Le vicende che contrassegnarono l'ascesa di Damaso alla cattedra romana hanno suscitato e continuano a suscitare vivo interesse tra gli specialisti di storia romana in età tardoantica. La storiografia dell'ultimo trentennio, quasi in un continuum inconscio con le divergenti linee di chi osservò e valutò gli eventi "a caldo", ha riproposto una rilettura - talvolta con tratti revisionistici - delle fonti disponibili, indubbiamente cospicue e circostanziate ma anche disomogenee per la diversità delle intonazioni con cui vengono descritti e valutati gli eventi, che videro consumarsi sul campo il conflitto che opponeva Damaso al suo antagonista Ursino. La metodologia e gli esiti di queste indagini sollecitano qualche spunto di riflessione, anche perché le vicende che scandiscono uno dei più lunghi e certamente il più importante dei pontificati del iv secolo (366-384), propongono - soprattutto nella sua fase iniziale - molteplici aspetti problematici, quanto meno suscettibili di diverse sfumature interpretative, che peraltro non modificano la lettura dei dati effettuali, così come testimoniati da un consistente dossier di fonti documentarie, letterarie, monumentali ed epigrafiche.
Alla morte di Papa Liberio (24 settembre 366) scendono in campo Ursino e Damaso, ambedue appartenenti al potentissimo collegio diaconale. La lotta per la successione, attraverso momenti di grave tensione e di scontri cruenti, si protrae per oltre un anno, dalla elezione e consacrazione di Ursino fino al suo definitivo esilio (25 settembre 366-16 novembre 367). Fonte principale - ma non super partes - di questi avvenimenti è un'anonima cronaca redatta a Roma da un acerrimo avversario di Damaso verso la fine del 368: l'autore è un contemporaneo, probabilmente romano, come si deduce anche dalla sua conoscenza della topografia e della toponomastica della città (Gesta inter Liberium et Felicem episcopos, ed. O. Guenther, Pragae-Vindobonae-Lipsiae 1895, "Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum", 35, pp. 1-4). Contenuti e forma qualificano questa composizione come dichiaratamente di parte, anche se appare del tutto credibile e in gran parte controllabile l'essenzialità dei fatti narrati, inseriti entro definite coordinate spaziali e temporali, confermate, oltre che da una serie di rescritti imperiali che entrano nel merito delle vicende, anche da altre testimonianze - pagane e cristiane di parte damasiana - che riferiscono gli stessi avvenimenti. I dati essenziali riportati non subiscono sostanziali deformazioni, ma naturalmente vengono riferiti e valutati ora con enfasi, ora con malizia, ora con reticenze ed ellissi, nel tentativo ovvio di deresponsabilizzare e legittimare ovvero di accusare e delegittimare i due protagonisti della vicenda. E su queste dinamiche si è potuta largamente sbizzarrire anche la storiografia più recente, che non ha però riservato adeguata attenzione alla ovvia - ma importante - constatazione, che le due partes in competizione non muovono da premesse dialettiche né dalla presa d'atto del fallimento di un tentativo di composizione, ma scendono immediatamente in campo.
Il conflitto si avvia concretamente il 25 settembre del 366 per iniziativa degli ursiniani, che anticipano sul tempo le mosse degli avversari: un gruppo di presbiteri (i Gesta non ne specificano il numero), tre componenti su sette del collegio diaconale (Ursinus, Amantius, Lupus) e una parte della comunità rimasta fedele a Liberio durante il periodo dell'esilio (autodefinita plebs sancta), si riuniscono in uno degli edifici di culto fondati da Papa Giulio, la basilica Iulii iuxta forum Traiani nella vii regio (Via Lata), dedicata agli Apostoli. In questa sede - legittimata alla funzione perché rivestita del ruolo di "basilica episcopale coadiutoria" della Lateranense - viene avanzata la designazione di Ursino e contestualmente la sua consacrazione: "Allora i presbiteri e i diaconi Ursino, Amanzio e Lupo insieme al popolo santo (plebs sancta), rimasti fedeli a Liberio durante il suo esilio, si apprestano verso la basilica di papa Giulio e chiedono, per la successione a Liberio, l'ordinazione di Ursino (...) Paolo, vescovo di Tivoli procede alla consacrazione di Ursino" (Gesta, 5, 23-24, 2). Rufino di Concordia, nella sua versione dei fatti - apertamente filodamasiana - ricorda il vescovo tiburtino indicandolo - senza farne il nome - con l'espressione apertamente dispregiativa "un certo vescovo ignorante e rozzo" (quidam episcopus imperitus et agrestis, Historia Ecclesiastica, 2, 10).
