di INOS BIFFI Al concilio Vaticano II il cardinale Giovanni Colombo ha dedicato una parte importante e significativa del suo impegno episcopale. Lo attestano i molteplici interventi, intesi sia a illustrare i testi conciliari sia a tradurli in precise scelte pastorali. Possiamo osservare subito che in questi documenti sul Vaticano II, spiccano i tratti che contrassegnavano la personalità di Colombo e distinguevano la forma del suo ministero: la chiarezza e la perspicuità della parola, il giudizio lucido e penetrante, la capacità di coglierne e rilevarne i contenuti essenziali delle questioni, la singolare capacità di discernere le situazioni, quindi la ponderatezza e l’equilibrio delle decisioni.
E in questo Colombo era soccorso dalla sua indole che lo premuniva dai facili entusiasmi o dalle deliberazioni precipitose, da cui non sempre furono preservati pastori meno zelanti, se non meno avveduti. Esaminando il magistero e l’atteggiamento dell’arcivescovo Colombo di fronte al concilio, possiamo distinguere due periodi, quello in cui il concilio era in corso, e del quale egli era attivamente partecipe, e quello della temperie post-conciliare, in cui si trattava di interpretare e di applicare il dettato vaticano. Colombo fu intensamente presente in entrambi, recandovi il suo contributo prima come padre conciliare e poi come responsabile di una grande Chiesa, che si trattava di introdurre nella lettera e nello spirito del concilio, di mostrarne insieme la continuità con la non mutabile e non aggiornabile Tradizione, e le novità o — come, con felice e per certi versi meno felice espressione, si proclamava — “aggiornamento”. La prima cura e il primo intento di Colombo nel periodo conciliare furono quelli di rendere i suoi stessi fedeli, da Milano, partecipi dell’evento, e lo fece specialmente attraverso le sue Lettere dal Concilio, che sono, oltretutto, dei piccoli gioielli di narrazione. In esse Colombo offriva — nella trascuranza di tutto quanto, ai margini del concilio, veniva rumoreggiando dalla pubblicistica dei vaticanisti, o dalla polemica dei teologi e talora dalla stessa loquacità di qualche padre — non solo un’acuta e articolata lettura teologica dei documenti vaticani, ma, più in generale, una nitida sintesi della sostanza del mistero cristiano, col rilievo puntuale delle novità che lungo il corso della riflessione ecclesiale hanno segnato il traguardo del concilio. Al cardinale premeva anzitutto cogliere la genesi del Vaticano II, sulla quale afferma: «Ci voleva non meno di tutta la candida saggezza e l’afflato mistico di Giovanni XXIIIper trovare il coraggio di indire e convocare con tanta celerità un Concilio Ecumenico in quest’ora complessa e travagliata della storia. Ma ci voleva la mente vasta, animatrice, sistematica, arditamente aperta di PaoloVIper continuarlo» — di fatto PaoloVIresterà il continuo e ammirato riferimento di Colombo, che da Montini era stato posto sulla cattedra di sant’A m b ro -gio. Ed esattamente secondo Montini, è da lui delineato il tema unificatore o il disegno organico intorno al quale si aggirano i decreti e le discussioni del padri, ossia la Chiesa, e Gesù Cristo. Scrive Colombo: «Le quattro grandi linee che nel pensiero di Paolo VIcostituiscono l’architettura del Concilio e del suo tema unificatore si congiungono in un vertice, Gesù Cristo, il Capo della Chiesa, con essa inseparabilmente congiunto, in essa indefettibilmente presente e operante. Non appena nella mente del Papa appare, come sullo sfondo di un’abside, la figura di Cristo, il suo animo “rapito e smarrito” erompe in un fremente inno di adorazione, di lode, di amore: “Cristo! Cristo nostro principio; Cristo nostra vita e nostra guida; Cristo nostra speranza e nostro termine... Cristo da cui veniamo, per cui viviamo, e a cui andiamo”». Tramite le L e t t e re , i fedeli ambrosiani sono tenuti al corrente di quel che avviene ed è via via oggetto di appassionata e libera discussione nell’assemblea conciliare, sulla