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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Vengono presentati mercoledì 24 novembre a Roma gli atti del convegno di studi Agostino Casaroli. Il diplomatico e il sacerdote (Piacenza 2010, pagine 101). Pubblichiamo stralci del contributo del segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, arcivescovo titolare di Dioclea.


di Pierluigi Celata
Nominato nel 1979 pro-segretario di Stato e, dopo poco, segretario di Stato, il cardinale Casaroli mi chiese di seguirlo nel suo nuovo ufficio assumendo la responsabilità della sua Segreteria particolare. Continuai, peraltro, a offrirgli anche qualche aiuto nel ministero che, fin da quando era giovane sacerdote, lo impegnava sia con i ragazzi del carcere minorile prima situato a Porta Portese e poi trasferito a Casal del Marmo, sia con i giovani di "Villa Agnese".
Dalla vicinanza col cardinale Casaroli ho percepito, anzitutto, l'importanza del suo ambiente familiare per il suo sacerdozio. Non di rado, in circostanze più personali e meno connesse al lavoro d'ufficio, egli si riferiva ai due zii sacerdoti, fratelli della mamma:  don Teodoro e don Agostino Pallaroni. Il primo fu rettore del Seminario minore di Bedonia, dove il ragazzo Agostino iniziò il suo cammino verso il sacerdozio. Monsignor Teodoro Pallaroni fu poi vescovo di Sarsina, dal 1931 al 1944. Lo zio che, almeno apparentemente, ebbe forse maggiore influsso sulla personalità spirituale del sacerdote Agostino Casaroli fu quello di cui portava il nome, don Agostino Pallaroni, il quale fu per lunghi anni rettore del Seminario vescovile di Piacenza e uno dei preti più noti della diocesi.

Dello zio don Agostino il cardinale amava ricordare, in particolare, due caratteristiche:  anzitutto la sua profonda spiritualità, che descriveva come fortemente cristocentrica. Faceva cenno talvolta, imitandole anche con gesti, a certe manifestazioni di devozione con le quali lo zio don Agostino esprimeva la sua fede e il suo fervore. Lo zio era un innamorato del Signore Gesù, che contemplava, in particolare, nel simbolo d'amore del suo cuore. Nello zio don Agostino, il cardinale ammirava poi lo spirito e l'effettiva pratica della povertà. Era un aspetto, questo, al quale dava l'impressione di riferirsi come a un esempio. Mi parlò, una volta, con accenti che tradivano una certa commozione, di come le suore che assistettero lo zio nell'ultimo periodo della vita si trovarono a dover constatare l'estrema limitatezza del suo guardaroba personale, comprendente solo il più stretto necessario.
Il nipote don Agostino recepì e assimilò profondamente la lezione dello zio:  oltre il senso dell'essenziale e della misura che gli erano connaturali, la carità che lo spingeva a soccorrere anche materialmente, per quanto poteva, quanti bussavano al suo cuore, determinarono, in lui, uno stile di vita di sobrietà animato da spirito di povertà.
Vorrei poi riferirmi a un'altra componente molto importante nella personalità sacerdotale del cardinale Casaroli:  è quella che riflette la tradizione formativa del collegio Alberoni, di cui fu alunno per le scuole superiori e per gli studi filosofico-teologici. Di quel periodo egli ricordava volentieri il serio impegno di studio, che non conosceva interruzione, sebbene diversificato rispetto ai programmi strettamente scolastici, neppure durante le vacanze estive. Riferendosi a quegli anni, accennava volentieri a una certa sua propensione giovanile per la filosofia.
Ritengo che la formazione alberoniana, ispirata al carisma di san Vincenzo de' Paoli e della Congregazione della missione, abbia profondamente inciso, anch'essa, sulla personalità del sacerdote Casaroli. La grande lezione vincenziana sulla carità e sullo spirito sacerdotale si manifestano nel giovane Agostino Casaroli fin dal primo tempo della sua vita di prete, a Roma, quando su invito di un altro ecclesiastico piacentino, l'allora monsignor Mario Nasalli Rocca di Corneliano - poi anch'egli cardinale - o comunque in connessione con il suo ministero pastorale nel carcere di Regina Coeli, inizia a frequentare il carcere minorile di Porta Portese.
In connessione con il ministero pastorale svolto nell'istituto penale minorile e in qualche modo a suo complemento, dobbiamo ricordare l'impegno profuso da monsignor Casaroli a favore di "Villa Agnese", una casa-famiglia istituita per sua iniziativa e grazie a un lascito di una benefattrice americana, della quale portava il nome, per accogliere alcuni giovani che uscivano dal carcere o che, per ragioni diverse, si trovavano nella necessità di essere aiutati a inserirsi nel mondo del lavoro.
Abitualmente la sera, al termine dell'ufficio, quando non aveva particolari impegni, si metteva alla guida della sua auto e si recava a "Villa Agnese". Da notare che portava con sé una borsa di carte, alle quali si dedicava più tardi, al rientro nel suo appartamento in Vaticano.
Monsignor Casaroli non chiudeva le orecchie e il cuore a nessuno:  pur evitando di assecondare la passività, cercava sempre di sostenere, incoraggiare e tener viva la speranza in ogni persona. Per quanto poteva, si presentava agli incontri previsti, o ritenuti possibili, con un'opportuna preparazione, che si concretizzava nell'acquisto tempestivo di quel che intendeva donare, a seconda dell'età dei suoi ragazzi e giovani, nel preparare il denaro in biglietti di vario taglio e nel disporli nelle tasche con particolari accorgimenti in modo da poter riconoscerne l'ammontare e dare ad ognuno l'aiuto ch'egli riteneva adeguato. Faceva doni ai ragazzi e non dimenticava gli agenti di custodia nell'Istituto minorile.
Osservando il cardinale e riflettendo su certe sue risposte o reazioni a telefonate o messaggi, ho avuto l'impressione che il pensiero dei suoi "ragazzi" l'accompagnava sempre, anche nella trama ordinaria della sua giornata, a casa, in ufficio, nei viaggi. Non mancava certo ai doveri connessi con la sua alta responsabilità ecclesiale, ai quali sapeva riservare prioritariamente, con rara competenza e generosità, le sue energie. Direi, però, che nel suo cuore di sacerdote, come background affettivo, portava sempre con sé i ragazzi e i loro problemi.
Nel ministero con i ragazzi, con i giovani aveva trovato lo spazio concreto per vivere, in modo privilegiato, la sua paternità sacerdotale, fatta di fedele presenza, di accogliente sorriso, di ascolto paziente, di comprensione, di incoraggiamento e di accompagnamento verso la meta della maturazione e della responsabilizzazione. È certamente significativo della specificità sacerdotale della sua azione, il fatto che, sul campo, il titolo riconosciutogli non sia stato don, monsignore, eccellenza, eminenza, ma "padre", "padre Agostino". Per tutti è stato ed è rimasto sempre "padre Agostino".

(©L'Osservatore Romano - 24 novembre 2010)