Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Leone XIV invia ai Sacerdoti in occasione della Giornata della Santificazione Sacerdotale, che si celebra oggi, 12 giugno 2026, nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù:
Messaggio del Santo Padre
Carissimi fratelli sacerdoti,
nel giorno in cui la Chiesa contempla il Cuore trafitto del suo Signore, da cui scaturisce una fonte inesauribile di pace e unità per tutto il genere umano, rivolgo anzitutto a me stesso e a tutti voi le parole che Dio indirizzò al popolo di Israele: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; cfr 1Pt 1,16). Questa chiamata divina attraversa i secoli, risuonando anche oggi con forza per ogni credente e, in modo particolarmente esigente, per noi sacerdoti. La santità non è un’opzione fra le tante né un ideale astratto: chiama in causa la stessa identità di ogni persona che vuole partecipare alla vita del Risorto.
Santità è partecipazione al mistero di Cristo
Dio ci invita a partecipare alla sua stessa santità. Quando ci chiama ad essere santi perché Egli è santo, ci indica la via da percorrere: lasciarci plasmare secondo il suo Cuore. E per noi, carissimi fratelli, questa chiamata è particolarmente radicale. Il Signore ha promesso: «Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15). La santità che ci è richiesta è un abbandono fiducioso: lasciarci trasformare dal suo Santo Spirito. Eppure proprio qui emerge il grande paradosso della nostra vita sacerdotale: siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo questo tesoro in vasi di creta (cfr 2Cor 4,7), siamo limitati e imperfetti, spesso segnati da debolezze e stanchezze, talvolta da ferite. Come può un cuore umano, così vulnerabile, rispondere a una chiamata così alta? Il sacerdote vive questa tensione, ma sa dove trovare pace: nel costato aperto del Signore Gesù.
Un cammino di unione
L’unione del nostro cuore con il Cuore di Cristo non è una esperienza riservata a pochi eletti, ma un cammino sacramentale, eucaristico, che si attua nel quotidiano. Carissimi fratelli, nell’Ordinazione siamo stati configurati a Cristo, ma occorre sempre ravvivare in noi il dono della grazia attraverso la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, il servizio umile ai fratelli e alle sorelle. Restiamo uniti a Cristo in tutto: in ciò che facciamo e in ciò che ci accade quotidianamente. Allora la santità, invano cercata con sforzi isolati, si rivelerà per ciò che è: corrispondenza alla grazia che ci previene, ci sostiene, ci trasfigura. Non esistono, infatti, compartimenti separati nella nostra umanità. La preghiera, il ministero, le relazioni, la stanchezza, le gioie e i fallimenti, persino il tempo apparentemente perduto o l’amore che sembra sprecato, tutto diventa luogo privilegiato del rivelarsi di Dio e del suo amore infinito.
Il sacerdote con un cuore integro, semplice e puro, è contemplativo nel mezzo dell’azione, misericordioso, fedele nella prova, gioioso nel dono di sé. Il mondo ha un grande bisogno di pastori che non offrano solo parole o programmi, ma la testimonianza viva di un cuore riconciliato, diffondendo il buon profumo della santità di Cristo. Una vita sacerdotale salda e configurata al Cuore di Gesù è segno credibile di unità, di pace e di misericordia. Così, in un tempo segnato da divisioni e paure, possiamo essere costruttori di pace, testimoni della tenerezza del Buon Pastore, che sa radunare chi è disperso e curare chi è ferito, e il nostro zelo non è agitazione, ma il traboccare di un amore che «è estasi, è uscita, è dono, è incontro» (Francesco, Lett. enc. Dilexit nos, 28).
Il Cuore di Cristo è il cuore dei santi
La risposta alla vocazione ad essere santi non sta tanto nello sforzo di ascesi e perfezione, pur necessario, ma nell’adesione fiduciosa all’amore rivelato nel Cuore trafitto di Gesù. L’apostolo Giovanni ci fa contemplare il costato aperto del Crocifisso (cfr Gv 19,34), in cui Dio ci mostra definitivamente come Egli sia santo: non nella distanza inaccessibile di una perfezione separata, ma in un amore che si dona sino a farsi ferire e che può quindi diventare sorgente di misericordia e di vita. Il Sacro Cuore di Gesù è icona per eccellenza dell’amore di Dio: un amore onnipotente proprio perché capace di farsi vulnerabile, di mutare il dolore in grazia, la sofferenza in speranza.
