliis, quod ubi non ipsa consentit, non valet; ubi consentit valet.

[30] In Apulia Theologica, luglio-dicembre 2019,  311-342.

[31] B. Tierney, Foundations of the Conciliar Theory: The Contribution of the Medieval Canonists from Gratian to the Great Schism, CUP, New York, NY 1995, 28-29, porta vari esempi in cui si nota l’influsso ps. Isidoriano nel Medioevo.

[32] Cf. anzitutto l’articolo pionieristico di J. Rivière In partem sollicitudinis… Évolution d’une formule pontificale, Revue des Sciences religieuses V (1925), 210-231  e poi H. Tillmann, Papst Innozenz III, L. Röhrscheid, Bonn 1954, specialmente 15-61; J. A. Watt, The Theory of Papal Monarchy in the Thirteenth Century. The Contribution of the Canonists, Traditio XX (1964), 179-317 [pubblicato poi in volume: Fordham University Press, New York, NY 1965; dell’articolo è apparsa una recensione di F. Kempf, Arch. Hist. Pont. 5 (1967), 402, e un’altra di J.W. Baldwin, Speculum (1967), 765]; J.A. Watt, The Use of the Term “Plenitudo Potestatis” by Hostiensis, “Proceeding of the Second International Congress of Medieval Canon Law”, in Civitate Vaticana 1965, 161s; B. Jacqueline, Bernard et l’expression “ plenitudo potestatis”, in Bernard de Clairvaux, Éditions Alsatia, Paris 1953, 345-348; Y. Congar, L’ecclésiologie de S. Bernard, Analecta Sacri Ordinis Cisterciensis 9 (1953)s.; G. Ladner, The Concepts of “Ecclesia” and “Christianitas” and Their Relation to the Idea of Papal “Plenitudo Potestatis” from Gregory VII to Boniface VIII,  in Sacerdozio e Regno da Gregorio VII a Bonifacio VIII (Misc. Hist. Pont. 18, Roma 1954), 49-77; R. Benson, Plenitudo potestatis”, Evolution of a formula from Gregory IV to Gratian, St. Grat. XIV (1967), 195-217; A. Hof, “Plenitudo potestatis” und “Imitatio Imperii” zur Zeit Innocenz III., Z.K.G. 66(1954), 39-71; W. Ullmann, Leo I and the Theme of Papal Primacy, J.T.S., 11 (1960), 25-51; J. Cantini, De autonomia judicis saecularis et de Romani pontificis plenitudine potestatis in temporalibus secundum Innocentium IV, Salesianum 23 (1961), 464s. V. pure E. Lewis, Medieval Pontifical Ideas, II, Cooper Square Publishers, London 1954, 359-364.

[33] Mor nota che nella prima metà dell’IX secolo c’era ancora incertezza sull’orientamento generale della “riforma”, se cioè essa spettasse all’imperatore o al Papa. Cf. G. Mor, La reazione al “Decretum Burchardi”, 197.

[34] O. Capitani, Immunità Vescovili ed ecclesiologia in età pregregoriana e gregoriana, Spoleto 1966, 208.

[35] V. Dictatus Papae, II, cf. Hofmann, v. supra nota 21, Der “Dictatus Papae” Gregors VII als index einer Kanonessammlung?, 34-39. Afferma S. Pier Damiani: «Papa vero, quia solus est omnium Ecclesiarum universalis episcopus», in De Brevitate vitae pontificum romanorum.., (P.L. 145, 474 C.). Per conoscere lo sviluppo storico dell’uso di questo titolo v. Zaccaria, Anti-Febronius, I, Bruxellis-Lovanü, 1829, 289s. p. 437s.

[36] Cf. Rousseau, La doctrine du ministère episcopal …, in « L’Episcopat et l’Eglise Universelle», Paris 1962, 300.

[37] Cf. H.X. Arquillière, Saint Gregoire VII, 282 (v. supra nota 5) e Meulenberg, Der Primat der Römischen Kirche, (v. supra nota 6) 102-107 ; TH. FOERSTER, Bonizo von Sutri als gregorianischer  Geschichtsschreiber, Hahnsche Buchhandlung, Hannover, 2011, 276 (M.G.H. Studien und Texte, 53); A. TRIVELLONE, La Riforma "gregoriana" attraverso le miniature di Citeaux, in "Il potere dell'arte nel Medioevo" Ed. M. Gianandrea - F. Gangemi - C. Costantini, Campisano Ed., 2014, p. 619-629; GERD. ALTHOFF, Das Amtsverstaendnis Gregors VII. und die neue These  vom Friedenpakt in Canossa, FruehSt 48 (2014) 261-276; N. ALVAREZ DE LAS ASTURIAS, Gregorio VII y España. Entre Teología e Historia, AnthAn 61 (2014) 29-52 e C. SIEBER -LEHMANN, Papst und Kaiser als Zwillinge? Ein anderer Blick  auf die Universalgewahlten im Investiturstreit, Boehlau , Koeln-Weimar-Wien, 2015, 203; Brief und Kommunikation im Wandel. Medien, Autoren und Kontexte in den Debatten des Investiturstreits, F. HARTMANN (ed.), Boehlau Verlag,  Koeln - Weimar - Wien  2016, 401 (Papsttum im mittelalterlichen Europa 5).

