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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
don Bisognindi Emilia Flocchini

Un anno fa di questi tempi è comparsa, sui media cattolici e non, la notizia dell’ordinazione sacerdotale anticipata di Salvatore Mellone, seminarista 38enne di Barletta, poi deceduto il 29 giugno successivo. Anche noi ce ne siamo occupati, cercando di metterla in parallelo con altre vicende simili, pur senza sminuirne l’unicità. Tra i commenti apparsi sui social network, non pochi hanno ricordato che quarant’anni fa avvenne un fatto analogo, che commosse i fedeli al di là dell’ambiente in cui era accaduto. Riguarda un 19enne di Torino, Cesare Bisognin, di cui oggi ricorre, appunto, il quarantesimo anniversario della morte. Nato a Torino il 6 giugno 1956 e battezzato quattro giorni dopo, Cesare è il primo dei due figli di Andrea Bisognin, correttore di bozze alla ILTE di Moncalieri, e di Agnese Frigeni, casalinga.
Viene subito abituato dai genitori a un sano rapporto con la fede: in particolare, il padre ricorda che, quando era sui cinque o sei anni e veniva con lui alle funzioni in Duomo, osservava con attenzione quanto si svolgeva nel presbiterio, senza mostrare segni d’insofferenza. Dato che aveva imparato presto a dire le preghiere da solo, a otto anni è capace di accompagnare la recita del Rosario in famiglia, sia a casa sia in vacanza: i genitori enunciano il mistero, mentre lui guida nelle Ave Maria. Si dispone ad aspettare un anno per ricevere la Prima Comunione insieme al fratello Carlo, il 1° maggio 1965. Negli anni dell’adolescenza iniziano a delinearsi i tratti caratteristici del suo temperamento: a volte puntiglioso, volitivo, non privo di scatti nervosi, mai disposto a parlar male del prossimo, socievole e pronto a farsi degli amici. Tra di essi ha un posto speciale don Pino Cravero, viceparroco della parrocchia dei SS. Pietro e Paolo a Torino, nel quartiere di San Salvario, che Cesare frequenta con la famiglia e dove è impegnato come guida del gruppo chierichetti e aspirante di Azione Cattolica. Intanto continua a riflettere sul pensiero che ha manifestato al termine della quinta elementare: vuole entrare in Seminario. Il viceparroco, tuttavia, gli propone di frequentare le medie statali, non nel Seminario minore. Una volta ottenuta la licenza media, Cesare può allora rispondere alla madre, che gli domanda quale sia la sua scelta per il futuro: «Lo sai, mamma, quello che voglio fare». A partire dal 5 ottobre 1970, quindi, il ragazzo frequenta la comunità ginnasiale del Seminario minore di Torino, nella sede di Bra. Tra i corsi di studi previsti per gli allievi, sceglie l’istituto magistrale. Rispetto agli altri compagni che avevano frequentato le medie nella sede di Giaveno, si sente non poco spaesato, ma cerca di vincere il primo impatto armandosi di determinazione nel vincere i propri difetti, ad esempio cercando di non prendersela troppo se perde una partita di calcio. La sua inclinazione alla preghiera si rafforza negli anni del Seminario minore: sin da allora prende volontariamente l’impegno, cui non è ancora tenuto, a seguire la Liturgia delle Ore. In seconda ginnasiale comincia anche i primi servizi pastorali: alla Casa degli Orfani di Bra e, in seguito, tra le corsie della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, meglio nota come Cottolengo dal cognome del suo Santo fondatore. Il tirocinio prosegue in varie parrocchie, anche nei campi estivi, e spesso, insieme ai compagni, presenta la testimonianza della sua vocazione Con loro collabora pure nella redazione del giornalino dei seminaristi «Fatti e parole » e nella preparazione di diapositive e filmini per le feste dei genitori in Seminario. Illustrando la fotografia di un sentiero in montagna, commenta: «La vita di ogni uomo è come una strada di cui non si vede la fine. La mia vita è una strada di cui vedo solo quel tratto che percorro, e qualche cosa d’altro se mi volto indietro. Per vedere di più devo andare avanti, devo camminare pur tra polvere e sassi, senza stancarmi, senza fermarmi, se non per bere alle fonti che trovo sul mio cammino ». Quel pensiero appare, col senno di poi, quasi un presagio di quel che gli accade dall’autunno 1974, in vista dell’ingresso al Seminario maggiore per gli studi teologici. Da qualche tempo, tornato dalle vacanze al paese d’origine di sua madre, Cesare zoppica e ha il ginocchio sinistro gonfio. Prova con delle pomate, con qualche impacco, ma nulla cambia. Il 14 dicembre va a trovare don Pino, che gli fornisce un consiglio ben diverso dai soliti, dato che ora lo sente ancora più consapevole: «Se vuoi diventare prete, sappi fin d’ora che dovrai soffrire molto». Quattro giorni dopo, la madre va a ritirare le radiografie e i risultati delle analisi cui il ragazzo si è sottoposto. Contrariamente alle indicazioni dello specialista, apre lui stesso la busta, senza passare per il medico curante. Il referto recita: osteosarcoma al terzo inferiore del femore sinistro. Inevitabilmente, tutti sono presi dallo sgomento, Cesare per primo: il giorno seguente comunica il risultato a don Pino, consapevole che avrebbe potuto morire anche lui per quella malattia. Trascorre il Natale impegnato nelle consuete attività parrocchiali, ma poco dopo la notizia viene diffusa tra gli amici e in Seminario. Le visite e i controlli ulteriori non fanno altro che confermare la diagnosi. Cesare si muove a fatica, con le stampelle, ma è sostenuto dai suoi migliori amici e da tre compagni in particolare. Per due volte, dall’11 al 18 aprile e dall’11 al 18 aprile, viene accompagnato in macchina al santuario di Lourdes: vive quei giorni rafforzandosi nella speranza che, forse, tra cancro e vocazione non c’è il dissidio tanto terribile che temeva. Anzi, è proprio nel secondo pellegrinaggio che inizia ad essere ventilata la possibilità di ordinarlo anzitempo. Sorgono, inevitabili, le perplessità: Cesare è appena in I Teologia e non esistono quasi precedenti oltre al suo, ma si tratta comunque di giovani più avanti negli studi. Inoltre, si arriva a supporre che non possa arrivare ad esercitare il ministero in forma piena. Anche la sua giovane età non corrisponde a quella minima prescritta dal Codice di Diritto canonico. L’arcivescovo di Torino, il cardinal Michele Pellegrino, sembra quasi tagliare corto: «Il sacerdozio non è un contentino per nessuno», dichiara a un gruppo di fedeli che gli presentano il caso del ragazzo. Alla fine, però, cambia parere, per tutta una serie di fattori esterni e interiori, accompagnati da una più attenta riflessione su cosa comporti effettivamente essere preti: non accumulare attività, ma essere un’offerta viva nel sacrificio di Gesù perpetuato in ogni Messa. Nel marzo 1976, approfittando di un viaggio a Roma per partecipare all’assemblea plenaria della Congregazione per l’educazione cattolica (cui, tra l’altro, compete l’organizzazione dei seminari), il cardinal Pellegrino riesce a parlare direttamente con papa Paolo VI, dopo essersi consigliato con altri membri della Congregazione. Il Pontefice non solo glielo concede, ma accompagna il permesso con de regali per il giovane: un Crocifisso e una copia del Nuovo Testamento in latino, con dedica autografa. Cesare, la cui malattia avanza, all’udire dallo stesso arcivescovo la notizia, non riesce a rispondere per l’emozione, commuovendosi. I tempi vengono accelerati: venerdì 2 aprile, verso le 17.30, il vicario generale monsignor Livio Maritano celebra in casa del giovane il Rito di ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato, conferendogli