Quel Cuore benedetto dunque è il “luogo” in cui la santità si mostra come prossimità e tenerezza. La santità del sacerdote allora può manifestarsi nella vicinanza umile e coraggiosa, nell’essere di tutti e per tutti, tenendo aperta la porta del recinto affinché molti possano entrare e trovare pascolo e riposo (cfr Gv 10,9). Per questo, ci è richiesta una relazione con Dio che non ci allontani dagli uomini, ma ci renda prossimi per tutti, che plasmi cuori pazienti, teneri, capaci di vicinanza, di compassione e di ascolto. Così, per mezzo dell’unione del nostro cuore imperfetto con il Cuore trafitto di Gesù, si realizza il nostro cammino di santità. Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo (cfr Gal 2,20). Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce. Ce lo ricorda ancora Sant’Agostino: «Come non trovarci nelle tenebre? Amando i fratelli. Quale la prova che amiamo i fratelli? Questa: che non rompiamo l’unità e osserviamo la carità» (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).
Carissimi sacerdoti, rinnovate ogni giorno il vostro “eccomi” davanti al Cuore trafitto di Cristo. Consegnatevi totalmente a Lui, affinché possiate amare il suo popolo con lo stesso amore con cui Egli lo ama. E ricordate con gioia, come amava ripetere il Santo Curato d’Ars, che «il sacerdozio è l’amore del Cuore di Gesù» (cfr Benedetto XVI, Lettera per l’Indizione dell’Anno Sacerdotale [16 giugno 2009]: AAS 101 [2009], 569). Questo amore è caparra e garanzia che nulla di noi sarà perduto, se tutto di noi sarà consegnato e offerto. Affido tutti e ciascuno alla Vergine Maria, Madre dei Sacerdoti. Lei, che custodì nel suo cuore il mistero del Figlio, ci insegni a custodire e far battere in noi il Cuore di Cristo, Salvatore del mondo.
12 giugno 2026, Solennità del Sacro Cuore di Gesù.
LEONE PP. XIV
Très chers frères prêtres,
en ce jour où l’Église contemple le Cœur transpercé de son Seigneur, d’où jaillit une source inépuisable de paix et d’unité pour tout le genre humain, j’adresse d’abord à moi-même et à vous tous les paroles que Dieu a dites au peuple d’Israël : « Soyez saints, car moi, le Seigneur votre Dieu, je suis saint » (Lv 19, 2 ; cf. 1 P 1, 16). Cet appel divin traverse les siècles, résonnant encore aujourd’hui avec force pour chaque croyant et, d’une manière particulièrement exigeante, pour nous, prêtres. La sainteté n’est pas une option parmi d’autres ni un idéal abstrait : elle met en jeu l’identité même de toute personne qui veut participer à la vie du Ressuscité.
La sainteté est une participation au mystère du Christ
Dieu nous invite à participer à sa propre sainteté. Lorsqu’il nous appelle à être saints parce que Lui est saint, il nous montre le chemin à suivre : nous laisser modeler selon son Cœur. Et pour nous, très chers frères, cet appel est particulièrement radical. Le Seigneur a promis : « Je vous donnerai des pasteurs selon mon cœur, qui vous guideront avec science et intelligence » (Jr 3, 15). La sainteté qui nous est demandée est un abandon confiant : nous laisser transformer par son Saint-Esprit. Et pourtant, c’est précisément là qu’apparaît le grand paradoxe de notre vie sacerdotale : nous sommes appelés à participer à la sainteté même de Dieu, mais nous portons ce trésor dans des vases d’argile (cf. 2 Co 4, 7), nous sommes limités et imparfaits, souvent marqués par des faiblesses et des fatigues, parfois par des blessures. Comment un cœur humain, si vulnérable, peut-il répondre à un appel si élevé ? Le prêtre vit cette tension, mais il sait où trouver la paix : dans le côté ouvert du Seigneur Jésus.
Un chemin d’union
L’union de notre cœur avec le Cœur du Christ n’est pas une expérience réservée à quelques élus, mais un chemin sacramentel, eucharistique, qui se réalise au quotidien. Très chers frères, lors de notre ordination, nous avons été configurés au Christ, mais il convient de raviver sans cesse en nous le don de la grâce par la célébration quotidienne de l’Eucharistie, la prière, la méditation de la Parole de Dieu et le service humble envers nos frères et sœurs. Restons unis au Christ en tout : dans ce que nous faisons et dans ce qui nous arrive au quotidien. Alors la sainteté, recherchée en vain par des efforts isolés, se révélera pour ce qu’elle est : une réponse à la grâce qui nous précède, nous soutient, nous transfigure. Il n’y a pas, en effet, de séparations dans notre humanité. La prière, le ministère, les relations, la fatigue, les joies et les échecs, même le temps apparemment perdu ou l’amour qui semble gaspillé, tout devient un lieu privilégié où se révèle Dieu et son amour infini.