L'atto formale della consacrazione episcopale induce la pars damasiana a reclamare immediatamente l'elezione per il suo leader. L'investitura avviene in quello che può definirsi come il primo "campo base" dei damasiani, definito dai Gesta con il toponimo in Lucinis (Gesta, 5, 2): certamente un titulus della regio vii (via Lata), la cui ubicazione nell'area di San Lorenzo in Lucina rimane allo stato attuale la più credibile. È comunque in Lucinis che gli "spergiuri" (periuri) - così gli ursiniani chiamano gli avversari - "reclamano Damaso al posto di Ursino" (Gesta, 2, 22-23). Di qui il vescovo designato procede immediatamente allo sgombero della basilica Iulii iuxta forum Traiani avvalendosi di una consistente forza d'urto, costituita - dicono i Gesta (5, 24-28) - da aurighi e da una moltitudine di ignoranti reclutati con il denaro, gli uni e gli altri armati di bastoni: lo scontro infuria per tre giorni consecutivi con l'uccisione di un buon numero di ursiniani. Trascorsi sette giorni e liberata la basilica Iulii dagli ursiniani, Damaso, anche con il sostegno degli arenarii - cioè gladiatori prezzolati - che aveva reclutato con ingenti somme di denaro (Gesta, 6, 1, 3), prende possesso della basilica Lateranense, dove il 1° ottobre viene consacrato dal presule di Ostia - certamente da identificare con Florentius - al quale per radicata tradizione era riservata la consacrazione del vescovo di Roma.
Di fronte a questi avvenimenti l'autorità di polizia, quasi in attesa dell'esito dello scontro, non interviene; anzi il prefetto della città Rufius Viventius Gallus, come testimoniato da Ammiano Marcellino, si ritira nella sua residenza suburbana (secessit in suburbanum), fin quando Damaso, ormai rivestito ufficialmente della dignità episcopale, ne richiede espressamente l'intervento, riuscendo a ottenere l'esilio per l'antipapa Ursino e i due diaconi Amantio e Lupo (Gesta, 6, 2-5, 3). Nell'atteggiamento di Viventius si legge in trasparenza l'appoggio dell'autorità costituita per la pars Damasi, dissimulato sotto forma di una distaccata non ingerenza: il secessit in suburbanum di Ammiano Marcellino (Historiae, 27, 13) è icasticamente commentato da Antonio Ferrua "cioè se ne andò in villa a far la vendemmia, lasciando che gli altri si ammazzassero a loro posta".
All'indomani della consacrazione di Damaso e dell'occupazione della basilica Iulii la contesa non trova soluzione e anzi lo scontro, superato ampiamente il livello di guardia del tafferuglio, assume tutti i caratteri di una guerriglia strategicamente pianificata, che si protrae per tre giorni. La parte della comunità rimasta fedele a Ursino, congiuntamente ai sette presbiteri già espulsi dalla città, occupa la basilica Liberiana sull'Esquilino (poi Santa Maria Maggiore), dove si consuma un secondo e più cruento scontro tra le due fazioni: "Allora Damaso con i traditori (antitesi alla plebs sancta ursiniana) reclutati i gladiatori e i quadrigarii, e i fossori e tutto il clero, con scuri, spade e bastoni, assediò la basilica alle ore otto del 26 ottobre 366 e suscitò uno scontro violento. Infatti, sfondate le porte e appiccatovi il fuoco, cercava un varco per entrare: alcuni dei suoi inoltre, demolito il tetto della basilica, uccidevano con le tegole il popolo dei fedeli. Tutti i damasiani allora, irrompendo nella basilica, uccisero 160 dei nostri, uomini e donne, e ne ferirono moltissimi dei quali molti morirono. Invece da parte damasiana non vi fu alcun morto" (Gesta, 7, 10-21); in questa circostanza Damaso, oltre che dei quadrigarii e degli arenarii, può disporre dei fossores e di tutto il clero schierato dalla sua parte.
La componente fissa delle forze messe in campo dalla pars damasiana fin dall'inizio degli scontri era costituita da elementi dell'ambiente circense come quadrigarii (aurighi) e arenarii (gladiatori), ai quali si aggiungono i fossores in occasione dell'assalto alla basilica liberiana. Per entrare infatti nell'edificio e snidare gli occupanti viene appiccato il fuoco alle porte, senza però ottenerne il risultato atteso. Si ricorse allora a un'altra strategia: "alcuni dei partigiani di Damaso, demolito il tetto, scagliavano le tegole sul popolo dei fedeli". Coloro che si inerpicarono sulla sommità della basilica non potevano che essere i fossores, gli unici tra gli assedianti in grado di smontare un tetto, recuperarne le tegole e precipitarle all'interno dell'edificio: e infatti tra gli strumenti di offesa in possesso dei damasiani i Gesta enumerano non soltanto "spade" (gladii) e "bastoni" (fustes) - presumibilmente in dotazione dei gladiatori e degli aurighi - ma anche scuri (secures), strumenti abituali questi ultimi nell'attività ordinaria dei fossori.
