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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Il rito natalizio della benedizione dello stocco e del berrettone in uso dal XIV al XIXsecolo

di Stefano Sanchirico

Dal XIVsecolo alla metà del XIXse-colo un particolare rito è stato an-noverato tra le celebrazioni natalizie pontificie: la benedizione dello stoc-co e del berrettone. Gladium et Pi-leum, Ensis et Galerus si donavano a sovrani, principi o a capitani, bene-meriti della Chiesa. Quest’uso, ci conferma il Moroni, successe alla metà delXIVsecolo a quello più an-tico di inviare ai sovrani lo stendar-do di San Pietro, decorato della sua immagine e delle Chiavi pontificie. Il Papa “limosino” Innocenzo VI (1352-1362) avrebbe iniziato ad Avi-gnone la tradizione della benedizio-ne dello stocco e del berrettone, ma la prima notizia certa su tale rito ri-sale all’anno 1386 quando Urbano VI(1378-1389) li donò a Lucca a For-tiguerra Fortiguerri.
Si trattava di una distinzione par-ticolarmente ambita dai sovrani e dai militari e che era destinata all’imperatore, qualora si trovasse a Roma nel periodo natalizio. Il dono dell’arma benedetta era sempre ac-compagnato dal berretto ducale di velluto cremisi su cui vi era ricamata in perle la colomba dello Spirito Santo, mentre lo stocco, realizzato prevalentemente, ma non solo, da botteghe orafe romane o toscane, recava inciso sulla lama il nome del Papa e l’anno di Pontificato nel quale veniva benedetto e sul fodero campeggiavano le armi della Santa Sede e del Pontefice. Agostino Patrizi Piccolomini de-scrive minuziosamente nella sua opera Sacrarum Cerimoniarum San-ctae Romanae Ecclesiae libri tres il ri-to della Benedizione e della conse-gna dello stocco e del berrettone e lo colloca prima del mattutino di Natale, se il Papa vi partecipava, o in alternativa prima della messa del-la notte. Il Patrizi indica come luo-go abituale della benedizione la sala dei paramenti detta del Pappagallo, oppure la sagrestia della basilica di Santa Maria Maggiore, ad Presepe, qualora il Pontefice vi celebrasse o assistesse alla messa della notte, as-segnata tradizionalmente dalla litur-gia stazionale romana a quella basi-lica. Dopo la costruzione del Quiri-nale il rito poteva celebrarsi nelle sale dei paramenti di quel palazzo. La sequenza rituale è rimasta prati-camente immutata fino alla metà del XIX secolo: il Papa, dopo aver as-sunto i paramenti sino alla stola, imponeva l’incenso offertogli dal cardinale primo prete, pronunciava la preghiera di benedizione, asper-geva e incensava lo stocco e il ber-rettone che, presi da un tavolo orna-to di tovaglie e con due candelieri accesi, erano sorretti da un chierico di camera genuflesso in cotta e roc-chetto, o in cappa, qualora il Papa non celebrava, ma assisteva alla messa successiva o al mattutino. La spada veniva sorretta dalla sua impugnatura e il berrettone era col-locato sulla punta della medesima. Il chierico di camera portava la spa-da e il berrettone precedendo la cro-ce papale fino alla cappella o al luo-go della celebrazione del mattutino o della messa. Una volta giunto da-vanti all’altare in cornu epistolae li consegnava ad un mazziere che li avrebbe sostenuti fino al termine della celebrazione, mentre detto chierico andava a porsi accanto al decano della Rota che ministrava la mitra, se questi non era in tunicella, altrimenti prendeva posto tra gli al-tri chierici di camera. Il Fornici, autore di un manuale a uso dei cerimonieri pontifici, che ri-prende quello più completo di mon-signor Dini, così descrive, nel 1853, quest’aspetto della celebrazione del-la messa della notte di Natale: «Al lato dell’epistola, prossimo all’a l t a re , regga un mazziere in tutto il tempo della messa lo stocco e il berrettone i quali si portano nell’accesso e nel recesso dall’ultimo chierico di came-ra in cotta e rocchetto e si benedico-no dal Papa prima del mattutino della notte, se il Papa vi assiste, o nella mattina prima che il Papa as-sume il piviale per assistere alla messa». Lo stocco e il berrettone venivano poi, con un cerimoniale analogo a quella della rosa d’oro, inviati al de-stinatario a mezzo di una legazione apostolica. Un singolare rituale, ben descritto da Patrizi Piccolomini, aveva luogo nel mattutino di Natale quando fosse presente il sacro roma-no