Le prêtre au cœur intègre, simple et pur, est contemplatif au beau milieu de l’action, miséricordieux, fidèle dans l’épreuve, joyeux dans le don de soi. Le monde a grand besoin de pasteurs qui n’offrent pas seulement des paroles ou des programmes, mais le témoignage vivant d’un cœur réconcilié, répandant le bon parfum de la sainteté du Christ. Une vie sacerdotale solide et configurée au Cœur de Jésus est un signe crédible d’unité, de paix et de miséricorde. Ainsi, en une époque marquée par les divisions et les peurs, nous pouvons être des artisans de paix, des témoins de la tendresse du Bon Pasteur, qui sait rassembler ceux qui sont dispersés et soigner ceux qui sont blessés, et notre zèle n’est pas de l’agitation, mais le débordement d’un amour qui « est extase, sortie, don, rencontre » (François, Lettre encyclique Dilexit nos, n.28).
Le Cœur du Christ est le cœur des saints
La réponse à la vocation à la sainteté ne réside pas tant dans l’effort d’ascèse et de perfection, bien que nécessaire, mais dans l’adhésion confiante à l’amour révélé dans le Cœur transpercé de Jésus. L’apôtre Jean nous fait contempler le côté ouvert du Crucifié (cf. Jn 19, 34), dans lequel Dieu nous montre définitivement comment Il est saint : non pas dans la distance inaccessible d’une perfection séparée, mais dans un amour qui se donne jusqu’à se laisser blesser et qui peut ainsi devenir source de miséricorde et de vie. Le Sacré-Cœur de Jésus est l’icône par excellence de l’amour de Dieu : un amour tout-puissant précisément parce qu’il est capable de se rendre vulnérable, de transformer la souffrance en grâce, la douleur en espérance.
Ce Cœur béni est donc le “lieu” où la sainteté se manifeste comme proximité et tendresse. La sainteté du prêtre peut alors s’exprimer dans une proximité humble et courageuse, en étant de tous et pour tous, en gardant ouverte la porte de l’enclos afin que beaucoup puissent entrer et trouver pâturage et repos (cf. Jn 10, 9). C’est pourquoi il nous est demandé une relation avec Dieu qui ne nous éloigne pas des hommes, mais qui nous rende proches de tous, qui façonne en nous des cœurs patients, tendres, capables de proximité, de compassion et d’écoute. Ainsi, l’union de notre cœur imparfait avec le Cœur transpercé de Jésus, réalise notre chemin de sainteté. Ce n’est plus nous qui vivons, mais le Christ qui vit en nous (cf. Gal 2, 20). Une telle sainteté ne se vit pas tout seul. Prenez soin de la fraternité sacerdotale : recherchez-vous, écoutez-vous, soutenez-vous. Le prêtre qui s’isole s’éteint peu à peu ; le prêtre qui marche avec ses frères grandit. Saint Augustin nous le rappelle encore : « Comment ne pas nous retrouver dans les ténèbres ? En aimant nos frères. Quelle est la preuve que nous aimons nos frères ? Celle-ci : que nous ne rompions pas l’unité et que nous observions la charité » (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).
Très chers prêtres, renouvelez chaque jour votre “me voici” devant le Cœur transpercé du Christ. Abandonnez-vous totalement à Lui, afin de pouvoir aimer son peuple de l’amour même dont Il l’aime. Et rappelez-vous avec joie, comme aimait à le répéter le Saint Curé d’Ars, que « le sacerdoce, c’est l’amour du Cœur de Jésus » (cf. Benoît XVI, Lettre pour la proclamation de l’Année sacerdotale [16 juin 2009], 569). Cet amour est le gage et la garantie que rien de nous ne sera perdu, si tout de nous est remis et offert. Je vous confie tous et chacun à la Vierge Marie, Mère des prêtres. Elle qui a gardé dans son cœur le mystère de son Fils, qu’elle nous enseigne à garder et à faire battre en nous le Cœur du Christ, Sauveur du monde.
12 juin 2026, solennité du Sacré-Cœur de Jésus.
LÉON PP. XIV
Dear brother priests,
On the day when the Church ponders her Lord’s pierced Heart, from which gushes forth an inexhaustible fountain of peace and unity for all humanity, I first address to myself and to all of you the words that God spoke to the people of Israel: “Be holy, for I the Lord your God am holy” (Lev 19:2; cf. 1 Pt 1:16). This divine call echoes down the ages. Even today it resonates strongly with every believer and, in a particular way, with us priests. Holiness is neither one option among many nor an abstract ideal, for it involves the very identity of every person who wishes to share in the life of the risen One.
