E' consuetudine dei nostri giorni ogni qual volta si parli di diaconato, fare riferimentoa Stefano, primo diacono e primo martire della storia cristiana, eletto tra i sette, e lapidato per la sua fede che gli era costata l'inimicizia di alcuni liberti influenti nel sinedrio; stessa sorte toccò a Lorenzo, diacono della chiesa di Roma del III° sec d.C che secondo la tradizione di Sant'Ambrogio fu arso sulla graticola.
Celebre è il racconto secondo il quale Lorenzo, convocato dal prefetto imperiale di Roma che gli chiedeva di consegnarli tutto il tesoro della chiesa, prese tre giorni di tempo durante i quali radunò tutti assieme i poveri, le vedove e gli orfani, e indicandoli esclamò: «Ecco i tesori della Chiesa».
Se è vero però, che in tutto il mondo è diffusissima la devozione al Santo di Assisi, al punto che è opinione comune che si tratti del santo più amato e più celebre della storia, al contempo sussistono grandi inesattezze sul ruolo ministeriale ricoperto nella Chiesa; capita di sentir dire che il santo fosse un laico, cioè un consacrato non chierico, oppure che fosse sacerdote. Eppure il messale serafico, ancor prima di citarlo come fondatore ne riporta il sacro ministero, ossia che san Francesco D'Assisi era diacono!
Nelle fonti francescane troviamo principalmente due spunti che ci inducono ad affermare con convinzione quanto detto. Il primo possiamo trovarlo nella "Lettera a tutti i chierici" dove Francesco comincia dicendo «Facciamo attenzione, noi tutti chierici»; il santo usa come linguaggio un noi che identifica la sua appartenenza all'ordine sacro e che ci fa escludere che egli fosse un laico. Inoltre nel capitolo XXIII della "Regola non bollata" (FF 68) esorta dicendo:
"E tutti coloro che vogliono servire al Signore Iddio nella santa Chiesa cattolica e apostolica, e tutti i seguenti ordini: sacerdoti, diaconi, suddiaconi, accoliti, esorcisti, lettori, ostiari, e tutti i chierici, e tutti i religiosi e le religiose, (...)umilmente preghiamo e supplichiamo perché perseveriamo nella vera fede e nella penitenza, poiché nessuno può salvarsi in altro modo."
Molto importante è per noi l'elenco dettagliato fatto dal Santo, che ci permette di capire che san Francesco conoscesse benissimo la suddivisione degli ordini minori e maggiori nella Chiesa del tempo.
Il secondo spunto invece, lo troviamo invece in Tommaso da Celano, proprio in questi giorni che precedono il Natale del Signore, nel luogo dove lo scorso primo dicembre, papa Francesco ha firmato Lettera Apostolica "Admirabile signum" sul significato e il valore del presepe, e dove il Santo di Assisi volle provare a ripercorrere per vedere con i suoi occhi l'esperienza vissuta dal bambino di Betlemme, ovvero Greccio.
Il biografo riporta testualmente al capitolo XXX (FF 466 e ss):
"La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro. A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.
C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: "Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello". Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava "il Bambino di Betlemme", e quel nome "Betlemme" lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva "Bambino di Betlemme" o "Gesù", passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è avvenuto che in quella regione, giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute."
Grazie al Celano, sappiamo quindi che l'Assisiate in quella notte prese parte alla liturgia sia con i paramenti diaconali, sia nella proclamazione del Vangelo, dettagli questi che ci permettono di accreditare con certezza la verità sostenuta nei secoli dai francescani, ovvero che il fondatore dell'ordine fosse diacono.
Durante il medioevo, in particolare verso la fine del VII sec d.C sappiamo che la figura del diacono scompare, restando solo come tappa transitoria per l'accesso all'ordine sacro del presbiterato; Il ripristino del diaconato permanente a uomini celibi e sposati come accadeva nella chiesa primitiva, avverrà solamente nel 1964 con la "Lumen Gentium" fortemente voluta da Paolo VI, che dapprima come arcivescovo di Milano e padre conciliare si trova a fare da mediatore tra le diverse posizioni emerse, e poi eletto pontefice, è nella posizione di dover guidare i lavori delle commissioni, e a promulgarne le costituzioni; eppure nonostante ciò il poverello permane nel suo essere diacono per tutta la vita.
In questo senso possiamo dunque affermare che san Francesco anticipa di circa 750 anni il concilio Vaticano II, divenendo un "alter Christus" non solo per i segni della passione, ma anche nella concretezza del servizio, nel dare vita al santo Vangelo che lui stesso predicava ai fratelli, nel suo ardore per il bambino di Betlemme che tanto amava.
Nel natale di Greccio, appare chiaro quanto il Santo fosse frate minore e diacono; in lui coabita la duplice chiamata che lo porta a rispondere alla vocazione di San Damiano, riparando quella casa in cui il verbo si sarebbe incarnato, nonché alla vocazione ecclesiale di διάκονος (diakonos) e cioè servitore, facendosi araldo del Vangelo ma anche operaio in ginocchio che accomoda la mangiatoia, e che vi pone il fieno.
Il biografo ci concede poi un dettaglio da non sottovalutare quando scrive che quel fieno venne conservato affinché il Signore nella sua misericordia guarisse infermi, partorienti ed animali; ancora una volta la centralità della vita di San Francesco non va ricercata nella povertà ma nella misericordia di Dio (cfr. Pietro Messa, Francesco il misericordioso, Milano 2018).
Nasce così in questa notte il primo presepe della storia; un presepe assai diverso da quello che tradizionalmente al giorno d'oggi viene preparato nelle case. Come accadde in quella notte, possa il fanciullo Gesù essere risuscitato nei cuori di molti, e il suo ricordo restare impresso profondamente nella memoria di molti, per i meriti del santo diacono Francesco D'Assisi.
Gerardo Lombardo