L’apostolato del Cura Brocherodi DIEGO FARES
«Insomma, Brochero sarebbe il Curato d’Ars argentino». Così ha detto san Giovanni Paolo II, quando stava per dichiararlo venerabile nel 2004.
Un vescovo gli stava descrivendo Brochero, e il Papa ha espresso con le parole l’esatto sentimento dei sacerdoti e vescovi argentini per il santo parroco. Brochero è stato un sacerdote che amava la sua gente, che voleva bene alla sua parrocchia e si prodigava per tutti e per ogni singolo parrocchiano. È stato quest’amore per il suo popolo a dargli gioia, forza e creatività apostolica. Una frase e un gesto ce lo dipingono a tutto tondo. La frase: «Guai se il diavolo mi ruba un’anima!». Il gesto: una volta fu chiamato a visitare un malato. Sulla strada della fattoria trovò il fiume pericolosamente in piena, come spesso accade ai fiumi di montagna. Chiunque avrebbe fatto marcia indietro, ma il Cura Brochero mandò la mula avanti a sé e, aggrappandosi alla coda della mula — e a quella frase —, si tuffò in acqua e attraversò il fiume. L’inclinazione di Brochero era proprio quella del cuore del Padre: l’inclinazione a uscire a cercare i suoi figli. Tra la gente è rimasto vivo il detto: «Brochero andava dove lo chiamavano». Fin da ragazzino era incline a lasciarsi trascinare e sostenere (con l’aiuto della sua mula) dal Signore. Da prete raccontava così la sua ordinazione sacerdotale: «Ho avuto molta paura. Non sono altro che un povero peccatore, pieno di limiti e di miserie. E mi domandavo: “Riuscirò a essere fedele alla mia vocazione? In che pasticcio mi sono messo?”. Ma subito una sensazione di pace ha invaso tutto il mio essere. Perché, se il Signore mi aveva chiamato, Lui sarebbe stato fedele e avrebbe sostenuto la mia fedeltà; inoltre, Gesù, il Buon Pastore, non nega mai i suoi doni a quanti lo seguono e sono “altri Gesù”». Quando parlava ai preti, Brochero si mostrava particolarmente severo ed esigente riguardo alla maniera di trattare il popolo. Diceva loro: «Quanto più i vostri fedeli sono peccatori, rozzi o incivili, tanto più dovete trattarli con dolcezza e amabilità nel confessionale, dal pulpito e anche nel rapporto familiare. E se trovate qualcosa particolarmente difficile da affrontare, ditelo al curato, che sa bene come deve affrontarlo». E portava come esempio il suo mulo: «Non date calcioni (alle persone), ma fate come il mulo che si fa strada con l’anca». Brochero si riferiva al fatto che, quando un cavallo esce da un sentiero di montagna e rischia di precipitare, gli si affianca un buon mulo con un buon cavaliere, che lo riporta sul sentiero a forza di piccole spinte, urtandolo con l’anca. Infatti, egli diceva, «il sacerdote che non prova molta compassione dei peccatori è un mezzo sacerdote. Questi stracci benedetti che porto addosso non sono essi che mi fanno sacerdote; se non porto nel mio petto la carità, non sono nemmeno cristiano». Per la gente egli era il Señor Brochero e il cura gaucho. «Signore» per il rispetto che gli portavano. «Gaucho» per le sue gauchadas. Si chiamano così quei favori o attenzioni particolari che si fanno gratuitamente quando si vuol bene a un’altra persona, estendendo la generosità oltre il giusto o il necessario. Mamerto Menapace, monaco benedettino famoso in Argentina, dice che «Brochero non faceva miracoli, ma piuttosto gauchadas». Egli era gaucho anche nel linguaggio, che era quello della gente semplice. È noto che la sua causa è stata ferma per molto tempo per il problema delle sue cosiddette “p a ro l a c c e ”. Alcuni sostenevano che esse non si addicevano a un sacerdote, tantomeno a un santo. Tuttavia padre Aznar racconta che, «essendo stato chiesto a vari anziani, che lo avevano conosciuto, “se il Señor Brochero pronunciava tali parole o frasi”, risposero che il Señor Bro chero era molto accurato in quello che diceva, e non pensavano che fosse così. Anzi, quando c’erano bambini e veniva il Señor Brochero, tutti badavano a non proferire alcuna parola fuori posto, nemmeno quelle più abituali». Fa riflettere il fatto che la gente semplice diceva che Brochero era «molto accurato in quello che diceva», mentre le persone cosiddette “colte” lo consideravano “g ro s s o l a n o ”. Quando fu chiamato a difendersi