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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Pubblichiamo alcuni stralci della relazione introduttiva alla Giornata commemorativa del decimo anniversario dell'enciclica Humanae vitae che si tenne a Roma il 10 dicembre 1978 alla Facoltà di medicina e chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

di Giuseppe Lazzati

La lettera enciclica di Paolo VI "sulla regolazione della natalità" Humanae vitae porta la data del 25 luglio 1968. Non dimenticherò mai l'impressione provata nell'udire il Papa, nella cui voce vibrava insieme ammonizione e fermezza, dire con quali sentimenti egli aveva adempiuto alla sovrumana responsabilità di intervenire, dopo studi di altissimo livello condotti da teologi e scienziati, dopo la consultazione di esperti appositamente riuniti in commissione all'uopo formata, per interpretare autenticamente il magistero della Chiesa su tema di tanta delicatezza e gravità.

Tre sentimenti, egli diceva, avevano riempito l'animo suo nel periodo non breve (quattro anni!) della preparazione dell'enciclica:  il sentimento  della propria gravissima responsabilità, un sentimento di carità e, finalmente,  un sentimento di speranza.
"Il primo sentimento è stato quello d'una nostra gravissima responsabilità. Esso ci ha indotto e sostenuto nel vivo della questione durante i quattro anni dovuti allo studio e alla elaborazione di questa enciclica. Vi confideremo che tale sentimento ci ha fatto anche non poco soffrire spiritualmente. Non mai abbiamo sentito come in questa congiuntura il peso del nostro ufficio. Abbiamo studiato, letto, discusso quanto potevamo; e abbiamo anche molto pregato. Alcune circostanze a ciò relative vi sono note (...) Quante volte abbiamo avuto l'impressione di essere quasi soverchiati da questo cumulo di documentazioni, e quante volte, umanamente parlando, abbiamo avvertito l'inadeguatezza della nostra povera persona al formidabile obbligo apostolico di doverci pronunciare al riguardo; quante volte abbiamo trepidato davanti al dilemma d'una facile condiscendenza alle opinioni correnti, ovvero d'una sentenza male sopportata dall'odierna società, o che fosse arbitrariamente troppo grave per la vita coniugale!
Ci siamo valsi di molte consultazioni particolari di persone di alto valore morale, scientifico e pastorale; e, invocando i lumi dello Spirito Santo, abbiamo messo la nostra coscienza nella piena e libera disponibilità alla voce della verità, cercando d'interpretare la norma divina che vediamo scaturire dall'intrinseca esigenza dell'autentico amore umano, dalle strutture essenziali dell'istituto matrimoniale, dalla dignità personale degli sposi, dalla loro missione al servizio della vita, non che dalla santità del coniugio cristiano; abbiamo riflesso sopra gli elementi stabili della dottrina tradizionale e vigente della Chiesa, specialmente poi sopra gli insegnamenti del recente Concilio, abbiamo ponderato le conseguenze dell'una o dell'altra decisione; e non abbiamo avuto dubbio sul nostro dovere di pronunciare la nostra sentenza nei termini espressi dalla presente enciclica".
Mi si perdoni la forse troppo lunga citazione, ma indispensabile per comprendere l'animo del Papa.
Mai nella mia vita mi è occorso di poter valutare il peso davvero sovrumano della responsabilità del supremo magistero pontificio come quando udii le parole di Paolo VI che ho ora riportato:  vibra in esse la tragica, e al tempo stesso liberante, lotta tra l'umano e il divino risolta nella soverchiante coscienza dell'ufficio di maestro e padre aperta alla voce dello Spirito che è voce della verità e della norma divina e fatta capace di rinnovare il senso di quella divina solitudine del Cristo di cui ci è testimone Giovanni:  "Allora disse Gesù ai dodici:  Volete andarvene anche voi?" cui la fede di Simon Pietro non meno illuminata dal medesimo Spirito risponde:  "Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna".
Il sovrastante peso di tanta responsabilità fu certamente sostenuto, se non alleviato, dagli altri due sentimenti che, il Papa disse, avevano accompagnato la elaborazione dell'enciclica:  quello della carità e quello della speranza.
Il sentimento della carità anzitutto che la proclamazione della verità porta a intendere quale atto di amore in forza del quale "l'intento superiore che ispira la dottrina e la pratica della Chiesa" - perseguita con l'attenzione a tutto ciò che in sede scientifica e di esperienza può servire a darle forza di chiarezza e di persuasività nel rispetto delle esigenze dell'uomo - altro non è (e sono sempre parole del Papa) se non quello "di giovare agli uomini, di difendere la loro dignità, di comprenderli e di sostenerli nelle loro difficoltà, di educarli a vigile senso di responsabilità, a forte e serena padronanza di sé, a coraggiosa concezione dei grandi e comuni doveri della vita e dei sacrifici inerenti alla pratica delle virtù e alla costruzione d'un focolare fecondo e felice".
In quale sede più che in quella di una Università Cattolica si dovrebbe sentire e gustare che il servizio alla verità è servizio di carità? Mai tanto si tradisce l'uomo come quando si tradisce la verità; mai tanto si ama l'uomo come quando si ha il coraggio della verità:  di tale coraggio è testimone l'enciclica che celebriamo con sentita partecipazione di mente e di cuore.
Infine, il sentimento della speranza:  la speranza, disse il Papa, che il documento "quasi per virtù propria, per la sua umana verità, sarà bene accolto, nonostante la diversità di opinioni oggi largamente diffusa, e nonostante la difficoltà che la via tracciata può presentare a chi la vuole fedelmente percorrere, e anche a chi la deve candidamente insegnare, con l'aiuto del Dio della vita, s'intende; la speranza, che gli studiosi specialmente sapranno scoprire nel documento stesso il filo genuino, che lo collega con la concezione cristiana della vita, e che ci autorizza a far nostra la parola dell'Apostolo:  Nos autem sensum Christi habemus, noi poi teniamo il pensiero di Cristo. E la speranza infine che saranno gli sposi cristiani a comprendere come la nostra parola, per severa ed ardua che possa sembrare, vuol essere interprete dell'autenticità del loro amore, chiamato a trasfigurare se stesso nell'imitazione di quello di Cristo per la sua mistica sposa, la Chiesa; e che essi per primi sapranno dare sviluppo ad ogni pratico movimento inteso ad assistere la famiglia nelle sue necessità, a farla fiorire nella sua integrità, e ad infondere nella famiglia moderna la spiritualità sua propria, fonte di perfezione per i singoli suoi membri e di testimonianza morale nella società".
Di fronte a tanta speranza noi sentiamo che se per una parte essa, lungi dal restare vana, ha trovato risposta (...) per altra parte essa ha dovuto constatare quanto la evangelica duritia cordis, che altro non è se non il peso della istintività incontrollata, abbia resistito ai richiami della verità apparsa troppo severa e ardua.

(©L'Osservatore Romano - 24 giugno 2009)