di BENIAMINO STELLA Bisogna superare una lettura superficiale della relazione tra preti e laci, come se fosse un fatto puramente “politico”, cioè riguardante una strategia pastorale o una semplice modalità di convivenza umana. Si tratta, invece, di qualcosa di più importante, che si radica in una corretta visione ecclesiologica. Infatti preti e laici sono reciprocamente ordinati l’uno agli altri e la loro intima collaborazione è necessaria per l’unità della Chiesa e perché, attraverso la missione di questa, risplenda nel mondo l’unità del mistero di Cristo.
Tutto ciò esige che i presbiteri siano preparati e formati secondo un preciso orientamento, che la Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il clero cerca di indicare. Si tratta, anzitutto, di aiutare i candidati al ministero ordinato ad assumere e integrare nella propria vita una corretta visione ecclesiologica, insieme ovviamente a quell’insieme di virtù umane, spirituali, intellettuali e pastorali che li renda persone affettivamente mature, equilibrate, serene nel tratto relazionale e configurate a Cristo in modo da essere pastori al servizio del popolo di Dio. Per i futuri ministri sacri, insomma, il dialogo e la collaborazione con i laici dovrà rappresentare sempre di più un aspetto fondamentale dello stile pastorale, la cui maturazione dipenderà anzitutto dall’accompagnamento dei candidati e dagli strumenti che saranno loro forniti perché, vincendo ogni tentazione narcisistica, essi imparino a condividere il lavoro con i fratelli. Per incoraggiare questo obiettivo, la Ratio fundamentalis tratteggia la fisionomia dell’identità presbiterale all’interno del popolo di Dio. La natura e la missione del sacerdote, cioè, in sintonia con quanto affermato dal concilio Vaticano II , «è da intendersi all’interno della Chiesa, popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito santo, al cui servizio essi consacrano la loro vita» (n. 30). Essendo tutta la comunità credente unta dallo Spirito santo e costituita sacramento visibile per la salvezza del mondo e popolo sacerdotale, la Ratio afferma che «l’unità e la dignità della vocazione battesimale precedono ogni differenza ministeriale» (n. 31) e, pertanto, così come afferma anche il decreto Presbyterorum ordinis , il ministero sacerdotale è da intendersi come servizio alla gloria di Dio e ai fratelli laici. Allo stesso tempo, la Ratio raccomanda che «i futuri presbiteri siano educati in modo da non cadere nel “clericalismo”» (n. 33). Un’altra questione riguarda il discernimento sullo specifico del ministero presbiterale. Sarà difficile promuovere questa necessaria interazione tra ministero presbiterale e ministerialità laicale fino a quando i preti — un po’ per il senso di responsabilità che grava sulle loro spalle, ma talvolta anche per un eccesso di protagonismo, per la paura di delegare o per il desiderio di tenere tutto sotto controllo — continueranno a svolgere mansioni pratiche, a volte anche onerose in termini di dispendio di tempo ed energie, che competono invece al carisma dei laici e che i fedeli laici potrebbero svolgere con più competenza. Non è un caso che, nel questionario in preparazione al Sinodo dei vescovi dell’o t t o b re scorso, un giovane abbia affermato: «Dove i sacerdoti sono liberi dalle incombenze finanziarie e organizzative, possono concentrarsi nel lavoro pastorale e sacramentale che tocca la vita delle persone». Si tratta di un’interessante provocazione, che richiama la formazione sacerdotale ad accompagnare i presbiteri nel riconoscimento sempre più chiaro della specificità del loro ministero e delle priorità spirituali e pastorali cui devono dedicarsi. Al fine di coltivare l’interazione tra ministero ordinato e ministerialità laicale, la Ratio prevede che in seminario vi sia una presenza stabile e di qualità di figure laicali e di persone appartenenti alla vita consacrata; solo così, infatti, i seminaristi potranno essere «formati a un giusto apprezzamento dei diversi carismi presenti nella comunità diocesana; il presbitero, infatti, è chiamato a essere l’animatore della diversità dei carismi all’interno della Chiesa». (n. 150). In definitiva, si tratta di formare dei futuri presbiteri che non perdano mai il senso di appartenenza alla Chiesa, alla comunità concreta che li ha generati alla fede e al ministero; configurato a Cristo buon pastore, il prete è chiamato a immergersi nella vita concreta del popolo che gli è affidato, accompagnando i travagli dell’esistenza delle persone, ascoltandone con pazienza e amore le difficoltà, incoraggiandone i progetti e le speranze, sollevandole dalle cadute e dalle stanchezze, e offrendo loro la consolazione della parola e dei sacramenti in ogni circostanza della vita. La necessaria interazione tra ministero ordinato e ministero laicale rappresenta un punto fondamentale e imprescindibile per le sfide dell’evangelizzazione, che attendono la Chiesa. Essa sarà tanto più possibile, quanto si punterà su una rinnovata formazione dei candidati al ministero ordinato e di un laicato consapevole e responsabile. C’è bisogno sempre più di un popolo cristiano educato alla scuola della parola, radicato in una spiritualità viva e ardente nella operosa testimonianza del Vangelo e del regno di Dio in tutti gli ambiti della vita pubblica e sociale; al contempo, occorre formare preti che abbiano il passo del popolo, che camminino in mezzo ai fratelli e si facciano loro servitori nella carità.
© Osservatore Romano - 16 dicembre 2018