Ad analizzare il delirio ripetitivo che colpisce i governi e i partiti politici e la loro voglia di riformare, nel dire “aò adesso arriviamo noi!”. E più sono laicisti e democratici (magari lo fossero sul serio) e più trascinano verso il baratro della barbarie.
A ben vedere la frotta di opinionisti, pedagogisti, analisti, e compagnia carrozzone, anche qui il delirio è sempre lo stesso, con stragi del Bene, del Bello e del Vero.
Di cosa parliamo?
Dell’autodeterminazione al bene.
Ogni volta che si parla di “auto-determinazione” c’è un fremito, un delirio, un sussulto drogato in cui l’uomo dice a sé, come quella vecchia pubblicità di un deodorante: “Io valgo!”.
Valgo e posso valere, perché io sono io e posso essere io.
Io, principio e compimento della scelta morale.
Io sento, io posso, mirate tutti, dunque, il mio io.
Riconoscete il mio io, datemi accettazione, approvazione, “mi piace” e visualizzazioni.
Consenso. Guardate i miei colori come pavone che genera il colore.
Riconoscete il bene che fanno le mie mani, le mie programmazioni, le mie di me unicità.
Persino le frasi rese stucchevoli di santi passati e moderni vengono ri-adattate da questo motivo ego-narciso-centrico di sottofondo.
A cominciare da Agostino: “Ama e fai ciò che vuoi” (In Io. Ep. tr. 7, 8), ovviamente dimenticando cosa sia per Agostino l'amare e quanto ricorda sia nello stesso trattato (In Io. Ep. tr. 7, 1) ed ancor prima nel secondo trattato del commento alla lettera a Giovanni: "Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: "voi siete dèi, e figli tutti dell'Altissimo" (Sl. 81,6). Se, dunque, volete essere dèi e figli dell'Altissimo, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo." (In Io. Ep. tr. 2, 14)
Autodeterminazione, dunque, termine di conquista dei tempi attuali. Sfolgorante novità di fetori passati.
Io scelgo, io sono dio, ma lo dico in sordina, anzi è meglio che lo diciate voi, perché così funziona.
Decido chi vive e chi muore. Beh non sempre posso farlo da solo, per cui mi unisco ad un gruppo che legittima e consacra questo delirio soggettivo. Poco importa se questo delirio necessita, cosificando, di un tu. L’altro è per me utile, necessario, come potrei sostenere il mio delirio?
L’altro mi serve a consacrare la mia radicale vanità.
L'altro è cosa che sacralizza i miei personali bisogni assurgendoli a feticcio. Anzi neo-dogma. E l'autodeterminazione garantisce questo.
Ebbene bisogna chiaramente ripeterlo per realismo: l’uomo non si autodetermina al Bene. A volte sì, altre volte decisamente no. E la sua ferita orienta, sovente, anche le cose buone in un ibrido tale che lo disumanizza. L’uomo non è corrotto, come sosteneva Lutero. Magari lo fosse! Questo è delirio personale ed ideologico di Martino che ha trascinato molti nel suo manicheismo pratico e teoretico, scimmiottando, male, Agostino.
No, molto peggio, l’uomo è ferito, ed è per questo che si inganna gravemente, specie in periodi delicatissimi in cui è provato dalle contingenze.
Che questo sia un nemico invisibile come un virus o altro. Magari anche un impegno che riguarda i beni primari.
Che questo sia un periodo di prova.
L’uomo messo a nudo pensa di essere vestito e dimentica le sue nudità, e, per tale motivo, si inganna e soprattutto si auto-inganna.
Questo è dunque il punto, il grande inganno e la “grande bruttezza”:
L’uomo non si autodetermina al Bene pensando di auto-determinarsi e di autodeterminarsi al bene.
Con ciò non si vuole dire che l’uomo e la donna non possano sovente creare, produrre, cose meravigliose indipendentemente dal proprio delirio e fare gesti, comportamenti e pensieri, sostanzialmente, buoni e carichi di bontà e di Bene.
Ma si vuole realisticamente evidenziare che l’uomo necessita di guarigione e che la guarigione non se la può dare da sé.
