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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Santa Messa Pordenone© Diocesi di Concordia e Pordenone

Cari Fratelli e Sorelle in Cristo,
Con grande benevolenza il vostro Vescovo, Mons. Giuseppe Pellegrini, che vivamente ringrazio, mi ha voluto invitare a presiedere questa Liturgia Eucaristica nella solennità patronale di Santo Stefano Protomartire, di cui oggi si ricorda, per antica tradizione, il rinvenimento delle Reliquie.
Un cordialissimo saluto anche al Vescovo emerito, Monsignor Ovidio Poletto.
Questa Chiesa Cattedrale è dedicata al primo Diacono che volentieri offrì la propria vita per testimoniare Cristo davanti a furiosi legalisti e scribi della Sinagoga dei ‘Liberti’ in Gerusalemme; gente che, dopo aver odiato e condannato Cristo alla croce, ora odia anche lui; come in modo analogo Cristo morì perdonando i suoi crocifissori, così anche Stefano muore perdonando chi lo condannava e lapidava.Oggi il Clero di Concordia-Pordenone si ritrova attorno al suo Vescovo con il quale intende idealmente ripartire per il cammino del nuovo anno pastorale che lo attende.  Desidero anzitutto formulare i miei auguri e darvi il mio incoraggiamento.  Concordia-Pordenone è una Chiesa antica, con una lunga storia di bene e di sofferenze, che ha saputo mantenere la propria fedeltà a Cristo; è una Comunità viva che per questo ha sempre bisogno della guida e della grazia dello Spirito Santo, per discernere i fatti e gli eventi e fare le proprie scelte pastorali; in tal modo saprà anche rispondere, nella fedeltà a Cristo, alle attese del Popolo di Dio.  Questa solennità, possiamo anche dire, è la festa della Famiglia ecclesiale di Concordia-Pordenone, che si ritrova attorno alla straordinaria figura di un Santo su cui vorrei brevemente riflettere con voi.
Ricordano gli Atti degli Apostoli che Stefano, “pieno di grazia e di potenza” (At 6, 8), predica Gesù Cristo; non c’è, infatti, fede senza annuncio, né si può avere l’annuncio senza la fede; ma sappiamo anche che la fede e l’annuncio possono generare il martirio.  Stefano aveva incontrato nella sua giovane esistenza Gesù, non sappiamo se lo aveva visto fisicamente; tuttavia, da lui era fraternamente attratto e sentiva suo dovere predicarlo come compimento della Storia della fede in Israele; ne era talmente innamorato che, annota l’Autore degli Atti degli Apostoli, “il suo volto (era) come quello di un angelo” (At 6, 15).  Ma predicare Cristo, non era semplice; tanto più in una società religiosamente e fortemente strutturata come quella in Gerusalemme; il Signore, stando proprio al brano del Vangelo che abbiamo ascoltato, aveva messo in guardia i discepoli “dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno, …, per causa mia” (Mt 10, 17); una parola di verità che non si è esaurita nel passato.  Anche oggi, infatti, quanti martiri, quante persecuzioni e discriminazioni religiose nel mondo; quante offese, quanto odio reale anche nei paesi di antica tradizione cristiana e ora anche in quei luoghi virtuali, i media (facebook, istangram, ecc.), dove l’anonimato spesso eccita il peggio dell’animo umano!
Un secondo aspetto che desidero qui richiamare alla nostra attenzione è l’imitazione di Cristo nella luminosa figura di Santo Stefano.  Non possiamo immaginare la breve e generosa vita di Stefano se non in quanto giovane affascinato da Cristo, nel quale egli vedeva con chiarezza il compimento della rivelazione iniziata con Abramo, continuata nell’alleanza sinaitica e nei Profeti.  La cultura biblica di Stefano non era uno sfoggio della sua intelligenza, ma il frutto di una sapienza che gli proveniva dall’attento studio della Scrittura sacra e dallo Spirito Santo, tanto che, annotano ancora gli Atti degli Apostoli, nessuno “riusciva a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava” (At 6,10).  L’incontro con Cristo e la conoscenza di Lui avevano fatto di Stefano un giovane pieno di Spirito Santo, di grande fervore, insomma un innamorato ad immagine del suo Maestro.
