«Non possiamo abbracciare l’oceano, ma possiamo entrare in esso». È l’immagine potente e allo stesso tempo immediatamente comprensibile che padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, ha utilizzato per tradurre concretamente il rapporto che ogni credente può avere con il mistero della Trinità.Nella seconda predica d’Avvento — tenuta la mattina di venerdì 14 dicembre, alla presenza di Papa Francesco, nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico — il cappuccino ha condotto una meditazione interamente impostata su un assunto: «La Trinità non è soltanto un mistero e un articolo della nostra fede, è una realtà viva e palpitante». Tanto che — ha aggiunto richiamando alcuni passaggi del diario di una mistica da lui seguita come padre spirituale — «quando si tratta della conoscenza del Dio vivente», cioè della Trinità, «una esperienza vale più di molti ragionamenti». La riflessione di padre Cantalamessa ha preso le mosse da una domanda: «A chi ci rivolgiamo, noi cristiani, quando pronunciamo la parola “Dio”, senza altra specificazione?». Chi è quel “Tu” che popola continuamente la preghiera della Chiesa? Quel “Tu”, ha spiegato, «non è semplicemente Dio-Padre», ma è «il Padre che genera il Figlio e che con lui spira lo Spirito, comunicando a essi l’intera sua divinità». È, cioè, il «Dio comunione d’amore».
È solo la parola “amore” che permette anche semplicemente di accostarsi al mistero senza uscire di senno. In essa infatti si ritrova la dinamica trinitaria: «Ogni amore implica un amante, un amato e un amore che li unisce». Grazie a questa parola si comprende meglio la concretezza vivente di certi concetti, perché «ogni amore è amore di qualcuno o di qualcosa; non si dà un amore “a vuoto”, senza oggetto». Una realtà, ha aggiunto il predicatore, che ha sconvolto le filosofie religiose di tutti i tempi, abituate a concepire Dio soprattutto come “pensiero”. E un Dio «che fosse pura conoscenza o pura legge, o puro potere, non avrebbe certo bisogno di essere trino». Invece «in Dio l’unità deve essere anche pluralità, perché Dio è amore». È in base a tutto ciò che i cristiani, ha detto il cappuccino chiudendo la prima parte della sua riflessione, credono «in un Dio solo, e non in un Dio solitario».
Resta comunque ardua la scalata della mente umana alla comprensione del mistero. È per questo che il predicatore ha proposto un gancio, un appiglio concreto che faccia da supporto. «Nessun trattato sulla Trinità — ha detto — è capace di farci entrare in contatto vivo con essa quanto la contemplazione dell’icona della Trinità di Rublëv», riprodotta anche in mosaico nella cappella Redemptoris Mater. Un’immagine celeberrima che «non vuole rappresentare direttamente la Trinità, che per definizione, è invisibile e ineffabile», ma utilizza la scena dei tre angeli apparsi ad Abramo alle querce di Mamre.
Si tratta, ha spiegato padre Cantalamessa, di un’opera che parla essenzialmente di pace e unità: dall’icona, infatti, si sprigiona un silenzioso grido: “Siate una cosa sola, come noi siamo una cosa sola”. È su questo particolare che si apre una riflessione che, dal mistero, porta all’applicazione pratica nella vita quotidiana di ogni uomo. Quell’«appello all’unità» che emana dagli atteggiamenti dei tre angeli, interpella infatti la natura stessa dell’uomo: «Dopo la parola felicità, non ce n’è alcun’altra che risponda a un bisogno altrettanto impellente del cuore umano come la parola unità».
Ma, si è chiesto il predicatore della Casa pontificia, come raggiungere quell’unità che tutti desiderano dal profondo del cuore? Non certo, come spesso si fa, volendo costringere gli altri a convergere verso «il nostro punto di vista», ma imparando dalla Trinità stessa, imitando quella che gli orientali definiscono la “pericoresi”, ovvero la “mutua compenetrazione” delle tre persone divine, in cui «ogni persona si immedesima nell’altra, si dona all’altra e fa essere l’altra». Seguendo questo stile si comprende, ha detto padre Cantalamessa citando san Paolo, «perché la carità è “la via migliore di tutte”: essa moltiplica i carismi, fa del carisma di uno il carisma di tutti». Sono cose, ha concluso, «facili a dirsi, ma difficili da mettere in pratica; è bello tuttavia sapere che, con la grazia di Dio, esse sono possibili».
© Osservatore Romano - 15 dicembre 2018