A parte il vangelo di Marco, che comprime l'attività terrestre del Risorto in appena dodici versetti dell'ultimo capitolo, dando l'impressione di un lasso di tempo brevissimo, il solo giorno di Pasqua (cfr. Marco, 16, 9-20), gli altri scritti neotestamentari raccontano molteplici incontri di Cristo Gesù con i suoi discepoli dopo la risurrezione. E gli Atti degli Apostoli precisano che "egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio" (1, 3). Tra questi momenti, l'arte cristiana ne ha privilegiato soprattutto quattro: la rivelazione a Maria Maddalena la mattina di Pasqua; l'incontro avvenuto nel pomeriggio con due discepoli lungo la strada di Emmaus; l'apparizione agli apostoli una settimana dopo Pasqua, quando Cristo invitò Tommaso a sincerarsi della realtà facendosi toccare le ferite; e l'ultima consegna alla fine dei quaranta giorni, quando il Signore comanda agli apostoli di evangelizzare il mondo intero.
L'apparizione alla Maddalena tutta sola, narrata dettagliatamente nel quarto vangelo, è menzionata anche da san Luca che fornisce un particolare fondamentale: che cioè Cristo "apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni" (Luca, 16, 9). Questa previa liberazione o "guarigione psicologica", che ha rafforzato la tendenza a vedere nella sorella di Lazzaro la peccatrice perdonata da Cristo "perché ha molto amato" (Luca, 7, 47), in effetti qualifica l'incontro descritto da san Giovanni. Fa capire che la donna a cui il Signore apparve per prima era una miracolata: una donna cioè che in Cristo non vede solo l'amico, ma il suo salvatore; ed è ricolma di gratitudine per la grazia ricevuta. Nel vangelo di Giovanni, fu lei che, il giorno di Pasqua, "si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro" (Giovanni, 20, 1). Corse a informare Pietro e Giovanni stesso, i quali arrivarono di corsa, videro senza capire e se ne andarono. "Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva" (Giovanni, 20, 11); si chinò verso l'apertura del sepolcro, vide due angeli e - alla loro domanda, "Perché piangi?" - spiegò che "hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto" (Giovanni, 20, 13). Girandosi poi, vide Gesù in piedi, ma lo scambiò per il custode del giardino in cui si trovava il sepolcro, fino a quando egli non pronunciasse il suo nome, dicendo semplicemente: "Maria". Allora gli disse in ebraico "Rabbunì" che significa Maestro!, ed egli rispose con le parole: Noli me tangere, "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre, ma va' dai miei fratelli e di' loro: io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (Giovanni, 20, 16-18).
Tipicamente le raffigurazioni del tema ne sottolineano gli aspetti psicologici e ambientali: l'intimità dell'incontro a prima luce e la freschezza primaverile del giardino. Una miniatura in un rotolo dell'Exultet del secolo xi ricorda poi il contesto liturgico che dà senso ai testi appena citati, collocando la scena del Noli me tangere sotto quella della solenne veglia in cui il diacono, al lume del cero simboleggiante il Risorto, spiega al popolo il senso eterno di quella notte pasquale. L'abbinamento delle due immagini è poi suggestivo: dopo la fiamma simbolica della veglia, ora il giorno che albeggia; e dopo il peccato di Eva e di Adamo - ricordato nell'Exultet - ora una donna con l'uomo che l'ha liberata da sette demoni, insieme in un giardino come quello dove ebbe inizio la vita.
Nello stesso spirito, quattro secoli dopo, è la lettura del Beato Angelico, in cui i colori solari, la bellezza purissima, gli sguardi carichi di brama spirituale trasmettono tutto l'ardore e l'innocenza della vita contemplativa. L'immagine è infatti personale come l'incontro che essa descrive, e per capirla perfettamente bisognerebbe alzarsi presto, recarsi all'alba al sepolcro, piangere il Cristo morto, riconoscere la sua voce pronunciare il nostro nome, cogliere il profumo sprigionato dal suo passo sull'erba bagnata nel fresco mattutino. Cercato e trovato così, Cristo è tangibilmente "vivo", crocifisso, ma "risorto", anzi "spirito datore di vita" per chi in lui crede (1 Corinzi, 15, 45): il piede delicatamente modellato sul prato primaverile ne comunica la vitalità, e non a caso l'Angelico riprende il rosso della ferita rimarginata per i fiorellini che spuntano dall'erba.
Altrettanto intimo fu l'incontro col Risorto di due discepoli che, il pomeriggio del giorno di Pasqua, erano in cammino per Emmaus. Come la Maddalena, questi dapprima lo scambiarono per un viandante qualsiasi. Cristo in ogni caso non si rivela subito, ma, mentre cammina con loro, rivolge domande e offre chiarimenti sugli eventi dei giorni precedenti a Gerusalemme, aiutandoli a capire che il Messia doveva infatti soffrire prima di entrare nella sua gloria. "E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui" (Luca, 24, 27), così che - arrivati a Emmaus, quando egli fece come se dovesse andare più lontano - i due insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino" (Luca, 24, 29); è il momento descritto da Duccio di Buoninsegna, che traveste Cristo da pellegrino, come se stesse tornando dalla festa religiosa dei giorni precedenti.