Se poi nella “massa” della storia i cristiani hanno smesso di essere lievito e di salare, di portare nostalgia di Eternità e di assoluto, beh, tali uomini e donne sono i veri disabili, paralitici, quasi inutili. Quasi, perché sempre c’è tempo e modo di poter diventare umani. Ma fino ad allora fanno parte tutti di un circo, di un carrozzone, con nani, ballerine, vanità, isterie che a nulla servono se non ad essere calpestati senza frutto, senza ricordare le radici, senza riportare al “cuore del cuore”, senza odore di vocazione.
Senza essere testimoni fino al dono possibile di sé secondo il loro Maestro e Signore.
E, dovunque essi sono, che sia un luogo educativo, un partito politico, un ambiente di lavoro, se non portano la nostalgia dell’Eterno si sono sì auto-determinati, ma nell’avarizia e nell’accidia che sprofonda sé e gli altri. Sì, gli altri, le sorelle e i fratelli, con un volto e uno sguardo. Quei fratelli e quelle sorelle per cui Cristo ha patito, è morto ed è Risorto.
Ed è qui il succo:
ti determini al Bene se hai intimità costante con il Bene.
E la sapienza è tutta qui, nell'intimità con il Bene.
L'intimità non è intimismo, quest'ultimo ha una forte carica soggettivista, l'intimità è piuttosto un'oasi che irrora chi la vive e chi gli è vicino proprio perché scaturisce da Altro da sé e rende, finalmente il sé sé stesso.
Dunque la volontà, questa che solo è dono più specificatamente tuo, necessita dell’intimità con il Bene “per fare Bene il Bene nel Bene”.
Non basta cercare di fare il bene nel bene, occorre farlo bene.
E tu non puoi farlo senza intimità con Cristo e con ciò che promana da questa intimità.
Come ricorda Agostino:
“Hoc est occultum et horrendum virus haeresis vestrae, ut velitis gratiam Christi in exemplo eius esse, non in dono eius
Questo è l'occulto e orrendo veleno della vostra eresia: voi volete che la grazia del Cristo stia nel suo esempio e non nel suo dono”
(Contra secundam Iuliani responsionem imperfectum opus, II, 146)
Agostino aveva centrato la malattia di sempre, il danno più grave.
Ciò che si ferma all’esempio di Cristo nutre il sé, il soggetto nel suo delirio ferito, rafforza la sua malattia, la sua illusione di auto-determinarsi al bene.
Cristo non si ostenta, si vive, come e più del respiro, come l'intimità più intima di te stesso, nella lode e nel ringraziamento. Nello stupore disarmato, se Cristo lo conosci. Non sei tu che lo possiedi ma è Lui che ti dona di possederti nell'intimità con Lui.
Se sei discepolo umile e reso lo incontri sempre meglio, senza riserve del cuore e zone stagne e fangose, impermeabili alla Grazia.
In verità, se tu Cristo lo incontri e ne vivi l’intimità, e dunque anche la Chiesa, con appartenenza, succede il miracolo:
inizi a guarire.
E, finalmente, cominci a portare frutto, “pro multis”, perché lì, nel “dono della Sua Persona” ti sei radicato come piolo ben conficcato nel terreno della Grazia.
Altrove è illusione, pericolosa e disumana illusione.
Di questo incanto obnubilante e litanico vive il mondo.
Ed è il danno più grave.
Il mondo continua a ripetere il ritornello, con fasti di luce e di effetti speciali: autodeterminazione!
E tu, spesso, ben preferisci il canto delle sirene, nella tua malattia, che la voce del Medico.
Eppure Egli, ed Egli solo ti conosce e ti può condurre agli orizzonti a cui aneli e che non riesci, senza Lui, a chiamare per nome.
A te ricordare a te stesso, e ad ogni sguardo, la reale Bellezza, che tutto significa e che ad ogni cosa dona peso e sostanza.
Perché è Lui e solo Lui che, stando ai tuoi piedi, servendoti ed amandoti, ti sorregge nell’essere, ti pulisce dal fango e dalla sozzura.
Egli solo ti dona di determinarti nel Bene e di risuonare, finalmente, nell’armonia per cui sei stato amato, assieme ai fratelli e alle sorelle, dall’Eternità.
Questo, dunque, proclami la tua carne e le tue scelte:
“Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno”
(Fil. 1,21)
E, finalmente, amerai.
PiEffe