I cristiani non possono mai essere «tiepidi» e devono tenere gli occhi sempre aperti sulle piccole e grandi questioni della vita. L’amore per i poveri e i nemici è infatti «il test per eccellenza della qualità della nostra carità», un test che si supera unendosi «sempre più strettamente come Chiesa». È un’indicazione che il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, ha ribadito nelle due celebrazioni presiedute in questo periodo di vacanza, iniziato il 23 luglio nel suo Piemonte e che proseguirà fino all’11 agosto a Introd, in Valle d’Aosta. Giovedì 26, memoria liturgica dei santi Gioacchino e Anna, il cardinale si è recato al santuario del Sacro Monte di Belmonte, mentre il 29 luglio a Romano Canavese, suo paese natale, ha celebrato la messa nell’anniversario della morte del fratello Paolo. Nelle due omelie il porporato non ha mancato di invitare i credenti a una testimonianza sempre più incisiva e consap evole. Toccante, nella celebrazione a Romano Canavese, il ricordo che il cardinale ha voluto dedicare al fratello. «Per giungere nella vera e definitiva pace dei giusti — ha detto — bisogna partire, come deve fare un vero cristiano e come ha fatto Paolo, da una vita intensa, soffusa di impegno per ciò che è bene, offerta, sofferta, fedele agli affetti, una vita profondamente amata e mai rinnegata. Bisogna, insomma, poter pronunciare un amen fiducioso e totale al momento della tappa finale». La Parola di Dio, ha affermato nell’omelia, invita ad avere «il coraggio della vera carità» e ci porta a essere pronti a sacrificare «qualcosa per il prossimo», anche con la «semplice offerta dei nostri atti d’amore quotidiani, verso i nostri familiari, i nostri vicini, i nostri concittadini. Gesti semplici e puri, non ostentati, che diffondono il bene di cui tutti possono godere; gesti che nutrono e dissetano l’arsura di questa nostra società spesso asfittica perché priva di attenzioni e di amore ». È un aspetto, ha rilevato, che «sta molto a cuore alla Chiesa e al Santo Padre in particolare»: se, infatti, «l’atteggiamento del singolo è indispensabile per rendere il tessuto sociale circostante sano e vivibile, non dimentichiamo che occorre alzare lo sguardo verso le folle, soprattutto quelle che hanno fame». Proprio «il problema della fame nel mondo è certamente una delle questioni più angosciose del nostro tempo in cui il progresso ha raggiunto mete impensate, lasciando purtroppo dietro di sé nell’indigenza un numero impressionante di persone». Eliminare la fame nel mondo — afferma l’enciclica Caritas in veritate — è divenuta, nell’era della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilità del pianete. È, dunque, «un imperativo etico per la Chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietà e di condivisione del suo Fondatore, il Signore Gesù». «Se ci sembra di essere troppo piccoli singolarmente per risolvere questo mega problema sociale — ha proseguito — uniamoci sempre più strettamente come Chiesa locale alla Chiesa universale, alla sua diffusa e capillare azione di carità nel mondo per opera di generosi missionari che ancora oggi non temono l’effusione del loro sangue in favore dei più poveri. Siamo solidali con l’azione evangelizzatrice che stimola le coscienze alla condivisione e all’a m o re del prossimo come di se stesso. Non accontentiamoci mai di consumare i nostri “cinque pani e due pesci” in solitudine, ma siamo generosi per far sì che le mani di Dio si aprano ad una generosità e ad una provvidenza molto più grandi». In precedenza, il pellegrinaggio mariano a Belmonte è stata l’o ccasione per una riflessione sulla devozione alla Vergine del popolo cristiano. «I nostri antenati — ha ricordato il porporato — ci hanno insegnato a vivere sotto lo sguardo di Maria, a vivere con Maria, confidando nella sua intercessione soprattutto nei momenti dolorosi della vita, perché in lei ciò che emerge è la maternità; una maternità che è sinonimo di amore». Del resto «la vicenda personale di Maria — ha spiegato — è incastonata nella storia della salvezza e si possono ravvisare in lei gli aspetti paradigmatici della vita cristiana. Maria, con l’intera sua esistenza, è modello per la Chiesa di come si accoglie la Parola (annunciazione), di come la si genera (natività), di come la si presenta al mondo (epifania), di come la si conserva dentro di sé (vita di Nazaret), di come la si crede (Cana), di come la si diffonde (visitazione), di come le si è fedeli (croce), di come la si testimonia (pentecoste)». Tutti questi aspetti della vita di Maria, «messi a fuoco con la nostra vita quotidiana, diventano come delle mediazioni efficaci per raggiungere la pienezza della nostra personalità cristiana». Siamo, dunque, davanti al «mistero dell’amore, che invita ad una misura alta dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo». La strada da percorrere, per il cardinale Bertone, è «diventare amici di Gesù — come ci invita costantemente a fare Benedetto XVI — occorre essere suoi intimi, occorre seguirlo nella sua missione». Quindi il porporato ha indicato in due «personaggi straordinari» come i santi Gioacchino e Anna, nel giorno della loro festa, il riferimento per ogni famiglia. «Anna e Gioacchino — ha concluso — sono stati scelti da Dio per generare l’Immacolata, la quale a sua volta è chiamata a generare il Figlio di Dio. Questa loro figlia non poteva non irradiare quella grazia tutta speciale della sua immacolatezza, la pienezza di grazia che la preparava per il disegno della maternità divina. Possiamo immaginare quanto da lei avranno ricevuto questi due genitori, nello stesso tempo in cui esercitavano il loro compito di educatori. Possiamo intuire cosa può essere stato il rapporto tra sant’Anna e Maria anche nei confronti della Parola di Dio rivelata. Le univano, madre e figlia, oltre ai legami familiari, l’attesa condivisa del compimento delle promesse, la preghiera multiforme dei salmi, il richiamo di una vita donata a Dio».
(©L'Osservatore Romano 30-31 luglio 2012)