Il terzo aspetto è il perdono, anzi la preghiera del perdono!  Stefano, che, come Gesù aveva rimesso nelle mani del Padre il suo ultimo respiro, lo imita affidando la sua vita a Gesù, non senza pregare per il perdono di coloro che lo lapidavano.  Questa storia di affidamento e di perdono, è una storia infinita che attraversa tutta la vita della Chiesa, dagli antichi martiri, anche di questa Terra di Concordia-Pordenone, fino ai nostri giorni.  Posso testimoniarvi, come Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, di essere stato testimone varie volte della sofferenza, ma non dell’odio di tanti cristiani; penso qui, ad esempio, al volto delle migliaia di persone, cristiani, yazidi, kaki, ecc., cacciate via nei mesi di luglio-agosto del 2014 dall’Isis, ossia dai terroristi del cosiddetto Califfato che si erano impossessati prima di Mosul e poi della Piana di Ninive in Iraq; in quei volti c’era angoscia, c’era tutto il dramma di chi aveva perso assolutamente tutto, ma «non la fede, né la propria dignità umana», come mi volle espressamente dire un cristiano laico nel villaggio di Alqosh: «Non ho più nulla, ma conservo la fede!».
Qualche settimana fa ho visitato, recandomi in Sri Lanka, i sopravvissuti degli attentati delle Chiese in quel Paese, dove sono state uccise centinaia di cristiani, ed altri, dai terroristi islamici la mattina di Pasqua scorsa mentre partecipavano alla Messa festiva: donne, bambini, uomini, anziani. Negli occhi dei sopravvissuti e dei parenti che mi mostravano le immagini dei propri cari sui telefonini personali c’era indicibile sofferenza, mestizia e emozione profonda, ma non odio: “Sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato” (Mt 10, 22).  Queste sono le parole del Vangelo di oggi e mi sono venute in mente mentre ascoltavo e raccoglievo il pianto di famiglie distrutte: «Perché? Perché?».
A noi, in Concordia-Pordenone, il Signore non chiede una testimonianza cruenta di fedeltà, ma forse una fedeltà quotidiana che, a volte, è anch’essa eroica, contro ogni tentazione, scandalo, situazione in cui sembra che Dio sia quasi scomparso.  Ci chiediamo allora: Dov’è Dio?, il perenne interrogativo dell’uomo disperato davanti al figlio gravemente malato, alla donna vittima della violenza domestica ed extra, al viandante abbandonato a se stesso, all’anziano dimenticato, ad un tumore che non dà scampo, alla situazione di una famiglia disperata, al male dilagante.  Perché siamo tutti scandalizzati dal male che ci tocca.  Dov’è Dio? Ci chiediamo.  Sant’Agostino diceva che di Dio non vediamo il volto, ne vediamo invece solo le orme, a volte confuse tra altre, ma non il volto; dei propri genitori di cui un orfano non ha mai visto il volto, rimane sempre in lui un intimo desiderio di conoscerli; nonostante l’impossibilità di conoscerli nessuno nega che essi siano esistiti.  Di un fiore ne cogliamo la bellezza, ma non la potenza che lo genera.  Dell’amore ne vediamo il frutto, ma non l’essenza.  Dio, cari fratelli e sorelle, lo percepiamo nel bene, nel mistero del perdono, mai nell’odio.
Santo Stefano – che conobbe il Signore nel suo cuore, ne fu rapito e lo confessò – lascia a questa Chiesa di Concordia-Pordenone il messaggio che essa mai si stanchi di confessare Gesù Cristo e di amarlo profondamente; e che lo annunci sempre e in ogni modo a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo. È la grande missione che affido a questa Comunità diocesana, forse utile al programma pastorale che vi proponete per il prossimo anno pastorale.  Auguri di ogni bene!