[38] V. Dictatus Papae, XXII: Quod Romana ecclesia nunquam erravit nec imperpetuum scriptura testante errabit; K. Hofmann, Der "Dictatus Papae" Gregors VII als index einer Kanonessammlung?, loc. cit. 58-62. Espressioni simili erano già nella Coll. Anselmo dedicata e appariranno poi nel Decretum Gratiani (v. Coll. Anselmo dedicata: I, 27: Quod Romana ecclesia numquam erraverit nec hereticis novitatibus succubuerit (ps. Luc.); I, 29: Quae sit prima sedes et quod sedes apostolica servaverit catholicam fìdem (ps. Eus.); I, 30: Quod Romana et apostolica sedes numquam erraverit (ps. Marc.); Decr. Gratiani, C. XXIV, q. 1, c. 11: Romana ecclesia nullis heresibus succubuit. Item Eusebius Papa, episcopis Thusciae, ep. III. In sede apostolica extra maculam semper est catholica servata religio (ps. Eus.), in Richter-Friedberg, I, 969). Al tempo di Gregorio VII dal fatto della "inviolabilità" romana (come era stato affermato già molto prima di lui: v. ad es. W. De Vries, Die Struktur der Kirche gemäss dem IV. Konzil van Konstantinopel, Arch. Hist. Pont. 6 (1968), 13, 15 e 41) si deduce la impossibilità di appello dopo la sentenza del Vescovo di Roma (cf. Meulenberg, ibid. , 70-71) . In tal modo l’ ingiudicabiliche nella Chiesa carolingia tendeva ad essere del Vescovo (v. 174 , n. 22 di A. Marchetto, Episcopato e Primato Pontificio, v. supra nota 1) si polarizza su Roma. Per una conoscenza approfondita delle ripercussioni concrete  di queste  affermazioni  nel  rapporto  vescovi-papato, cfr. Miccoli, Chiesa  Gregoriana, Firenze 1966, 183, 187s.

[39] Caron nota che in Graziano si trova il concetto di suprema autorità del papato, soprattutto per quanto riguarda la sua qualità di unico e universale legislatore: P.G. Caron, I poteri del metropolita secondo Graziano, St. Grat. II, 254. Cf. Decr. Gratiani, D. XIX, c. 4: Quicquid Romana ecclesia statuit vel ordinat,  ab omnibus  est observandum  (derivante da una falsificazione); D. XIX, c. 5 (in Richter-Friedberg, I, 61) e D. XIX, c. 1: «decretales epistolae Romanorum Pontificum sunt recipiendae etiamsi non sint codici canonum compaginatae, quoniam inter ipsos canones unum B. Leonis capitulum constat esse permixtum, quo ita omnia decretalia constituta sedis apostolicae custodiri mandantur, ut si quis in illa commiserit, nouerit sibi veniam denegari»  (ibid., I, 59).

[40] Cf. Decr. Gratiani, D. XII, c. 2: Omnes sanctiones apostolicae sedis irrefragabiliter sunt observandae. Item Agato Papa omnibus Episcopis. Sic omnes apostolicae sedis sanctiones accipiendae sunt, tanquam ipsius uoce divina Petri firmatae (Richter-Friedberg, I, 60) e C. XXIV, q. I, c. 5: Non  soluitur  uel  ligatur  nisi  quem  auctoritas  BPetri  soluerit aut ligauerit (Richter-Friedberg, I, 978).

[41] Cf. Decr. Gratiani, D. XII, c. 2: que a sancta Romana et apostolica auctoritate iussa sunt, salutifere impleantur .. . (Richter-Friedberg, I, 27) e D. XVI, c. 8: Auctoritate Romani Pontifìcis sancta octo concilia roborantur (Richter-Friedberg, I, 45).

[42] Cf. Decr. Gratiani, C. XXV, ·q. 1, c. 7: Contra sanctorum statuta apostolicae sedis auctoritas aliquid concedere non ualet (Richter-Friedberg, I, 1008).

