Le parole di Ratzinger sono come una luce
chiara e paziente, e viene da pensare a quella che John Henry Newman chiamava
"luce gentile" (kindly light). Una luce che porta i lettori a fare
chiarezza sulle domande fondamentali della vita ripresentate nel modo in cui si
pongono oggi. In questo conta certamente il fatto che egli sia stato per anni un
professore, abituato quindi a farsi ascoltare da menti giovani, e che a detta di
molti testimoni sia stato un professore ottimo.
La pubblicazione dell'opera
omnia di Benedetto XVI costituisce quindi un'operazione di grande importanza sul
piano culturale, e non solo su quello religioso; anche perché mette in evidenza
un carattere particolare del Papa attuale, quello cioè di essere un
intellettuale di grande profondità, un uomo che, sul piano teologico, ha
profondamente riflettuto sulla funzione della Chiesa e della fede nel suo tempo,
un sapiente che cerca di capire sino in fondo il mondo in cui si trova a vivere.
Certamente, un Papa così era necessario in questo momento storico, ed è
difficile non riconoscerlo: la modernità, infatti, è soprattutto una
crisi di senso, cioè una frattura culturale che comincia dal modo stesso di
concepire l'essere umano. Non bastava che la Chiesa cattolica mantenesse il suo
ruolo di custode fedele della tradizione; ci voleva un passo in più, un salto di
lucidità per trovare il modo di spiegare al mondo contemporaneo il patrimonio
della tradizione, e per farlo ci voleva un intellettuale che questo mondo lo
comprendesse sino in fondo.
Le opere di Ratzinger sono innanzi tutto la
storia di questo processo di comprensione e, soprattutto, la ricerca di una
risposta cristiana adeguata alla modernità e alla secolarizzazione. E sono anche
la prova che in un momento di crisi religiosa così forte come quello che stiamo
vivendo è importante, anzi necessario, che colui che è divenuto la guida
visibile della Chiesa riunisca in sé le qualità di pastore con quelle
di intellettuale, di teologo, di sapiente.
Attraverso l'Opera omnia
abbiamo quindi modo di capire il suo pensiero, comprendendo il quale
diventano più chiare le sue scelte e le sue azioni come Pontefice, ma al tempo
stesso possiamo in questo modo capire meglio noi stessi, esseri umani travolti
dalla modernità, abituati a vivere in una atmosfera culturale che procede
ignorando la verità e quindi anche la sua ricerca.
Amore e quindi difesa
della Chiesa costituiscono una caratteristica di fondo, nella seconda parte
della sua vita, a partire dal 1977: prima come arcivescovo di Monaco e
Frisinga, e poi dal 1982 a Roma come prefetto della Congregazione per la
Dottrina della Fede. Amore e difesa della Chiesa che non lo inducono mai, però,
a un atteggiamento di chiusura difensiva, come invece amano pensare molti,
soprattutto i giornalisti. Lo rivela la sua apertura alle domande e ai dubbi,
considerati sempre come un momento positivo di crescita.
Sulla fertilità del
dubbio come momento necessario per muoversi alla ricerca della verità, Ratzinger
ha scritto parole intense e bellissime proprio in quest'opera: "Sul credente
pesa la minaccia dell'incertezza, che nei momenti della tentazione gli fa
duramente e d'improvviso balenare dinnanzi agli occhi la fragilità del tutto, il
quale ordinariamente gli appare invece tanto ovvio". Ma, "come sinora abbiamo
riconosciuto che il credente non vive senza problemi, ma è costantemente
minacciato dal rischio di precipitare nel nulla, così riconosceremo adesso il
mutuo intrecciarsi dei destini umani, giungendo a dover ammettere che nemmeno il
non credente conduce un'esistenza perfettamente chiusa in se stessa". Una
scoperta della fertilità del dubbio che può portare addirittura a un incontro:
"E chissà mai che proprio il dubbio, il quale preserva tanto l'uno quanto
l'altro dalla chiusura nel proprio isolazionismo, non divenga il luogo della
comunicazione".
Sarebbe questo il rigido difensore della Chiesa e
dell'ortodossia pronto a condannare ogni dubbio, come tanto spesso Joseph
Ratzinger, prima e dopo l'elezione papale, è stato dipinto? La lettura delle
opere permette di dissipare molti luoghi comuni, e di fare interessanti
scoperte.
"Niente può diventare retto, se noi non stiamo nel retto ordine
con Dio" ci ricorda Ratzinger nel magistrale e toccante commento al Padre
Nostro, Solo tornando ad ascoltare e a capire Gesù si possono trovare le
risposte vere ai problemi che pone il mondo di oggi.
