Il Natale porta «la grande novità che non è più l’uomo che “a tentoni” va alla ricerca del Dio vivente», ma «è il Dio vivente che scende alla ricerca dell’uomo». Lo ha sottolineato il cappuccino Raniero Cantalamessa nell’ultima predica di Avvento pronunciata venerdì mattina, 21 dicembre, nella cappella Redemptoris Mater, alla presenza del Papa. Il religioso ha preso spunto dalla constatazione del teologo bizantino Nicola Cabasilas per cui «tra noi e Dio si ergevano tre muri di separazione: quello della natura perché Dio è spirito e noi siamo carne, quello del peccato, quello della morte». Il primo «è stato abbattuto nell’incarnazione di Cristo; il muro del peccato è stato abbattuto sulla croce, e il muro della morte nella risurrezione». Di conseguenza, ha spiegato il cappuccino, Gesù è «il luogo definitivo dell’incontro tra il Dio vivente e l’uomo vivente. In lui, il Dio lontano si è fatto vicino, è divenuto il Dio-con-noi». Il predicatore della Casa pontificia ha poi fatto notare che «il cammino di ricerca del Dio vivente intrapreso in questo Avvento» aveva avuto un precedente illustre con «L’itinerario della mente a Dio» ( Itinerarium mentis in Deum ) di san Bonaventura. Il filosofo e teologo francescano individuò sette gradini per i quali l’anima ascende alla conoscenza di Dio; e dopo aver passato in rassegna i vari mezzi a disposizione dell’uomo per raggiungere l’obiettivo, ne ricavò la conclusione che il mezzo definitivo è la persona di Gesù. La stessa del filosofo Blaise Pascal, che nel suo Memoriale afferma come «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Va n g e l o » . Insomma, è la conclusione di padre Cantalamessa, «il Dio vivente non ci parla più per interposta persona, ma di persona». E chi ha fatto di questa verità il cuore del suo vangelo è Giovanni. Dai suoi brani il predicatore ha attinto per «fare della ricerca del Dio vivente una “esp erienza” di lui». Nel passare in rassegna le parole più esplicite nelle quali, all’interno del vangelo giovanneo, Gesù stesso si presenta come il definitivo rivelatore di Dio, si è soffermato in particolare su «Io e il Padre siamo una cosa sola» (10, 30), che è l’affermazione «più carica di mistero di tutto il Nuovo testamento: Gesù non è solo il rivelatore del Dio vivente: è lui stesso il Dio vivente! Il rivelatore e rivelazione sono la stessa persona». Infatti, ha chiarito, «da questa affermazione la riflessione della Chiesa partirà per arrivare alla piena e esplicita fede nel dogma trinitario». Un altro passo interessante, in tal senso, è quello (14, 6) in cui Gesù afferma che «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Infatti, ha spiegato il sacerdote, «lette nel contesto attuale del dialogo interreligioso, queste parole pongono un interrogativo: che pensare di tutta quella parte dell’umanità che non conosce Cristo?». E la risposta è che ogni teologia cristiana delle religioni deve considerare che Gesù «ha dato la vita “in riscatto” e per amore di tutti gli uomini. Non ha fatto distinzioni». Eppure, ha ammonito padre Cantalamessa, «alcuni, pur professandosi credenti, non riescono anche oggi ad ammettere che un fatto storico particolare, come è la morte e risurrezione di Cristo, possa aver cambiato la situazione dell’intera umanità di fronte a Dio». Del resto, egli «è umile nel creare: non mette la sua etichetta su tutto, come fanno gli uomini. Nelle creature non sta scritto che sono fatte da Dio». E lo stesso avviene nella redenzione: «Dioèumile nelcreareenel salvare. Cristo è più preoccupato che tutti gli uomini siano salvi, che non che sappiano chi è il loro Salvatore». Dunque, ha avvertito il predicatore, «più che della salvezza di coloro che non hanno conosciuto Cristo, ci sarebbe da preoccuparsi, della salvezza di quelli che l’hanno conosciuto, se vivono come se non fosse mai esistito, dimentichi del tutto del loro battesimo, estranei alla Chiesa e a ogni pratica religiosa». Infine «parlando del ruolo di Cristo nei confronti delle persone che vivono fuori della Chiesa», il sacerdote cappuccino ha ricordato il concilio Vaticano II , che nella Gaudium et spes asserisce che «lo Spirito Santo dà a ogni persona la possibilità di entrare in contatto con il mistero pasquale di Cristo» (n. 22) . Infatti «il Dio vivente, a differenza degli idoli, è un “ D io che respira” e lo Spirito Santo è il suo respiro». Mentre, «a chi cercasse Dio altrove, solo tra le pagine dei libri o tra i ragionamenti umani, bisognerebbe» ricordare, con san Basilio, che «dallo Spirito Santo dipende “la familiarità con D io” cioè se Dio ci è familiare o invece estraneo, se siamo sensibili o allergici alla sua realtà». E, ha chiosato padre Cantalamessa, il «rimedio è ritrovare un contatto sempre più pieno con la persona dello Spirito Santo».
© Osservatore Romano - 22 dicembre 2018