[43] Dictum Gratiani, post C. XXV, q. 1, c. 16: Ecco il testo completo: Si ergo primam sedem statuta conciliorum pre omnibus servare oportet. si pro statu omnium ecclesiarum necesse est illam impigro uigilare affectu; si ea, que a romanis pontificibus decreta sunt, ab omnibus seruare conuenit... Sacrosancta Romana ecclesia ius et auctoritatem sacris canonibus impertit, sed non eis alligatur. Habet enim ius condendi canones, utpote que caput et cardo est omnium ecclesiarum, a cuius regula dissentire nemini licet [...] Sacri siquidem canones ita aliquid constituunt, ut suae interpretationis auctoritatem sanctae Romanae ecclesiae reseruent. Ipsi namque soli canones ualent interpretari, qui ius condendi eos habent. Unde in nonnullis capitulis conciliorum cum aliquid obseruandum decernitur, statim subinfertur: "Nisi auctoritas Romanae ecclesiae imperauit aliter" uel "saluo tamen in omnibus iure sanctae Romanae ecclesiae" uel "salua tamen in omnibus apostolica auctoritate "» (Richter-Friedberg, I, 1010-1011).

Questo passo è commentato in Die "Summa Magistri Rolandi", ed. Thaner, Wagner, Innsbruck 1874, ad C. XXV, q. 1s. Decreti Gratiani, 103s. Cf. J.F. von Schulte, Zur Geschichte der Literatur über das Dekret Gratians, II, S.A.W. 64 (1870), 111: unde et pleraque conciliorum capitula ita concludunt: salvo in omnibus iure sanctae Rom. Ecclesiae, e anche in The "Summa Parisiensis" on the Decretum Gratiani, ed. T.P. McLaughlin, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, Toronto 1952, 230 ad C. XXV, q. l: «quaedam sunt quae in octo conciliis sunt celebrata, quae profitetur summus pontifex usque ad unum iota servaturum, et illa similiter non potest Romana ecclesia mutare [...] Illa igitur decreta quae dicunt summum pontificem decessorum suorum statuta mutare non posse, intelligenda sunt de illis quae ad fidem specialiter pertinent, sine quibus haberi salus aeterna non potest».

[44] V. Meulenberg, loc. cit., 61-62. L’uso da parte di Roma del termine "patriarca primate", di conio ps. isidoriano, è esaminato dalla. 884 al 1054 da H. Fuhrmann Pseudoisidor in Rom, Z.K.G. 78 (1967) , 28-29, 44, con le rispettive note. Cf. pure un importante giudizio dello stesso autore a p. 63.

[45] Meulenberg, loc. cit., 64, ispirandosi a Fuhrmann afferma: «An sich ueberstieg die tatsächliche Bedeutung des Patriarchates nicht die Position eines Erzbischofes (Fuhrmann, op. cit., 43-61). Aber trotzdem will der Papst die alte Ordnung beibehalten».  Vedi pure ibid., 93. Per un confronto  con il ruolo dei Patriarchi in Oriente : v. De Vries, Die Struktur der Kirche, Arch. Hist. Pont. 6 (1968), 7-42.

[46] Cf. P.G. Caron, I poteri del metropolita secondo Graziano, 273 e R. Morghen, Medioevo Cristiano, loc. cit., 111 e 114. Per un saggio della situazione metropolitana in precedenza, e cioè nella seconda metà del secolo IX, v. Ch. De Clercq, La législation religieuse franque, R. D. Can VIII (1958), 137-139, secondo il quale: «Dans la seconde moitié du IXe siècle les pouvoirs des Métropoiltains, dans leur province écclesiastique, se sont encore affirmés et précisés grâce à l'influence et aux èscrits d'Hincmar de Reims. Les métropolitains surveillent leurs suffragants, lorsqu’un de ceux-ci viole la loi ecclésiastique ils interviennent dans son diocèse sans y être invités. Le Pàpe Jean VIII veut en 876 rétablir en la personne d'Anségise, métropolitain de Sens, un vicaire du Saint-Siège au delà des Alpes, comme il en avait été désigné un en 844, mais les évêques francs ne l'acceptent que pour autant que les droits des métropolitains sur leur province soient intégralement respectés. En fait Anségise n'exerce jamais ces nouvelles fonctions, bien plus, en 878, Jean VIII accorde à Rostagne dArles le titre de vicaire du Saint Siège pour la Gaule, qui reste également sans conséquence». Al tempo di Leone IX e Gregorio VII invece, a giudizio di Rousseau, La doctrine du ministère épiscopal, si nota un indebolimento del potere metropolitano perché i Papi esercitano un controllo diretto sui Vescovi con lo scopo di sollevare l'episcopato dallo stato misero in cui si trovava.

