Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Pubblichiamo alcuni stralci di uno dei saggi del volume curato da Antonio Manfredi Le origini della Biblioteca Vaticana tra umanesimo e rinascimento (1447-1534), primo dei sette previsti che copriranno l'intera storia della biblioteca (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2010, pagine 531).

di Agostino Paravicini Bagliani
Alla fine dell'Ottocento, lo storico tedesco Robert Davidsohn, basandosi su un'affermazione di Benvenuto Cellini, aveva ipotizzato che già verso la metà dell'xi secolo fossero esistiti inventari della biblioteca papale. Il 16 ottobre 1538, Benvenuto Cellini era stato arrestato e incarcerato in Castel Sant'Angelo con l'accusa di avere approfittato del Sacco di Roma (1527) per appropriarsi di gioielli appartenenti al tesoro pontificio. L'artista fiorentino si era difeso invitando i suoi giudici a consultare gli archivi per verificare se mancasse qualcosa rispetto agli inventari:  "Ancora non dovevi voi vedere la nota delle gioie che ha questa Camera apostolica iscritte diligentemente da cinquecento anni in qua?". Un rinvio così preciso non può certo essere preso alla lettera, perché sa di retorica giustificativa ed è comunque cronologicamente generico. Va comunque tenuto presente che, semmai fossero esistiti inventari così antichi delle collezioni librarie pontificie - per i quali non vi sono indizi testuali o documentari - questi inventari sono andati dispersi o perduti proprio forse quando, all'inizio o nei primi decenni del Duecento, come ancora vedremo, si deve ipotizzare che la stragrande maggioranza dei libri e degli archivi appartenenti ai pontefici sia andata distrutta.
È forse paradossale, ma su circostanze e cronologia di una così clamorosa distruzione non possediamo informazioni esplicite. Eppure, la si deve ipotizzare, perché, come avremo ancora l'occasione di vedere da vicino, la biblioteca che Bonifacio vIII farà inventariare nel primo anno del suo pontificato (1295) è sostanzialmente una biblioteca recente, contenente soltanto alcuni sparsi codici antichi, una situazione che non riflette certo secoli di storia libraria e documentaria!
Secondo Giovanni Battista De Rossi, la biblioteca e l'archivio dei Papi sarebbero stati depositati nell'XI secolo in una torre - la Turris chartularia - situata a est dell'Arco di Tito e presso il Settizonio. Il De Rossi sembra essersi basato sullo stesso nome della torre per identificarla come luogo di conservazione di materiali librari e archivistici appartenenti alla Sede apostolica. Si tratta però di una congettura non suffragata da nessuna fonte. L'argomentazione del De Rossi era inoltre la seguente:  la Turris chartularia, affidata alla custodia della famiglia guelfa dei Frangipane, sarebbe caduta nel corso del secondo quarto del secolo nelle mani della famiglia ghibellina degli Annibaldi, partigiani di Federico ii, e in quella occasione sarebbero stati distrutti gli archivi e la biblioteca dei Papi. Questa tesi fu messa in discussione da Franz Ehrle in un importante articolo sulla storia dei Frangipane, poi in una nota aggiuntiva. Il grande studioso della biblioteca dei Papi nei secoli xIII e xiv faceva osservare che dalla testimonianza del cardinale Deusdedit, l'unica cui aveva potuto ricorrere il De Rossi per sostenere la sua ipotesi, si poteva soltanto pensare che né tutta la biblioteca né tutto l'archivio sarebbero stati trasferiti dal palazzo del Laterano alla Turris chartularia nel 1094, quando Urbano ii era dovuto fuggire di fronte ai seguaci dell'antipapa Clemente III e riparare nelle case fortificate dei Frangipane sulla Via Sacra. Inoltre, affermava sempre Ehrle, anche quei documenti che seguirono Urbano ii sul Palatino sarebbero ritornati al Laterano quando il Pontefice fu in grado di reintegrare la residenza pontificia. Ehrle poteva quindi arguire che al momento del suo crollo, la Turris chartularia non doveva più contenere documenti provenienti dallo scrinium lateranense e che la perdita dell'antica biblioteca (e dell'archivio) dei Papi doveva quindi essere imputata ad altra causa, un incendio, un saccheggio, o altri eventi non noti. Riassumendo le posizioni dell'Ehrle, Auguste Pelzer considerò inaccettabile l'ipotesi secondo cui la biblioteca antica dei Papi fosse stata depositata nella Turris chartularia.
Sulla cronologia di questa perdita, che da un punto di vista delle fonti rimane ancora del tutto misteriosa, non abbiamo punti di riferimento veramente utili. Verso la fine del xii secolo, il Liber censuum menziona la biblioteca (Lateranensis bibliotecha) e l'archivio (Archivum sacri palatii Lateranensis) in un modo da far pensare che essi fossero pienamente funzionanti. Si tratta di testimonianze importanti, anche perché provengono da Cencio (poi Papa con il nome di Onorio III), il massimo rappresentante del riordino del patrimonio della Sede Apostolica di cui il Liber censuum è appunto il riflesso più autorevole.
