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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Jesus saves PeterPer comprendere correttamente questa pericope del Padre nostro occorre anzitutto chiarire che la preghiera del Signore è anzitutto una Forma Vitæ più che una "preghiera" in senso stretto.

Sarebbe errato pensarla come una formula da ripetere una volta imparata a memoria; approcciare la preghiera del Padre nostro con questa mentalità tradirebbe la richiesta dei discepoli e, soprattutto, tradirebbe il novum dell’esperienza e dell’imperativo di Gesù. Quando i discepoli, vedendo Gesù pregare, in questa affabilità e confidenza nuova con Dio chiedono: "Maestro insegnaci a pregare" non chiedono una formula ma cercano di comprendere una esperienza di relazione nuova:


"Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».

Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre, sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdonaci i nostri peccati,
perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore,
e non ci indurre in tentazione»."
(Lc. 11,1-4)


e in Matteo


"Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”
(Mt. 6.7-14)


In questi due sinottici traspare la dimensione esistenziale della preghiera che assume consistenza relazionale nuova in un rapporto con Dio che trasforma: "Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe".

Nel contempo quando Gesù afferma «Quando pregate, dite», con l’imperativo “légete” (λέγετε da λέγω “légō”) richiama ad un rapporto di Fede e di Professio Fidei con Dio. Infatti, ed è altro elemento per noi significativo, il greco della Koinè traduce come può la lingua sintetica di natura semitica, l’ebraico e l’aramaico, lingua che riassume in una parola diverse prospettive. Per il fedele della Bibbia, Dio non è un concetto che richiede formule astratte ma una relazione, un rapporto intimo trasformante. Tutta la Sacra Scrittura è permeata di questa relazione. Ecco perché la “preghiera” del Padre nostro è una Forma Vitæ, una vera e propria “regola di vita con Dio” che, sin dall’inizio della cristianità, specie con il dono del Sacramento battesimale, assumeva il carattere di vero e proprio neo comandamento, di Parola tra le Parole di Dio, di “modalità” autentica di come vivere il rapporto con Dio ed esserne intimamente e totalmente trasformati.

All’interno di questa valenza della “preghiera” del Padre nostro occorre comprendere correttamente la pericope ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ πονηροῦ - Liberaci dal maligno e dal male.

Essa può apparire contraddittoria ma in realtà riassume bene la valenza semitica del raccordare in un concetto più aspetti. Occorre anzitutto rilevare che per la Sacra Scrittura il “male” non è come lo intendiamo noi, il quale, attualmente, assume un concetto piuttosto recente e traslato. Il male esiste per l’uomo della Bibbia in quanto qualcosa che ci allontana dalle vie del Signore, cioè il peccato. E qui, nel Padre nostro, anzitutto il “male” viene inteso in senso personale, cioè il nemico dell’uomo e di Dio, satana. E questo Male, come “persona alla maniera di una non persona” (1) offre ed allarga il senso della richiesta precedente “πειρασμός”, cioè non solo prova ma anche tentazione. La richiesta precedente, infatti, per gli ascoltatori e secondo la mens semitica non poteva che essere colta in tre valenze allo stesso tempo

καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν

si potrebbe tradurre correttamente in tre modi che tuttavia devono poter coesistere nella richiesta per non depauperare la preghiera:

  • non permettere che entriamo in una prova troppo grande
  • non ci abbandonare se entriamo nella tentazione del nemico volutamente
  • qualora tu avessi permesso la prova da parte del nemico, per un Bene, non abbandonarci e non lasciarci cadere

pertanto la traduzione proposta dalla CEI “non abbandonarci alla tentazione” non è esaustiva e, a rigore, non è neanche una traduzione ma un adattamento pastorale parziale, semplificato per la mens odierna e alla luce di una interpretazione parziale di Giac. 1,12-15, pericope apostolica che, a sua volta, necessita comunque di catechesi e soprattutto di catecumenato:

“Beato l'uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano. Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand'è consumato, produce la morte.”

