Il digiuno e l'astinenza - insieme alla preghiera, all'elemosina e alle altre opere di carità - appartengono, da sempre, alla vita e alla prassi penitenziale della Chiesa: rispondono, infatti, al bisogno permanente del cristiano di conversione al regno di Dio, di richiesta di perdono per i peccati, di implorazione dell'aiuto divino, di rendimento di grazie e di lode al Padre. Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini. Digiuno e astinenza non sono forme di disprezzo del corpo, ma strumenti per rinvigorire lo spirito, rendendolo capace di esaltare, nel sincero dono di sé, la stessa corporeità della persona.
(da “Il senso cristiano del digiuno e dell'astinenza”)
Anzitutto il cristiano digiuna perché Gesù ha digiunato. Il Signore con il suo digiuno di 40 giorni si è preparato alla sua missione. Tuttavia non è stato un digiuno solamente funzionale ad un compito ma è stato il modo e l’anima del compito stesso. Con il digiuno Cristo ha scelto e mostrato di appartenere al Padre e di far regnare il Padre in ogni suo passo e in ogni sua scelta, zittendo satana.
Con il digiuno Gesù ha ridato, in quanto uomo e umanità, tutta la fiducia al Padre; quella fiducia che Adamo ed Eva avevano negato al datore di ogni bene.
Il digiuno diventa, inoltre, anche via per vivere meglio e pienamente il battesimo. Con il digiuno l’uomo ricorda a se stesso che l’azione dello Spirito ha la priorità sulla contingenza e che la vita nuova nello Spirito è più importante e più reale delle preoccupazioni quotidiane. Digiuno dalle carni, digiuno dalle concupiscenze, digiuno dalla mormorazione, digiuno dai giudizi temerari, digiuno dalle vanità, digiuno dai propri fantasmi e dalle paure. L’uomo digiuna per essere più pienamente umano. L’uomo digiuna dal peccato per nutrirsi della grazia che solo dona la vera vita. L’uomo digiuna per avere fame e ascoltare tutti i “sussurri” dello Spirito Santo.
Inoltre, il digiuno ha valore di espiazione. L’uomo digiuna per accompagnare la preparazione e il compimento del sacramento della riconciliazione e ben prepararsi o ben custodire la grazia del perdono di Cristo ricevuto dal sacerdote. L’uomo con il digiuno desidera svuotarsi per riempirsi pienamente della misericordia del Padre. Con il digiuno l’uomo riconosce che non si perdona da sé ma che attende il perdono da Dio, fonte di ogni rigenerante tenerezza.
Il digiuno, ancora, ha un valore sponsale. Si digiuna per unirsi più compiutamente a Cristo, primo sposo di ogni battezzato. Il digiuno prepara alle quotidiane nozze tra la creatura e il suo creatore. Unione quotidiana che prepara la creatura all’incontro vero e definitivo con il suo creatore, Signore e sposo, nel transito della morte.
Il digiuno ha, anche, un valore ecclesiale. Si digiuna per il bene della Chiesa, delle sue necessità materiali e spirituali. Come ogni atto di pietà personale, anche il digiuno, è atto anche ecclesiale. Coinvolge la comunità parrocchiale, la diocesi e la Chiesa universale. Nel digiuno, accompagnato dalla preghiera, dalla penitenza e dall’Eucarestia, il fedele compie una scelta ed un atto in quanto membro di un corpo a beneficio di tutto il corpo. Anche per questo motivo il digiuno che accompagna la preghiera incessante è un gesto di liberazione dal male e dal maligno. Sebbene solo l’esorcismo in quanto carisma sacerdotale opera compiutamente la liberazione dal maligno, anche il fedele, con il digiuno e la preghiera può accompagnare l’azione sacerdotale per spezzare le catene che legano l’anima al peccato o alla schiavitù di satana. Il digiuno, dunque, rende attenti ad ogni forma di carità.
In ultimo il digiuno rende liberi come Gesù e ci educa a vivere nella provvidenza senza essere schiavi di ogni legittima pianificazione. Ma tutto attendiamo dal Padre (Mt. 6,25-34).