D'altra parte, va notato che la serie praticamente completa dei registri di lettere papali inizia soltanto con il pontificato di Innocenzo III, ma anche questo non è un elemento tale da suggerire che la perdita della biblioteca fosse avvenuta sotto questo pontificato. In questo contesto, il fatto che Innocenzo III abbia fatto costruire una domus per la cancelleria a nord della basilica vaticana - una vera e propria novità nell'ambito della storia residenziale e amministrativa del Papato (fino a quell'epoca tutti gli uffici curiali erano concentrati in Laterano) - può però forse spiegare che la serie dei registri vaticani giunta fino a noi incominci proprio con il suo pontificato. I Gesta Innocentii III, l'unica fonte che ci parla di questa decisione, non offrono comunque indizi che possano in qualche modo mettere questa nuova costruzione in relazione con la distruzione del tesoro papale al Laterano. E un interessante episodio, di doni di libri a Innocenzo III, raccontato da Giraldo de Barri, uno degli scrittori più interessanti per la storia delle usanze curiali intorno al 1200, non permette affatto di pensare che questo dono di libri al Papa sia stato provocato dal desiderio di contribuire alla ricostruzione della biblioteca papale, in seguito a gravi perdite. Giraldo racconta che al suo arrivo in curia (fine novembre 1199, "circa la festa di s. Andrea") si gettò ai piedi di Innocenzo III, ma non avendo abbastanza denaro, preferì offrirgli alcune sue opere. Quasi per scusarsi fece un gioco di parole:  "ho preferito - dice - dargli dei (libros) invece che delle lire (libras)". Innocenzo III, che Giraldo definisce per l'occasione "un grande letterato e amante della letteratura", accolse con benevolenza il dono del Gallese e tenne le sue opere vicino al suo letto per quasi un mese. Un giorno, sorpreso da alcuni cardinali a leggere uno di quei codici, ne elogiò "l'eleganza stilistica". Si disse disposto a prestar loro alcune opere, ma non si volle separare dalla Gemma sacerdotalis.
Un altro passo di Giraldo de Barri sembra inoltre dimostrare che all'epoca di Innocenzo III i registri di lettere dei Papi del secolo xii si trovavano ancora presso la Camera apostolica (responsabile del tesoro pontificio) e che lì potevano essere consultati, previo l'assenso del camerlengo. Giraldo de Barri racconta infatti che durante una delle fasi del processo che lo opponeva all'arcivescovo di Canterbury Uberto, Innocenzo III dichiarò in concistoro che per un processo di questa importanza, che implicava la possibilità di costituire un nuovo arcivescovado (St. Davids) e la concessione del pallio, mancavano i fondamenti, perché non si erano trovate informazioni nei registri papali né erano disponibili notizie su precedenti negoziati in proposito. Giraldo de Barri chiese di poter consultare i registri (ora perduti) di Eugenio III (1145-1153), poiché aveva sentito dire che la questione era già stata trattata in Francia da quel Papa. La richiesta fu accettata. Aprendo il registro, Giraldo compulsò subito, sotto gli occhi di un chierico del camerlengo papale, la parte riguardante i Gesta Eugenii in Francia e trovò le lettere che cercava. Ottenuto il permesso dal camerlengo, le trascrisse immediatamente. Nella successiva seduta del concistoro, il Papa, meravigliato della scoperta dell'arcidiacono inglese che gli avrebbe permesso di vincere il processo, lo chiamò, con fine benevola ironia, archiepiscopus, poi si fece leggere le lettere nella trascrizione di Giraldo.
Philippe Lauer fece osservare che il materiale librario e documentario posseduto dai Papi avrebbe potuto essere stato trasferito nella aula camerarii per motivi di sicurezza, allorché, nel 1234, la rivolta del popolo romano contro l'autorità pontificia fu occasione di importanti saccheggi. A parte il fatto che la aula camerarii viene menzionata soltanto sotto Onorio iv, nel primo volume dei registri dell'Introitus et exitus, l'ipotesi, pur non inverosimile, non è surrogata da nessun indizio documentario.
Forse è però interessante osservare in questo contesto che la più antica attestazione di un nuovo funzionario curiale, responsabile del tesoro papale, risale al pontificato di Innocenzo IV, ed è quindi di poco posteriore al saccheggio del 1234, ma anche questa coincidenza di date esige prudenza, perché la creazione della nuova funzione curiale di thesaurarius papale, alle dipendenze del camerlengo, ma con un ruolo di responsabilità rispetto al tesoro del Papa, potrebbe essere una delle conseguenze della forte e frequente mobilità della corte pontificia.

(©L'Osservatore Romano - 17 dicembre 2010)