Anche perché il senso latino “et ne inducas nos in tentationem” è assai diverso dalla traduzione in lingua italiana che di solito abbiamo recitato: “non indurci in tentazione ma liberaci dal male” e si avvicinava di più al senso greco della pericope.

Ad esempio, per i semiti, tutta la reale azione di Dio messa sinteticamente in “εἰσφέρω” o nel “ductum est in desertum (ἀνάγω)” (Mt. 4,1-11) è segno che Dio guida e “vede” o permette la “prova/tentazione” dell’uomo.
Nulla sfugge a Dio, neanche quelle tentazioni in cui l’uomo capitola per tanti personali motivi. Persino le tentazioni al male in cui siamo capitolati volutamente e talvolta caparbiamente (e in cui Dio, dunque, non ha portato la Sua creatura) possono essere per Dio un'occasione per liberarci e farci crescere.

La concezione semitica poi del “luogo” come stato esperienziale è molto importante per comprendere anche esistenzialmente questa parte della Forma Vitæ, perché proprio nel luogo della prova (δοκίμιον), necessaria per la nostra fede, il Padre ci aiuta a non cadere.

In sintesi davanti alla Forma Vitæ del Padre nostro occorre non soltanto una necessaria catechesi ma un vero e proprio catecumenato che restituisca a questa ”esperienza orante” la giusta collocazione esistenziale nella nostra vita. Per tale motivo la riscoperta della mens e dello sguardo dell’uomo della Bibbia è di vitale importanza per comprendere ciò che ha detto (e che dice) Gesù a ciascuno di noi. Essendo una Forma Vitæ il Padre nostro si comprende in un cammino che dura una vita ed in un cammino ecclesiale.

Le dimensioni relazionali della Forma Vitæ del Padre nostro sono così ampie che pensare di racchiuderle rabberciatamente senza conoscerne tutti i colori prismatici vuol dire cadere nel semplicismo superficiale che non si addice ai discepoli di Cristo, sempre in cammino.

Quelle che potrebbero apparire ai nostri occhi come contraddizioni, con un approccio superficiale, sono invece occasione preziosa per adeguare la nostra mens a quella di Dio ed entrare, per dono di Scienza, nel Suo sguardo. Occasione fondante per scoprire come Dio sia realmente Signore della storia, della nostra storia e di ogni storia e che desidera per noi, Suoi figli nel Figlio, per lo Spirito Santo, solo il Bene immarcescibile. Anche nelle situazioni di prova o di peccato in cui siamo capitolati ed avvoltolati.
Ed è stupefacente dire profondamente con Giobbe:

"Io ti conoscevo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti vedono."
(Gb. 42,5)

In fin dei conti l’affermazione “Liberaci dal Male” non è altro che il compimento di una fiducia infinita nell’amore del Padre, Padre “nostro”, contemplato all’inizio della preghiera e che “significa” tutta la Forma Vitæ; Lui che è "il Bene, ogni Bene, il sommo Bene" (Fonti Francescane, 261).

Paul Freeman


A compendio della riflessione il Catechismo della Chiesa Cattolica così recita:

Dal CCC 391-395 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte.  La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. «Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi». La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Tale «caduta» consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1 Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44).  A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. «Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte».  La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio. La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28).


(1) «Wenn man fragt, ob der Teufel Person sei, so müsste man richtigerweise wohl antworten, er sei die Un-Person, die Zersetzung, der Zerfall des Personseins, und darum ist es ihm eigentümlich, dass er ohne Gesicht auftritt, dass die Unkenntlichkeit seine eigentliche Stärke ist - Se ci si chiede se il diavolo sia una persona, allora si dovrebbe rispondere correttamente che egli è la non-persona, la decomposizione, la disintegrazione della personalità e quindi è peculiare per lui il fatto di apparire senza volto, che l'irriconoscibilità è la sua vera forza», Joseph RATZINGER, Dogma und Verkündigung, Erich Wewel Verlag, München–Freiburg im Breisgau, 1973, p. 233