Nota però Meulenberg, ibid., 60-61: «Kein Wort wird verloren über einen bestimmten Gehorsam seitens der Suffraganen. Mit solchen, dem Streben der pseudoisidorianischen Dekretalen entsprechendem Material hätte Gregor die Autorität des Metropoliten völlig untergraben können, aber er gehet hier einen anderen Weg [...] Man kann also feststellen, dass der Papst die hierarchische Stellung des Metropoliten deutlich akzentuirt, eine Tendenz, die auf der Fastesynode von 1080 ausdrücklich bestätigt wird durch das Dekret über Bischfswahlen». Ma ci pare che alcuni potrebbero obiettare che proprio perché Gregorio considerava i metropoliti come suoi delegati, anche se mai - sembra - lo affermò esplicitamente nelle sue lettere, egli ne vuol consolidare la posizione. Ad ogni modo anche per Meulenberg esiste un problema, ed egli lo ammette, per quanto riguarda la funzione vicariale o meno dei metropoliti rispetto all'universale episcopato papale (ibid., 65-66).

[47] Per capire l'affermazione risaliamo, con le parole di Meulenberg, al sec. X in cui «wird das Recht auf den Titel Erzbischof mit der Palliumsverleihung verbunden. Seine Verleihung durch den Papst konnte die metropolitane Gewalt leicht als delegierte Teilhaber, am Universalprimat und der Erzbischof als Stellvertreter des Papstes erscheinen lassen (in Adv. Simoniacos, I, 5, Umberto di Silva Candida parla dell'autorità del metropolita ad quem vice apostolicae sedis cura ipsius provinciae pertinet: M.G.H. Lib. de Lite, I, p. 108). Tatsächlich hat diese Idee im römischkatholischen Kirchenrecht offiziellen Eingang gefunden, aber erst in einer nach der gregorianischen Reform liegenden Zeit. Bis dahin lag sie gleichsam in der Luft» (Meulenberg, ibid., 65-66). Dopo aver riportato alcune regole stabilite dai predecessori di Gregorio VII il medesimo autore conclude: «Auf diese Weise wurden die Erzbischöfe nicht bloss fest an Rom gebunden, sondern auch mehr und mehr als delegierte Stellvertreter des Papstes behandelt» (ibid.66).

A questo proposito riportiamo una citazione, fatta da E. Kempf, Handbuch der Kirchengeschichte III/1 Herder, Freiburg-Basel-Wien 1966, 331, di un falso privilegio (a. 974-977) in cui si può leggere: «Petri Apostoli successores per loca [...] constituerunt archiepiscopos, qui eorum vices tenerent in ecclesiis».

     [48] Cf. K. Moersdorf, De conceptu Officii Ecclesiastici, "Apollinaris" (1960), 75-87. L'autore afferma che nel primo millennio le ordinazioni assolute erano proibite e considerate come "irritae" e "vacuae". Nella consacrazione era conferito tutto il potere per una data diocesi da esercitarsi però in comunione gerarchica con il vescovo di Roma (ibid., 80).

Sull'argomento v. pure: D.E. Heintschel, The Mediaeval Concept of an Ecclesiastical Office. An Analytical Study, The Catholic University of America, Washington, DC 1956; G. Caron, Appunti sui concetti di "auctoritas" e di "potestas" nel decreto di Graziano, Il diritto ecclesiastico LXVII (1958), 393s.; N. Hilling, Über den Gebrauch des Ausdrucks iurisdictio im Kanonischen Recht waehrend der ersten Hälfte des Mittelalters, AKKR 118 (1938), 165-170; Victor a Jesu Maria (Tirado ), De Jurisdictionis acceptione in iure ecclesiastico, Collegium lnternationale SS. Teresiae a lesu et loannis a Cruce, Romae 1940; E. Corecco, L'origine del potere di giurisdizione episcopale , La Scuola Cattolica XCVI (1968), 6-7, 9-10 e 41.

[49] Osserva P. Imbart de la Tour, Les élections episcopales dans l'Eglise de France du IX au XII siècle, Hachette et C.ie, Paris 1891, 176, che «C'est plus tard, par réaction alors contre le système féodal, que se dèvelopperont pleinement les principes que le Saint-Siège affirme, que Pseudo-lsidore généralise dans le droit. Les vrais successeurs de Nicolas et de Jean VIII ne sont pas Etienne V et Formoise, mais Léon et Grégoire VII» .

[50] In “Travaux et mémoires” 22/1: Costantinople réelle et imaginaire. Autour de l’Oeuvre de Gilbert Dagron, Paris 2018.

[51] V. il mio “Chiesa e Papato nella storia e nel diritto. 25 anni di studi critici, L.E.V. 2002, 467-477.

[52] Avant-propos de André Vauchez. Introductions de Paul Droulers et Girolamo Arnaldi, Bottega d’Erasmo, Torino 1978, I-LXIII, 476 ; 555.