imperatore o qualche altro sovra-no a cui spettava il dono pontificio. L’imperatore, rivestito di cotta e di piviale, indossato alla maniera dei vescovi e cinto dello stocco benedet-to, cantava la settima lettura del mattutino, Exiit edictum a Cesare Au g u s t o . Prima di procedere al canto l’imperatore, nel momento in cui si avvicinava al Papa per chiedere la benedizione, vibrava per tre volte lo stocco in aria dopo averlo fatto toc-care per terra, mostrandosi pronto alla difesa del Vangelo. Gli altri sovrani e principi, com-pivano lo stesso gesto, ma alla quin-ta lettura in quo conflictu, che era lo-ro riservata, indossando il piviale al-la maniera degli avvocati concisto-riali, cioè con l’apertura verso il braccio destro. Tale consuetudine cadde in disuso tra il Sei e il Sette-cento, i maestri di cerimonia dei pri-mi anni dell’Ottocento non ne fan-no più esplicita menzione nelle indi-cazioni per la celebrazione, riservan-do il canto di tutte le letture del mattutino ai cardinali diaconi, quan-do il Papa era presente, o ai cappel-lani cantori quando questi era as-sente. È interessante notare la spiegazio-ne simbolica che veniva data al rito. A riguardo Patrizi Piccolomini ri-porta un’omelia di Sisto IV (1471-1484), pronunciata in quella circo-stanza, nella quale si afferma che detta benedizione, posta nell’ambito delle celebrazioni natalizie, ricorda al principe destinatario del dono pontificio che egli non ha la potestà secolare e lo jus della spada né da se stesso né dai suoi popoli, bensì da Cristo re e supremo monarca. L’abate Rainaudo, così descrive il significato del rito: «L’uso della spada si dimostra per il cappello tempestato di perle accomodate in maniera che rappresentano una co-lomba, perché avendo il principe quasi velata la testa per l’ubbidien-za, gli si dà con la spada il cappello per dimostrare che non altrimenti, a suo capriccio, valer si deve della po-destà della spada, ma secondo i det-tami della ragione e gli ordini di chi gliela diede, ch’è Dio capo e Signo-re di tutti. Così si comprende che bisogna adoperare la spada, non se-condo il dettame dello spirito uma-no, soggetto all’ira, all’ambizione, alla vendetta, ma nello spirito rap-presentato dal candore delle perle di chi mentre visse tra noi fu più can-dido di esse ed a cui chi serve regna e gioisce». Lo stocco, inoltre, prosegue il ci-tato autore: «Significa l’infima po-tenza del Figlio di Dio che nella notte del suo nascimento prese car-ne umana e al quale l’eterno Suo Padre diede ogni potere in cielo e in terra. Porta altresì la spada il simbo-lo della giustizia e della prudenza, tanto necessarie in ogni principe e finalmente si aggiunge la cintura in-tessuta tutta d’oro e di gemme pre-ziose per significare il decoro e la maestà con il quale devono i princi-pi sostenere la loro missione». Più di ogni altro è il testo stesso della benedizione che suggerisce il senso più profondo del rito: “Ti chiediamo Signore Gesù Cristo di degnarTi di benedire questa spada in difesa della Santa Romana Chie-sa e della Repubblica cristiana, co-stituita a mezzo della nostra benedi-zione per il castigo dei malfattori e a onore invero dei buoni, affinché per mezzo di essa colui che ne sarà cinto, con la Tua ispirazione, eserciti la forza con giustizia ed equità, ro-vesci l’iniquità e protegga e difenda da ogni pericolo la tua Santa Chiesa e i suoi fedeli, che per redimere con il tuo sangue prezioso, oggi ti sei degnato di scendere sulla terra e as-sumere la nostra carne …». Parole che rimandano a ideali di giustizia e di equità che dovrebbero caratterizzare in ogni contesto e lati-tudine quanti sono chiamati al servi-zio del bene comune. Molte di que-ste armi pontificie e in alcuni casi anche il berrettone, si possono am-mirare in vari musei del mondo, so-lo Venezia ne possiede ben tre. Nella Sagrestia Pontificia sono tuttora conservati uno stocco ed un berrettone, benedetti nel 1824 da Leone XII(1823-1829), la cui desti-nazione è incerta, perché in quell’anno furono destinati al duca di Angoulême, ma in una scheda d’inventario li si attribuisce al mar-chese di Mac Swiney ed uno stocco, benedetto nel 1877 dal Beato Pio IX (1846-1878), destinato all’ultimo co-mandante dell’esercito pontificio il generale Kanzler, e al suo stato maggiore.

© Osservatore Romano - 6 gennaio 2013