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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
250px-Meister des Mausoleums der Galla Placidia in Ravenna 002Viene presentato nel pomeriggio di giovedì 22 novembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum, il libro di monsignor Fabio Fabene Il Vescovo Maestro della Fe-de (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2012, pagine 124, euro 12,00). La prefazione — della quale diamo di seguito ampi stralci — è dell’arcivescovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che interviene alla presentazione insieme con Enzo Romeo, responsabile della redazione esteri del Tg2, e con l’autore.

di GERHARD LUDWIG MÜLLER

In ogni Chiesa locale c’è un vescovo monarchico il quale, in comunione con i presbiteri e coadiuvato dai dia-coni, rappresenta l’unità dei vescovi e delle Chiese locali tra loro e con l’origine apostolica di esse. I vescovi e i sacerdoti, nel servire in persona Christi, capo della Chiesa, la salvez-za dell’uomo con l’annuncio della Parola e con l’amministrazione dei sacramenti, rendono presente l’unità della Chiesa con Gesù Cristo, il Fi-glio del Padre e l’unto dello Spirito Santo. Gesù Cristo rende gli apostoli partecipi della sua consacrazione messianica e della sua missione divi-na. Con un atto sovrano di elezione e di vocazione egli istituisce i Dodici «per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i de-mòni» (Mc 3, 13-15). Il principio della fondazione apo-stolica e dello sviluppo del sacra-mento dell’ordine nella dottrina e nella prassi della Chiesa è chiara-mente espresso nelle parole con cui il Signore risorto invia gli apostoli, e con ciò anche la Chiesa, sino alla fi-ne della storia: «Come il Padre ha mandato me, io mando voi... ». La classica critica di tipo prote-stante/riformato al sacerdozio mini-steriale cattolico parte dal concetto, tratto dall’ambito della storia delle religioni, del sacerdote come media-tore tra il popolo semplice e le po-tenze superiori, con le quali ci si do-vrebbe riconciliare per mezzo di sa-crifici umani. Se nella teologia cattolica i vescovi e i presbiteri dal II se-colo vengono chiamati anche sacerdos / hiereus, chiaramente con questo si intende la partecipazione all’op e-rare santo di Gesù, che agisce per mezzo di loro quali «servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (cfr. 1 Cor 4, 1). Dio stesso è il sog-getto della riconciliazione degli uo-mini con Dio. E Cristo stesso ha af-fidato agli apostoli la parola della ri-conciliazione. Ed è per questo che l’autocomprensione degli apostoli e dei loro successori nell’ufficio epi-scopale e sacerdotale trova una for-mulazione ideale allorché con Paolo essi dicono: «In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esor-ta. Vi supplichiamo in nome di Cri-sto: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor5, 20). Quando parliamo dell’ufficio ma-gisteriale, pastorale e sacerdotale, non intendiamo uffici realmente dif-ferenti, uniti nella persona del vesco-vo. Il servizio dell’insegnare, il servi-zio del guidare e del santificare rap-presentano unicamente gli aspetti più importanti dell’unica missione e potestà spirituale. Così, la formula-zione secondo la quale il vescovo, nella successione apostolica, è «mae-stro della fede» illumina da una pro-spettiva particolare l’intero suo uffi-cio quale servizio per la salvezza de-gli uomini, che, in Gesù Cristo, tutti noi riceviamo in misura sovrabbon-dante e inesauribile. La trasmissione della fede per mezzo dell’annuncio può essere defi-nita come uno dei compiti più im-portanti e fondamentali del vescovo: «I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede che portano a Cristo nuo-vi discepoli; sono dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affi-dato la fede da credere e da applica-re nella pratica della vita, la illustra-no alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivela-zione cose nuove e vecchie (cfr. Mt 13, 52). I vescovi sono maestri e testimoni della fede che annunciano nel nome di Cristo e testimoniano con la loro vita. Il loro ufficio è un servizio e li colloca nella comunità dei credenti. Per questo il vescovo è sia padre nel-la fede sia fratello nella fede in mez-zo ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Anche lui ha ricevuto la fede dall’annuncio della Chiesa e deve dedicarsi alla sua salvezza con ri-spetto e timore. Per questo necessita dunque anche dell’annuncio e dell’opera di salvezza della Chiesa e, attraverso la fede vissuta del popolo di Dio, viene edificato, consolato, purificato ed esortato all’umile rico-noscimento che nulla possiamo attri-buire a noi ma tutto dobbiamo alla grazia di Dio. I vescovi e i sacerdoti possono es-sere autentici maestri della fede solo se, nella loro disposizione interiore come anche nel loro comportamento esteriore e nel modo di rapportarsi ai loro fedeli, corrispondono all’esempio di Cristo. «La grazia presuppone la natura e la porta a compimento» (Tommaso d’Aquino, La Somma teologica, I, q. 2, aa. 2). Questo assioma è da appli-care anche all’esercizio dell’ufficio episcopale. Nella nostra natura ferita dal peccato originale resta, anche dopo il battesimo, la concupiscenza, che dobbiamo dominare in un pro-cesso di trasformazione che dura tut-ta la vita. Così anche l’ufficio apo-stolico ed episcopale ha i suoi propri pericoli e sfide: il rinnegamento, il tradimento, la voglia di mettersi in mostra, la fiducia illusoria nella ric-chezza terrena, ma anche un deside-rio sessuale incontrollato, la tenden-za a rapportarsi ai santi in modo fri-volo e anche quella a trattare i fedeli in modo paternalistico, attraverso in-terdetti, come se si fosse dimenticato l’ammonimento dell’apostolo: «Pa-scete il gregge non come padroni delle persone a voi affidate, ma fa-cendovi modelli del gregge» (1 Pt5, 3). Nell’anno della fede, che tutti de-ve ancorarci di nuovo in profondità in Gesù Cristo, è necessaria una nuova riflessione sul vescovo quale maestro di fede. Il carico di lavoro giornaliero nella vigna del Signore e le ostilità all’esterno e purtroppo an-che all’interno della Chiesa potreb-bero indurre i fedeli e i pastori allo scoraggiamento, se oggi noi, come un tempo gli apostoli, non pregassi-mo il Signore: «Accresci in noi la fe-de» (Lc17, 6).

© Osservatore Romano - 22 novembre 2012