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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Anticipiamo stralci di due delle relazioni che nel pomeriggio di venerdì 12 apriranno a Genova il convegno "Momenti, aspetti e figure del ministero del cardinale Giuseppe Siri nell'ottantesimo dell'ordinazione sacerdotale".

di Mauro Piacenza
Arcivescovo
Segretario della Congregazione per il Clero

Sono molto lieto di poter modestamente contribuire a mettere in luce il magistero del cardinale Siri sul sacerdozio in occasione dell'ottantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Come premessa introduttiva desidero condividere con voi lo stupore provato mentre, rileggendo alcuni testi del cardinale, constatavo la straordinaria attualità e assonanza con il magistero dell'attuale Sommo Pontefice. Temi come il relativismo, l'edonismo, il materialismo - certamente in termini consoni al linguaggio teologico e pastorale di quegli anni - sono ben presenti nell'insegnamento del cardinale Siri, con un "anticipo" di mezzo secolo, che non esiterei a definire profetico. Su molte cose il venerato cardinale ha visto molto lontano, ha avuto l'intelligenza - nel senso dell'intuslegere delle premesse - e ne ha previsto, fin quasi nel dettaglio, le conseguenze con l'acutezza propria dell'uomo di Dio.

Un primo aspetto che colpisce è la sua profonda convinzione che il sacerdozio abbia un suo fondamento "in natura", che sia "la natura stessa che postula il sacerdozio". Tale convinzione si fonda su un presupposto altrettanto evidente, oggi purtroppo gravemente misconosciuto, ma assolutamente inoppugnabile:  quello secondo il quale l'elemento religioso è un dato costitutivo della natura umana e non una personale e indimostrabile opzione della libertà.
In altri termini, tutti ben conosciamo come una certa scuola di pensiero, che affonda le proprie radici remote nel materialismo di matrice marxista, e prossime nel neopositivismo relativista, che relega le certezze morali nell'ambito dell'opinabile, tenda a "ridurre" il fenomeno religioso a semplice manifestazione storico-culturale, a prodotto dell'uomo nel confronto con il cosmo.
La conseguenza diretta di questa diffusa corrente storico-religiosa, anzi storicistica, è il misconoscimento del dato religioso come costitutivo della natura dell'uomo, e il conseguente approccio, puramente fenomenico, alla presenza della religione in ogni cultura della storia umana.
Se il senso religioso è un dato antropologico universale, a esso sono legati il rapporto con il Creatore, la morale e il culto; tutte dimensioni che la storia, in ogni esperienza religiosa, anche la meno strutturata, vede come essenziali nel rapporto con l'Assoluto.
Risulta evidente come in un contesto secolarizzato come quello nel quale viviamo, che pretende di fare a meno di Dio e restringe la questione religiosa all'interno dei convincimenti meramente soggettivi, divenga sempre più difficile la comprensione del sacerdozio come strutturale alla società e "bene" per l'umanità tutta.
È necessario constatare tuttavia come la perdita di un tale concetto universalistico del sacerdozio sia stata, in certa teologia, solo apparentemente a favore del "presbiterato neotestamentario". L'avere infatti abdicato al ruolo di "mediatori" nel rapporto con Dio, non ha certamente esaurito la sete di sacro degli uomini, i quali, anche ai livelli più alti della società e della cultura, non cessano di rivolgersi ad altri mediatori, spesso in modo totalmente irrazionale e ingiustificato sia storicamente, sia culturalmente.
In questa chiara concezione di sacerdozio naturale e necessario all'umanità si inserisce il magistero del cardinale Siri sul sacerdozio cristiano, il quale "concepito e fondato da Gesù risponde a tutte le esigenze naturali e le trascende di molto".
Il sacerdozio nasce dalle esigenze poste dai rapporti tra Dio e l'uomo; dopo la redenzione, i rapporti tra Dio e gli uomini non sono più solamente quelli tra creature e Creatore ma tra figli adottivi e Padre. (...) In un contesto come quello contemporaneo, sostanzialmente desacralizzato, non privo di derive moralistiche, appare quanto mai urgente recuperare, anche per noi sacerdoti, questo profilo alto del ministero soprannaturale di salvezza che il Signore ha voluto affidare alla nostra libertà.
Perdere tale visione, come profeticamente indicato dal cardinale Siri, significa inevitabilmente indebolire la realtà e l'idea stessa del sacerdozio e, in definitiva, porre i presupposti per una sua sempre più difficile comprensione e piena accettazione.
È indispensabile recuperare la lucida consapevolezza che il sacerdote, nell'amministrare i sacramenti, è "vicario di Dio"; non produce da sé l'effetto divino sacramentale, il quale, necessariamente, eccede ogni causa strumentale e naturale. Conseguentemente il sacerdote riveste una personalità di molto superiore alla propria, formando, nell'amministrazione dei sacramenti, una sola persona con Gesù Cristo.
Una tale concezione del sacerdozio ricolloca ciascun uomo-sacerdote all'interno di una posizione capace di superare d'un sol colpo tutte le contemporanee riduzioni pratico-funzionalistiche del ministero, ridisegnandone l'autentico volto, quale uomo di Dio per la salvezza degli uomini.