formalmente, a un’esplicita domanda del suo vescovo, Brochero rispose: «Sul fatto che qualche volta mi siano sfuggite [parolacce] non dirò che non sia stato così, anche se non me ne ricordo. Ma sul fatto che io usi quella parola, non ne ho consapevolezza». Una volta padre Eugenio Ciprian, che lo accompagnava, per accattivarsi la gente montanara e mettersi al loro livello, usò un’espressione un po’ forte. Il Señor B ro - chero lo ammonì affettuosamente, dicendogli di «non esprimersi così, perché un linguaggio simile non gli si addiceva». E aggiunse: «Per me è adatto, ma non per lei». Queste “certezze” di Brochero riguardo al suo modo di parlare riflettono un’intenzione retta che cerca la salvezza dell’ascoltatore e sceglie il linguaggio più conveniente per lui. Questo atteggiamento, che si potrebbe definire “inculturazione”, era per lui una grazia che non lo faceva dubitare del proprio linguaggio. A poco a poco, nella coscienza degli addetti alle cause dei santi è andata maturando quella realtà che il popolo di Dio aveva intuito fin dal primo momento, cioè che il linguaggio di Brochero era un linguaggio d’amore. Il tempo rivela che le sue parole non erano né volgari né raffinate: erano le parole adatte a ciascuno. Come egli apriva le strade nella montagna a forza di spianare il terreno, così anche con le sue parole apriva una strada nel cuore delle persone. Si racconta che una volta, in un corso di Esercizi, Brochero ascoltava — p erché egli in genere non predicava, ma cucinava e confessava — la meditazione data da un giovane sacerdote gesuita. Il predicatore cercava di smuovere il cuore degli ascoltatori dicendo frasi come questa: «Avvicinati, figlio mio, a quella croce, e contempla com’è afflitto Gesù Cristo che soffre per i tuoi peccati». I paesani lo ascoltavano come se ascoltassero la pioggia. Quando il padre terminò, Brochero gli si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio: «Padre, i miei paesani non la capiscono. Guardi che facce sconcertate! Lasci che sia io a predicare la seconda parte». Il gesuita fu lieto di acconsentire. Brochero cominciò col dire: «Figlio, guarda com’è conciato Gesù: gli hanno fatto saltare i denti e perde un mare di sangue. Guarda la testa ferita e piena di spine, per te che rubi la pecora al vicino. È per te che egli ha le labbra spaccate e ferite. Guarda come gli hanno trafitto i piedi con i chiodi, tu che menti e odii». Queste «parole forti» penetravano nel cuore dei paesani, che subito s’intenerivano e cominciavano a piangere. Farsi capire era un profondo desiderio di Brochero. Fin da giovane egli sognava — lo sognava letteralmente, perché, ai tempi dell’università, scostava un poco il divisorio e svegliava il suo compagno di stanza Benjamín Aguirre per spiegargli qualche passo del Vangelo, che meditava durante la notte — sul modo di parlare del Signore. Diceva: «Quanto sarà stato meraviglioso sentire dalle labbra di nostro Signore il Discorso della Montagna, se noi, dopo averlo ricevuto di seconda o di terza mano, siamo tanto toccati da esso, e gli stessi apostoli sono andati tranquilli incontro alla morte dopo averlo sentito, e non sarebbero potuti essere più felici». Brochero voleva ripresentare quel linguaggio del Signore alle orecchie del suo popolo. Quando scendeva dalla mula, arrivato a qualche casa, si annunciava dicendo: «Eccomi qua a darvi musica». Ed erano «musica» per il suo popolo la dolcezza e l’amabilità del suo cuore, che cercava di rallegrare tutti, con un linguaggio pieno di amore, nel quale qualche frase forte serviva a risvegliare gli ascoltatori e a toccare subito il loro cuore. Lo stesso Brochero racconta così le sue prime esperienze apostoliche: «L’immagine con cui cominciai a parlare nella prima missione fu quella di una vacca nera che tutti gli ascoltatori potevano vedere. Dissi che come quella vacca aveva il segno e il marchio della tenuta chiamata Trinità, così anche tutti i cristiani eravamo segnati e marchiati da Dio. Tuttavia Dio non marchiava sulla zampa, né sulla coscia, né sul petto, ma nell’anima; e Dio non punzonava le orecchie (incidendole), ma segnava sulla fronte, perché il segno di Dio era la santa croce, e il suo marchio era la fede. Ed era questa