Damaso peraltro per assoldare i fossori non aveva dovuto ricorrere alla corruzione, come già - in occasione dell'assalto alla basilica Iulii e al presidio forzoso della Lateranense - con i gladiatori (pretio corrupti) e con gli aurighi, appartenenti questi ultimi alla fazione dei verdi (factio prasina), la cui sede (stabula) era ubicata nella stessa area urbana dove sorgeva la casa paterna di Damaso, poi titulus Damasi dedicato a san Lorenzo. In questo caso non vi era necessità alcuna di ricorrere a un reclutamento prezzolato, poiché quella dei fossori era una corporazione artigianale storicamente legata alle gerarchie ecclesiastiche - ma non formalmente in essa integrata - fin dalla nascita dei primissimi nuclei delle catacombe romane, vale a dire dal periodo intercorrente tra i pontificati di Zefirino e Callisto (199-222). E forse per questo l'anonimo estensore dei Gesta, nel ricordare quella parte degli assalitori che si incaricò di demolire il tetto della basilica Liberiana, usa il termine familiares, che bene sembra tradurre il rapporto di reciproca consuetudine e, nel caso specifico, di mutua "complicità" maturato tra Damaso e gli umili artigiani delle catacombe, che di lì a poco sarebbero stati chiamati a contribuire con il proprio lavoro alla prima monumentalizzazione delle tombe dei martiri romani, l'impresa più grande del pontificato damasiano.
La figura del fossor, appena percettibile nell'età precostantiniana, e pressoché esclusivamente nella documentazione figurativa ad affresco che peraltro non lasciava trasparire alcune individualità, comincia ad assumere rilevante e continuativa visibilità epigrafica proprio nel corso dell'ultimo quarantennio del iv secolo, che è il periodo nel quale - soprattutto per iniziativa di Damaso - vengono a maturazione tutti i fondamentali ideologici e materiali che favorirono la nascita e lo sviluppo del culto dei martiri. Il protagonista assoluto di questa imponente impresa sempre visibilmente presente - anche in termini epigrafici - è Damaso e, accanto a lui, il fossore - l'esecutore materiale - che seppure nel ruolo di comprimario vede di fatto ampliarsi la sfera delle proprie competenze in diretta conseguenza dello sviluppo sempre più accelerato della pratica delle sepolture ad sanctos. È nel corso del ventennio damasiano che i fossori vengono di fatto investiti di una vera e propria capacità giuridica e amministrativa nella nuova funzione di attori e garanti negli atti di compravendita delle sepolture, e in particolare di quelle ubicate nei cosiddetti retro sanctos - nelle aree cioè circostanti le tombe dei martiri - che, come recita una iscrizione del cimitero di San Lorenzo nell'agro Verano, multi cupint et rari accipiunt (Inscriptiones Christianae Urbis Romae, vii 18017).
Nella prassi epigrafica il fossore esce dall'anonimato: la documentazione che lo riguarda raggiunge allo stato attuale circa 150 esemplari, nei quali - a partire dalla seconda metà del iv secolo - si introduce un lessico tecnico, che traduce l'azione dell'acquisto e dell'avvenuto possesso di sepolture privilegiate (cioè vicine alle tombe venerate) con le forme emere e comparare, impiegate assolutamente (Inscriptiones Christianae, V 13148, 13150, 13613; 27541, 27542) o connesse alla esplicita menzione della sepoltura (Inscriptiones Christianae, I 3868; III 8202; VII 17535). Tra la seconda metà del iv e l'inizio del v secolo nei cimiteri cristiani di Roma si consolida inoltre un repertorio iconografico specifico, che illustra compiutamente ruolo, funzioni e caratteristiche di un corpo di artigiani, che accompagna - quasi nume tutelare - la storia secolare delle catacombe. Un celeberrimo affresco di Domitilla perpetua la figura di uno dei responsabili delle squadre che operavano nella vastissima necropoli della via Ardeatina: è il fossore Diogene rappresentato al centro della lunetta di un arcosolio contornato dagli utensili della sua attività quotidiana e commemorato con un titulus pictus che reca Diogenes fossor in pace depositus | octab (um) kalendas Octobris (III 6649).
(©L'Osservatore Romano - 11 dicembre 2010)