Il misterioso compagno accetta, li segue nella città, e "quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista" (Luca, 24, 30-31) - evento, questo, che ovviamente ricalca il formato dell'ultima cena, quando Cristo "prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede" ai presenti affermando che era il suo corpo (Luca, 22, 19). La cena di Emmaus conferma cioè, dopo la risurrezione, quanto Cristo aveva promesso alla cena mangiata con i suoi amici prima di morire, e molti artisti l'hanno infatti raffigurata in termini evocativi di quell'altro pasto; ricordiamo la straordinaria tela dei Musei Vaticani, opera di un maestro del Novecento, Ardengo Soffici, col mistico Cristo che, mentre spezza il pane, viene quasi assimilato alla luce del giorno che volge al suo fine.
La luce è infatti importante nelle apparizioni del Risorto, sovente avvenute all'alba o al declinare del sole, come se colui che illumina ogni uomo ormai volesse rivelarsi nei momenti di passaggio, quando nasce o muore il giorno e l'occhio e il cuore sono più attenti. Così anche il terzo incontro, quello con san Tommaso, viene spesso immaginato al calar del sole primaverile, come nella sublime pala d'altare di Cima da Conegliano dell'Accademia di Venezia. L'evento, descritto nel quarto vangelo, ebbe luogo otto giorni dopo un'iniziale apparizione la sera di Pasqua, quando Gesù risorto si fermò in mezzo agli apostoli, mostrando loro le sue mani e il costato e alitando su di loro lo Spirito Santo. Tommaso, assente in quell'occasione, aveva rifiutato di credere alla testimonianza degli altri, dicendo: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò" (Giovanni, 20, 25). Così otto giorni dopo - nello stesso luogo e implicitamente alla stessa ora - "venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!"" (Giovanni, 20, 26-29). Cima da Conegliano enfatizza l'intimità dell'incontro, a cui non assistono gli altri apostoli ma solo il patrono della confraternita per il cui altare la pala fu eseguita, san Magno. Ma questo personaggio rimane marginale alla scena, poco più importante dei pilastri del magnifico portico, e l'attenzione viene focalizzata sul corpo di Cristo posto al centro, direttamente sopra il punto in cui veniva innalzata l'ostia consacrata: il corpo di Cristo stagliato contro un vasto panorama che infatti suggerisce il rapporto del cosmo con il Risorto, divenuto Salvator mundi, Salvatore del mondo anche materiale. "Poiché in questo giorno", dice san Gregorio di Nissa, della Pasqua, "Dio crea un cielo nuovo e una terra nuova, come afferma il profeta. E quale cielo? Il firmamento della fede in Cristo. E quale terra? Un cuore buono, come disse il Signore, una terra avida della pioggia che la irriga e che produce un'abbondante messe di spighe". Così il cielo immenso sullo sfondo del dipinto, e la terra bagnata di luce, diventano figure della fede che Cristo infonde a Tommaso in primo piano, nonché del "cuore buono" dell'apostolo rappresentante di quanti, pur non avendo visto, hanno creduto.
E notiamo un fatto singolare: il Cristo di Cima non invita Tommaso a toccarlo solo a parole, ma guida la mano dell'apostolo con la propria mano, permettendo all'incredulo quanto aveva vietato alla Maddalena credente, il contatto sensorio col suo corpo glorificato. Tale concessione è funzionale alla missione che, di lì a poco, Cristo affiderà a Tommaso come agli altri apostoli, di predicare la buona novella della sua risurrezione - missione la cui riuscita dipenderà dal rapporto di questi col Risorto operante in loro (cfr. Marco, 16, 20).
Il vangelo cristiano infatti conclude con l'invio degli apostoli verso il mondo e la promessa che Cristo sarà sempre con loro - invio e promessa che avvengono in un ultimo incontro del Risorto con i suoi amici. Dice Matteo che gli undici apostoli "andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Matteo, 28, 16-20).
Questa consegna è il soggetto di un capolavoro di scultura romanica, il timpano del nartece della chiesa abbaziale di Vézeley, in Borgogna, dove Cristo a cui "è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra" appare come una figura di sovrannaturale energia, praticamente elettrica, nell'atto di galvanizzare gli apostoli raggruppati intorno a lui, ognuno col libro del vangelo in mano. Un tema, che nella Francia del primo xii secolo riflette forse l'aspirazione a trasformare le crociate in occasioni di diffusione della fede nel Risorto, e che riappare due secoli dopo a Venezia, città permanentemente protesa al mondo non-cristiano, in una versione più dettagliata. L'immagine, che ricopre la cupola del battistero della basilica di San Marco sovrastante il fonte, allude al congedo del Salvatore nel testo di questo evangelista: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato" (Marco, 16, 16); proprio questo testo è in mano al Cristo al centro della composizione, con lo stendardo della sua vittoria, ove la fresca vegetazione suggerisce la linfa della vita nuova. E intorno alla base della cupola vediamo gli apostoli nell'atto stesso di battezzare i popoli.
(©L'Osservatore Romano - 19 aprile 2009)