che egli metteva nell’anima». La gente lo capiva. La sua vita suscita una domanda, che non sempre trova una risposta esplicita: come gli è venuto in mente di dare gli Esercizi alla sua gente? Noi ci poniamo questa domanda, perché vediamo come un’impresa il fatto che tante persone umili si mobilitassero in massa per fare gli Esercizi. Ma se ci collochiamo nell’ultimo quarto del XIX secolo e all’inizio del XX, possiamo pensare che in quella gente argentina fosse ancora vivo il ricordo di un’altra santa evangelizzatrice, María Antonia de la Paz, la quale cent’anni prima, tra il 1777 e il 1779, aveva organizzato quattordici corsi di Esercizi a Córdoba. E si facevano ancora sentire le conseguenze dell’evangelizzazione che i gesuiti avevano portato avanti per duecento anni in quelle terre. Brochero si è sempre impegnato per gli Esercizi spirituali, dal primo corso che organizzò, portando la sua gente a Córdoba, fino alla costruzione della Casa di Esercizi per riuscire a darli proprio nella sua parrocchia. Gli Esercizi sono stati per lui uno strumento pastorale. Il padre Aznar, dopo la morte di Brochero, raccontava che «lo stile pastorale del Cura Brochero era caratterizzato in modo particolare da quella annotazione ignaziana che dice: “Lo stesso Creatore e Signore si comunichi alla sua anima devota abbracciandola nel suo amore e lode e disponendola per la via nella quale potrà meglio servirlo in f u t u ro ”». Brochero ha adottato decisamente il metodo degli Esercizi ignaziani, perché ha visto che essi costituivano una via ed «erano adatti alla sua gente». Non è una battuta affermare che a Brochero la beatificazione sia toccata, come ha detto Papa Francesco, con la mula e tutto il resto, come «sulla strada». Gli Esercizi, infatti, hanno molto del passo della mula, il più adatto a salire in montagna. Una volta che lo si è provato, non si vuole «salire» con un altro mezzo. Si preferisce la mula ad altri mezzi più rapidi, che però a un certo punto ti fanno precipitare. Con la meditazione sulle due bandiere degli Esercizi spirituali, Brochero ha potuto mostrare al suo popolo e fargli mettere a confronto i beni di Gesù Cristo, sommo Capitano, «un po’ lontani, come di là da venire, ma sicuri», e quelli di Lucifero, «beni presenti, ma meschini e caduchi». In una lettera inviata al gesuita padre Fernando Boasso, che è servita da prologo al suo libricino su Brochero, Papa Francesco gli diceva: «Questa celebrazione sarà, senza dubbio, una grazia per i sacerdoti e per tutto il popolo fedele di Dio che è pellegrino in Argentina, così come per tutta la Chiesa universale. Come ho detto qualche anno fa ai sacerdoti nell’i n c o n t ro nella stessa Casa di Esercizi a Villa Brochero, il nostro C u ra è un esempio di discepolo missionario, che ci invita a evangelizzare il nostro popolo fedele come ha fatto lui, “camminando, camminando, camminando”». I santi evangelizzatori arrivano in Argentina in ritardo rispetto al treno che sognava Brochero. Il fatto è che essi evangelizzavano a piedi, come María Antonia de la Paz y Figueroa, o a dorso di mula, come Brochero. Essi ci mettono tempo a raggiungere gli altari, sebbene siano già nel cuore del loro popolo, come il beato Ceferino Namuncurá. Tuttavia quello che mancava a essi in “miracoli” era compensato dal loro essere evangelizzatori e testimoni della fede e della misericordia di Dio, come nel caso del beato Artemide Zatti. San José Gabriel del Rosario Brochero è una di quelle pietre vive — pietra che cammina, come la roccia che accompagnava il popolo di Dio nel deserto (1 Corinzi, 10, 4) — su cui si edifica la Chiesa. In questo particolare momento storico della vita della nazione argentina ci auguriamo che la canonizzazione di questo autentico «padre della patria», san José Gabriel Brochero, primo santo argentino, sia motivo di gioia e spinga tutti gli argentini a operare insieme per la pace e per la giustizia. Essi possono contare, a questo fine, su un grande intercessore, che già durante la sua vita aveva detto: «Dio mi dà l’o ccupazione di cercare il mio fine ultimo, e di pregare per gli uomini passati, per i presenti e per quelli che verranno, fino alla fine del mondo».
© Osservatore Romano - 24 settembre 2016