subito dopo i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato. Sabato 3 aprile, alle 16, l’arcivescovo lo ordina diacono. Nella notte successiva, l’ormai don Cesare non chiude occhio e non mangia neppure, anche se ha fame. Nel pomeriggio seguente, di fronte all’alternativa se essere portato nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo o restare in camera, sceglie autonomamente la seconda ipotesi. Così, domenica 4 aprile, è ordinato sacerdote dal cardinal Pellegrino, che prima di entrare da lui è passato in chiesa ad avvisare i fedeli che il rito non si svolgerà lì: in compenso, negli stessi istanti, il vicario generale celebra la Messa. Due giorni dopo, il giornalista Gino Nebiolo intervista don Cesare per la trasmissione «Stasera G7», che va in onda su Raiuno la sera di venerdì 9 aprile. In quella che i suoi biografi definiscono la sua unica, ma intensa predica, il sacerdote diciannovenne rivela ciò che l’ha sempre tenuto vivo: la fede, ancora che permette di vincere le difficoltà della vita, e la speranza vissuta nell’affidarsi a Dio che l’aveva chiamato. Riprendendo una delle sue affermazioni preferite, dichiara: «Se mi ha scelto è perché vuole che sia in mezzo agli altri: il prete non è di uno, ma di Dio e Dio è di tutti, e quindi il prete è di tutti». Anche se fermo a letto, don Cesare non è mai lontano dalla gente: anzitutto è vicino a quanti vengono a trovarlo, amici, parenti e comparrocchiani. Dopo l’intervista, poi, iniziano ad arrivargli lettere da tutt’Italia, specie da malati, carcerati e persone che, prima di vederlo in televisione, non credevano o avevano una fede abitudinaria. In tutto questo, lui non smette di sperare nella guarigione, tanto da chiedere all’arcivescovo, nel post scriptum della lettera con cui si scusa – e non ne aveva motivo – di non partecipare alla Messa Crismale: «Posso chiedere una piccola preghiera per la mia guarigione (se il Buon Dio la vuole?)». I fatti sono andati diversamente. Aggravatosi, don Cesare viene portato all’ospedale Le Molinette nel pomeriggio del 17 aprile, Sabato Santo, e dimesso il 26 aprile: ancora una volta, il suo carattere determinato ha la meglio, ma non per molto. Ormai stanco di lottare, ha solo la forza d’invocare, ripetutamente, il Signore nel suo dialetto piemontese. Riserva un’ultima confidenza al suo amico don Cravero: «È un grande dono il sacerdozio. Ho solo paura di non essere capace di viverlo bene. Dillo ai giovani: vale la pena buttarsi per questa strada». Infine, all’1.40 di mercoledì 28 aprile, la suora che lo veglia si accorge che non si muove più. Alle 10.30 viene portato nella cappella annessa alla sua chiesa parrocchiale, dove una gran folla di fedeli di ogni stato di vita ed età viene a visitarlo. I funerali, presieduti dal cardinal Pellegrino, si svolgono venerdì 30 aprile. La sua bara, portata a spalla dagli amici, viene deposta nella nuda terra del cimitero monumentale di Torino, nel campo riservato ai sacerdoti. Negli anni seguenti, alla vicenda di don Cesare sono stati dedicati articoli e libri, ma la sua biografia più completa, «Testimone per sempre», uscita nel 2001 per il 25° anniversario dell’ordinazione e della morte, è ormai fuori catalogo. Il suo messaggio di speranza e fiducia, tuttavia, è ancora ben presente nel cuore di chi lo conobbe, ma anche di chi ha solo sentito parlare di lui, magari da qualche anziana suora. Nel corso dell’omelia della Messa Crismale dello scorso 24 marzo, l’attuale arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, l’ha comunque menzionato insieme ad altri sacerdoti torinesi che quest’anno festeggiano un anniversario significativo.

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 28 aprile 2016

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