Proprio per questo
motivo, come spiega chiaramente nell'introduzione, il primo volume pubblicato
dell'Opera omnia è l'undicesimo, e cioè la raccolta di scritti dedicati
alla liturgia: "Prima di tutto Dio: questo ci dice l'iniziare con la
liturgia", affermazione che mette in chiaro come tutta l'opera di Ratzinger si
deve considerare come un servizio a Dio e alla Chiesa, piuttosto che un
esercizio di cultura e di intelligenza individuali. Una fatica intellettuale
donata a Dio, come spiega lui stesso con limpida chiarezza: "Non ho mai cercato
di creare un mio sistema, una mia particolare teologia. Se proprio si vuole
parlare di specificità. Si tratta semplicemente del fatto che mi propongo di
pensare insieme con la fede della Chiesa, e ciò significa pensare soprattutto
con i grandi pensatori della fede".
La sua opera principale sul tema
liturgico, Lo spirito della liturgia, si ricollega fin dal titolo
all'opera analoga di Romano Guardini che - scrive Ratzinger nella prefazione -
"ha contribuito in modo essenziale a far riscoprire la liturgia nella sua
bellezza, nella sua nascosta ricchezza e nella sua importanza lungo i secoli
come centro vivificante della Chiesa e come centro della vita cristiana". E
continua: "Come per Guardini, così anche per me non si tratta d'indugiare su
discussioni o indagini di natura scientifica, ma di offrire un aiuto per la
comprensione della fede e per il giusto compimento della sua fondamentale forma
espressiva nella liturgia". Sono dichiarazioni che rivelano il senso del lavoro
teologico di Ratzinger, il suo porsi in continuità con la tradizione, a servizio
della Chiesa, piuttosto che mirare alla fama scientifica e accademica.
Dichiarazioni che sottolineano anche il suo legame con Guardini, rivendicato qui
apertamente, in modo unico e particolare all'interno della sua opera.
Questo
legame, che si traduce in uno slancio a continuarne l'opera, è evidente in tutti
gli scritti di Ratzinger, in tutto il suo lavoro intellettuale. A cominciare
dalla tensione verso le domande del presente, come scriveva lo stesso Guardini:
"Il nostro tempo è dato a ciascuno di noi come terreno sul quale dobbiamo stare
e ci è proposto come compito che dobbiamo eseguire". Poi nella scelta di un
linguaggio moderno, molto netto, che arriva immediatamente al cuore delle cose.
Un linguaggio che, come ho già sottolineato, non è mai difficile, ma cerca
sempre di comunicare nel modo più facile possibile quello
che vuole dire. Un linguaggio che non è mai autoreferenziale, non indulge mai a
quel gergo che invece è purtroppo così diffuso nella cultura cattolica
contemporanea, separandola completamente da quella laica, e che soprattutto non
suscita riflessione e quindi vero coinvolgimento personale.
Nelle parole di
Ratzinger e di Benedetto XVI non ci sono mai cadute in questo senso, non ci sono
banalità, concetti scontati e privi ormai di valore per essere stati ripetuti
troppe volte. E la questione del linguaggio è un problema fondamentale per
toccare il cuore dei credenti e soprattutto per farsi ascoltare dal resto del
mondo, un problema che la Chiesa di oggi può risolvere seguendo l'esempio del
Papa.
Ratzinger non si limita solo alla ricerca della comunicazione più
comprensibile, ma, continuando il lavoro di Guardini, vuole restituire ai
cattolici quella dignità intellettuale che sembrano avere perso, tanto che molti
cattolici colti si vergognano addirittura un po' di essere cattolici, fino ad
arrivare a pensare che la loro vita intellettuale è una cosa e il loro essere
credenti un'altra. Romano Guardini ha rovesciato completamente questo punto di
vista scrivendo che, al contrario, essere cattolico permette di avere un punto
di vista più ricco nei confronti della realtà, della storia, del pensiero,
perché "ogni vero e reale credente è un vivo giudizio sul mondo" in
quanto possiede, in parte, anche un punto di vista fuori del mondo: la
Weltanschauung cattolica è così "lo sguardo che la Chiesa volge sul
mondo, nella fede, dal punto di vista del Cristo vivente e nella pienezza della
sua totalità trascendente ogni tipo".
Ne abbiamo una prova anche dal modo in
cui Ratzinger affronta i problemi che le biotecnologie pongono al mondo attuale,
e di cui egli coglie il senso profondo, quello di rimediare alla debolezza
umana, di riscattare l'essere umano dalla sua finitezza. Non è una novità di
oggi: in tutte le religioni e sistemi filosofici l'essere umano viene percepito
come un essere caduto, condannato alla sua finitezza, per cui redenzione
significa "liberazione dalla finitezza, che come tale è il vero peso che grava
sul nostro essere".
A un mondo che cerca di liberarsi dalla finitezza con
gli strumenti della tecnoscienza, che fa della dipendenza la peggiore
umiliazione e nega quindi in questo modo, in nome della totale autonomia
individuale, la fede religiosa, il culto divino risponde mostrando quale è la
vera via della redenzione, l'unica attraverso la quale l'essere umano può
salvarsi. Proprio per questo la liturgia è al centro dell'opera di Ratzinger, il
suo cuore, perché "l'adorazione, la giusta modalità del culto, del rapporto con
Dio, è costitutiva per la giusta esistenza umana nel
mondo".
(©L'Osservatore Romano - 28 ottbre 2010)