di INOS BIFFIIl 29 maggio 1926, esattamente novanta anni fa, Giovanni Colombo veniva ordinato sacerdote nel Duomo di Milano, che sarebbe poi stata la sua cattedrale. Egli così ricordava: «Quella mattina avevo in corpo una contentezza tale che non sentivo neppure l’asfalto del marciapiede sotto il mio passo. Mi sembrava di volare.
Il cielo era azzurro, solcato da rare e lunghe nuvole ». Ricordare il cardinale Colombo in questo novantesimo non significa soltanto ripensare al suo episcopato, insigne per il suo lucido e non accomodante magistero, per la sua non titubante fermezza, per il senso di responsabilità nelle sue scelte, per l’attaccamento alla tradizione ambrosiana — che lo rendeva scrupoloso nell’esserle fedele, senza mancare di coraggio nelle innovazioni: si pensi solo alla riforma della liturgia ambrosiana, provvidenzialmente avvenuta con lui e da lui promossa e sostenuta, e per la quale è pensabile e auspicabile che continui a vegliare e a intercedere dal cielo. Aveva fatto di tutto per stornare da sé una tale elezione. E lo aveva fatto veramente, e non per finta. come forse più d’una volta avviene, o meglio avveniva. Oggi le cose vanno diversamente. E proprio su questa sua vocazione sacerdotale egli ci ha lasciato due rare confidenze, affidate a uno dei suoi Quaderni, che rimangono come fonti preziose per la sua biografia. Annotava il 22 settembre 1943, durante gli esercizi spirituali a Rho: «Due ricordi della fanciullezza sono affiorati dall’oblio, richiamati su alla luce della coscienza non so da quale forza misteriosa, in questi giorni di silenzio. Ecco il primo. Nel giugno 1913, una domenica mattina, mi trovano con la schola cantorum del mio paese a Milano, sulla cantoria della chiesa di Santa Francesca Romana, per la prima santa messa di un certo don Domenico Bellavista, che poi fu per breve tempo coadiutore di Saronno, e morì al fronte nella guerra 1915- 1918. D’improvviso, prima che il santo rito iniziasse, fu illuminata la Madonna che stava sull’altare maggiore come in una nicchia. La mia attenzione fu attratta da quella luce, guardai la Madonna in quel momento, lo ricordo bene, udii distintamente pronunciare queste parole: “Tu sarai sacerdote di mio Figlio Gesù”. Risuonarono dentro o fuori di me queste parole? Non lo potrei dire ora con certezza. Ma fin d’allora non potei dubitare che da un’altra persona provenivano e non dal mio spirito. La Madonna mi ha chiamato. Grazie, dolcissima Madre, tu fosti la sorgente della mia vocazione, tu la protettrice, tu la purificatrice. Tutto quel che io sono, lo sento bene, lo devo interamente a te». L’altro ricordo. «Quando [segue il nome di un ragazzo] seppe ch’io avrei tra poco vestito la talare per avviarmi al sacerdozio, lui il compagno di scuola e di fuori scuola, mi guardò in silenzio. Nel suo sguardo c’era una fierezza mista a un certo disprezzo. Forse il dolore di non potermi seguire, forse l’orgoglio di non volermi seguire. Pareva dicesse: “Io almeno sono coerente. Ma tu…”. Riconosco quanta parte di ragione v’era nel suo tacito rimprovero. Ma oggi riconosco pure che anche l’Amore di Dio ha le sue incoerenze. O Signore, adoro con immensa gratitudine i disegni imperscrutabili delle tue amorose elezioni. Dammi la grazia di ricambiare quell’Amore con cui mi eleggesti con tutti gli istanti di vita che ancora mi restano». Allora Colombo era poco più che quarantenne. Gli restava da vivere ancora mezzo secolo: trascorso esemplare e luminoso fino allo splendore della porpora e fino al tempo della vecchiaia serena e operosa.
© Osservatore Romano - 29 maggio 2016