quale, Colombo sente che «aleggia uno spirito di intensa e pacata religiosità». Egli è comunque persuaso che «il protagonista invisibile del Concilio, lo Spirito Santo, sta inserendo nei solchi della Chiesa, scavati dalle discussioni e dalle riflessioni dei Padri del VaticanoII semi mirabili, di cui solo i nostri posteri potranno misurare tutto lo svilupp o». L’arcivescovo di Milano è persuaso che «la Chiesa è in travaglio sotto l’azione misteriosa dello Spirito Santo. Domani mostrerà al mondo stupefatto il volto di una giovinezza incomparabile e affascinante». Solo che, insieme con l’azione dello Spirito, opereranno a Concilio finito, i fraintendimenti e le alterazioni e allora l’arcivescovo Colombo sarà severo e determinato nel denunziarli e stigmatizzarli. Tra i suoi interventi nell’aula conciliare possiamo sottolineare quello sull’educazione seminaristica: un argomento che egli ben conosceva e gli stava molto a cuore per aver trascorso diversi decenni come docente ed educatore nei seminari milanesi. Egli afferma: «Nell’educazione seminaristica si riscontrano indubbiamente parecchie lacune e persino difetti. Quanto ai difetti ne vanno in particolare menzionati due, per altro assai gravi e maggiormente deplorati e cioè l’assenza di un’unità organica e la mancanza di una formazione umana». «Non dobbiamo dimenticare che nella formazione seminaristica non si dà valido progresso, se questo non è unito al progresso nell’amore personale, sincero, virile, indiviso a Cristo: a chi lo avrà conseguito, tutto il resto sarà dato in aggiunta». Colombo non mancherà di mettere in guardia i suoi fedeli contro le idee false e le alterazioni della stampa sui contenuti e sulle discussioni conciliari. Scrive in una L e t t e ra , col gusto letterario a cui non seppe o non volle rinunciare: «Una di queste sere, guardando da Piazza S. Pietro, scorgevo, bassa sul cielo in fondo a Via della Conciliazione, una luna piena, così strana e buffa che simile non avevo mai vista: bislunga, di colore arancione fosco, sembrava un uovo enorme, ripieno di brace fumosa che trasparisse attraverso il guscio. Tanto al mio sguardo la luna appariva deformata dai densi vapori del tramonto d’ottobre. Così, pensavo non senza tristezza, il Concilio viene spesso sfigurato agli occhi degli uomini dalle nebbie della stampa. E ciò che, vissuto nell’interno dell’aula conciliare è un’esperienza incomparabile della presenza dello Spirito Santo operante nella Chiesa, riflesso all’esterno sui giornali che informano e deformano l’opinione pubblica, immerso nella cronaca mondana, viene fatto apparire come un conflitto di interessi partigiani e di passioni terrestri. Potrei ricordare molti casi, ma questa volta mi riferisco a uno particolare, e cioè ai giudizi superficiali e inesatti che sui giornali hanno fatto molto chiasso attorno alla questione del celibato ecclesiastico e all’intervento diretto del Papa in prop osito». Tra i documenti approvati e promulgati nell’ultima sessione del concilio vi è la costituzione Gaudium et spes. Colombo ritiene che «il documento più che a una “costituzione” assomiglia a una lettera stesa a cuore aperto, a eloquio effuso». Dunque, come si vede, un elogio della costituzione. Anche se, di fronte all’espressione «eloquio effuso» della penna di Colombo, è legittimo qualche sospetto. Giacomo Biffi nelle sue Me m o r i e ricorda l’osservazione di Hubert Jedin: «Questa Costituzione fu salutata con entusiasmo, ma la sua storia posteriore ha già dimostrato che allora il suo significato e la sua importanza erano stati largamente sopravvalutati e che non si era capito quanto profondamente quel “mondo” che si voleva guadagnare a Cristo fosse penetrato nella Chiesa». Anche Karl Barth, ricorda sempre Giacomo Biffi, aveva notato — ed era vero per «buona parte della mentalità del postconcilio» — che il concetto di “mondo” della Gaudium et spes non era quello del Nuovo Testamento. Quanto al cardinale Colombo, Giacomo Biffi riferisce la risposta