Il sacerdote desidera semplicemente, ma efficacemente, essere padre di tutti quelli che incontra, partecipando loro la dolcezza e la verità di quei Misteri, dei quali egli stesso è stato, per grazia, reso partecipe. Una tale coscienza rende il sacerdote un uomo libero, non condizionato né condizionabile dalle mode. Un uomo libero anche dalle proprie personali opinioni, per aderire con sempre più perfetta letizia alla verità di Cristo e della Chiesa, in special modo al sacro magistero, nella lucida consapevolezza che solo "trasmettendo ciò che ha ricevuto" potrà condurre gli uomini a un'autentica esperienza di Dio (...). Altra caratteristica essenziale del sacerdote è la gioia. Il cardinale aveva una profondissima concezione della gioia cristiana, di cui era intriso essendo un uomo cristallino, evangelicamente povero e semplice. Richiamandone il senso ai suoi preti, e ai seminaristi, nella Lettera pastorale del 10 agosto 1979, affermava innanzitutto che la gioia non è l'allegria, anche se può con essa coesistere, ricordando che mentre la seconda è un fatto più esterno, la prima è essenzialmente un fatto interiore. La gioia, per il cardinale "è uno stato dell'anima in pace con Dio, con se stessa, con gli altri. (...) Fruisce di una luce della quale gode e che spande su tutto l'ambiente, al quale dà un'imperturbabile festosità".
Ovviamente si tratta della luce della fede, che, specialmente nel sacerdote, è chiamata a riflettere costantemente il suo splendore su tutto, rendendo bello anche il sacrificio e il dolore, per il loro profondo valore redentivo.
Certamente una gioia autenticamente vissuta e profondamente radicata è una delle caratteristiche più pastorali e missionarie del sacerdote. I giovani che vedranno un sacerdote così potranno porsi più efficacemente l'interrogativo sulla radice di una tale gioia e disporsi con maggiore apertura all'ascolto della volontà divina sulla loro vita.
Emerge con chiarezza come il ministro di Dio debba fondamentalmente essere un uomo di orazione. Potremmo chiederci, e l'esperienza alla Congregazione per il Clero è eloquente in tal senso, quante delle fatiche del ministero dipendano dall'infedeltà o addirittura dal non aver mai maturato un autentico spirito di orazione.
L'orazione del sacerdote infatti prende forza dal suo carattere, impresso dall'ordine sacro, e non si fonda appena sulla personale, seppur legittima, devozione (...). Il cardinale era solito ricordare ai suoi preti come, nella celebrazione della liturgia delle ore, in modo speciale, non fosse il singolo sacerdote a pregare ma in lui pregasse la Chiesa intera; la fede di tutta la Chiesa soccorre quella del singolo sacerdote, fino al punto che egli potrà sentire nelle alternanze dei versetti l'eco dell'intera Chiesa, "come il coro della Gerusalemme celeste e della Comunione dei santi".
L'essere così radicati nella vita di orazione rende il sacerdote un uomo straordinariamente libero, perché fondato sulla certezza della presenza divina nell'Eucaristia, della grazia di stato che rende capaci di compiere atti che non si sarebbe mai pensato di poter compiere. Un uomo capace di memoria, di ricordo, tenendo presente che il termine ricordo, da cordis, indica innanzitutto un "far passare nuovamente nel cuore".
Il sacerdote, così radicato nell'orazione, conoscerà un affetto che è più puro perché frutto dell'apostolato, del sacrificio e, in definitiva, dell'offerta dei beni di Dio agli uomini.
Come non ricordare, a proposito della profeticità e dell'assonanza del pensiero del cardinale Siri con il cuore palpitante della Chiesa, le parole dell'allora cardinale Ratzinger, nell'omelia tenuta durante la Santa Messa esequiale del Servo di Dio Giovanni Paolo II:  "Chi crede non è mai solo, né nella vita né nella morte".
Particolarmente attuale, nel contemporaneo contesto culturale e sociale, è il costante invito, che il cardinale rivolgeva ai suoi sacerdoti, a non avere paura e a superare ogni complesso di inferiorità verso il mondo, in particolare verso ciò che è definito "moderno". Il cardinale richiamava al rischio del cedimento, in fondo mai superato, ad alcuni luoghi comuni; è necessario evitare l'ingenuo ottimismo nei confronti del mondo e degli uomini, di certa cultura oggettivamente anticristiana, anche se talora ammantata di filosofica problematicità e ospitata in non pochi ambienti e media "nostri"; allo stesso tempo è bene non essere vittime dell'opinione pubblica, soprattutto per il solo fatto che è pubblica, cioè numero, folla, forza. Il cardinale elenca ancora, come tentazioni e possibili complessi di inferiorità dei sacerdoti, l'ammirazione per i vari "messianismi", che si succedono nella storia e che falsamente promettono liberazioni "altre" da quella di Cristo.
In conclusione il cardinale Siri aveva ben previsto a quali fatiche sarebbe andata incontro la figura del sacerdote in questi ultimi anni, per cui è necessario ribadire il suo prezioso magistero, perché nessun sacerdote si lasci intimidire da una cultura disposta a tutto pur di soffocare il più possibile il senso del sacro nelle coscienze degli uomini. Diceva ai suoi preti:  "Miei cari confratelli, voi non siete miseri se porterete destini sì grandi da non essere minacciati. (...) Voi non siete più deboli, se non avrete bisogno di quello che è superfluo. Voi non siete meno sapienti, se non conoscete i misteri di questo mondo. (...) Se avrete da entrare in concorrenza, fatelo, ma con gli angeli del cielo, con i martiri, con i confessori della fede".


(©L'Osservatore Romano - 12 settembre 2008)