che l’arcivescovo, «acuto e libero come sempre», aveva dato a monsignor Carlo Colombo, soddisfatto del risultato di tante discussioni: «Quel testo ha tutte le parole giuste; sono gli accenti a essere sbagliati». «Purtroppo — conclude Biffi — il postconcilio è stato influenzato e ammaliato più dagli accenti che dalle parole». Durante l’ultima sessione, il cardinale Colombo intervenne in aula, con singolare acutezza, su due fondamentali argomenti: «Matrimonio e famiglia» e «Ministero e vita sacerdotale». Riguardo a quest’ultimo, da lui genialmente approfondito come docente di teologia spirituale, osservava: «Il ministero sacerdotale sotto il profilo teologico sarebbe più fecondo se fosse ancor più chiaramente e strettamente congiunto col mistero della Chiesa, e se soltanto mediante la Chiesa fosse congiunto al sacerdozio di Cristo Signore». E vorrebbe, inoltre, che «fosse ancor più esplicitamente affermato che il ministero pastorale dei presbiteri non nasce soltanto dalla missione canonica, ma è congiunto con la pienezza sacramentale dello stesso sacerdozio dei vescovi, da cui il sacerdozio dei presbiteri promana e a cui rimane connesso nel suo esercizio». E così Colombo incomincia l’ultima Lettera dal Concilio: «Il Concilio è finito. Da qualche giorno si respira aria di congedi. I Padri dopo quattro autunni consecutivi di lavoro duro, irto di problemi e gravido di responsabilità, si preparano a partire, si salutano a vicenda non senza avvertire in cuore un’ombra di tristezza, promettono l’uno all’altro di non sciogliere nella lontananza gli amichevoli rapporti annodati durante le sessioni conciliari, e prima di separarsi posano volentieri per una fotografia di ricordo». E volgendo uno sguardo a tutto il concilio osserva che «è un controsenso parlare di “p ro g re s s i s t i ” da una parte e di “immobilisti” dall’altra»: «L’opera del Concilio si riscontra in una sintesi coraggiosa e propulsiva di diversi aspetti, in un equilibrio ricostituito nella valorizzazione armonica di verità complementari. Questo equilibrio dinamico e aperto, capace di creare un nuovo stile di vita nella Chiesa, è la nota dominante di tutti i documenti promulgati dal Vaticano II». «Io non dico — conclude — che il Vaticano II abbia fatto tutto, ma certo ha fatto molto, più di quanto si aspettava. Io dico che di là da ciò che è stato scritto e condensato nei documenti conciliari, il Vaticano II resterà nella storia per un nuovo vento pentecostale che spalanca porte e finestre, che ravviva ogni stagnante atmosfera, che abbatte muraglie anguste e angustianti, che sospinge la Chiesa verso l’avvenire incontro a Cristo che ritorna». Ma con la chiusura del concilio non finisce l’attività conciliare del cardinale Colombo. Essa continua assiduamente con tutta una serie di interventi mirati a presentarne e ad approfondirne il contenuto e a mettere in luce i suoi svariati campi di applicazione. Ne è così derivato un magistero multiforme, splendido per profondità, chiarezza e concretezza; e, insieme, vigile nel mettere in luce le interpretazioni fedeli, discriminandole prontamente, con estrema e lucida fermezza, da quelle arbitrarie e alteranti, che di fatto nel tempo postconciliare non mancavano di diffondersi e di propagarsi largamente. Nel 1987, frugando nella sua memoria, riandava all’ottobre del 1962, ai compagni di banco nell’aula vaticana, e «la pioggerellina autunnale che accolse la bianca processione dei Padri in piazza San Pietro, quasi “un presagio” del rinnovamento del concilio che sarebbe dovuto penetrare in noi, quieto e spontaneo, al modo di umidore fecondo, e non come uragano distruggitore». «Un ultimo ricordo — aggiungeva — non so tralasciare, ed è quello di Papa Giovanni, assorto in preghiera e trasparente di gaudio interiore durante la liturgia del mattino, e così lirico e popolare a sera, quando parlò alla folla rischiarata dalle fiaccole e guardata dal cielo da una luna piena e tutta splendente».
© Osservatore Romano - 16 giugno 2013