Holiness is sharing in Christ’s mystery
God invites us to share in his own holiness. When he calls us to be holy as he is holy, he indicates that the path we must follow involves being fashioned after his own Heart. And for us, dear brothers, this call is particularly radical. The Lord has promised: “And I will give you shepherds after my own heart, who will feed you with knowledge and understanding” (Jer 3:15). The holiness he asks of us is a trustful abandonment, allowing ourselves to be transformed by the Holy Spirit. Yet it is precisely here that the great paradox of our priestly life emerges. We are called to share in God’s own holiness, but we carry this treasure in earthen vessels (cf. 2 Cor 4:7). We are limited and imperfect, often weak and weary, and at times wounded. How can such a vulnerable human heart respond to such a high calling? The priest lives this tension. Yet at the same time, he must recognize that he finds peace in the open side of the Lord Jesus.
A journey toward union
The union of our heart with Christ’s Heart is not an experience reserved for a select few; rather, it is a sacramental, Eucharistic journey that unfolds each day of our lives. Dear brothers, by our ordination we have been configured to Christ, yet we must always renew within ourselves the gift of grace through our daily celebration of the Eucharist, prayer, meditation on the word of God and humble service to our brothers and sisters. Let us remain united to Christ in everything — in all that we do and in all that happens to us every day. Then the holiness that we have sought in vain through isolated efforts will reveal itself for what it is: a response to the grace that precedes, sustains and transforms us. Indeed, our humanity is not compartmentalized. Prayer, ministry, relationships, weariness, joys and failures — even time or love that apparently seems wasted — all become privileged places where God reveals himself and his infinite love.
The priest who has an upright, simple and pure heart can be contemplative in the midst of action, merciful and faithful in times of trial, and joyful in the gift of himself. The world greatly needs pastors who offer more than simply words or programs; it needs the living witness of a reconciled heart that exudes the sweet fragrance of Christ’s holiness. A priestly life that is steady and configured to Jesus’ Heart is a credible sign of unity, peace and mercy. Thus, in an age marked by division and fear, we must be builders of peace and witnesses of the tenderness of the Good Shepherd who knows how to gather the scattered and heal the wounded. Our zeal is not restlessness, but the overflowing of a love that is “‘ecstasy,’ openness, gift and encounter” (Francis, Encyclical Letter Dilexit Nos, 28).
The Heart of Christ is the heart of the saints
The response to the call to holiness lies not so much in works of asceticism or striving for perfection –– though these are necessary –– but in trusting adherence to the love revealed in Jesus’ pierced Heart. The Apostle John invites us to contemplate the open side of the crucified One (cf. Jn 19:34), in which God definitively shows us what holiness is: not an inaccessibly distant or detached perfection, but a love that gives itself even to the point of being wounded and so can become a source of mercy and life. The Sacred Heart of Jesus is an exemplary image of the surpassing love of God. It is an all-powerful love precisely because it is capable of being vulnerable and of transforming sorrow into grace and suffering into hope.
The Sacred Heart, therefore, is the “place” where holiness is manifested as closeness and tenderness. The priest’s holiness, then, is embodied in humble and courageous nearness, in being all things to all people, and in keeping the gate of the sheepfold open so that many can enter and find pasture and rest (cf. Jn 10:9). For this reason, we are called to a relationship with God that does not distance us from others but brings us closer to everyone — shaping patient and tender hearts, capable of closeness, compassion and listening. Thus, through the union of our imperfect hearts with Jesus’ pierced Heart, our journey toward holiness is fulfilled. It is no longer we who live, but Christ who lives in us (cf. Gal 2:20). Such holiness cannot be lived in isolation. Cherish your priestly fraternity: seek one another, listen to one another and support one another. The priest who isolates himself slowly fades away; the priest who walks alongside his brothers grows. Saint Augustine reminds us of this when he says: “How shall we avoid finding ourselves in darkness? By loving our brothers. What is the proof that we love our brothers? This: that we do not fracture unity and that we practice charity” (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).
Dear priests, renew each day your “Here I am” before Christ’s pierced Heart. Give yourselves entirely to him, so that you may love his people with the same love with which he loves them. And joyfully remember how the saintly Curé of Ars loved to say that “the priesthood is the love of the heart of Jesus” (cf. Benedict XVI, Letter Proclaiming a Year for Priests on the 150th Anniversary of the “Dies Natalis” of the Curé of Ars, 569). This love is a pledge and a guarantee that, if we surrender and offer ourselves completely, nothing of us will be lost. I entrust each and every one of you to the Virgin Mary, Mother of Priests. May she, who cherished the mystery of her Son in her heart, also teach us to keep alive and make the Heart of Christ, Savior of the world, beat within us.
12 June 2026, Solemnity of the Sacred Heart of Jesus.
LEO PP. XIV
Traduzione in lingua tedesca
Liebe Brüder im priesterlichen Dienst,
an dem Tag, an dem die Kirche das durchbohrte Herz ihres Herrn betrachtet, aus dem eine unerschöpfliche Quelle des Friedens und der Einheit für die ganze Menschheit entspringt, rufe ich zunächst mir selbst und dann euch allen die Worte zu, die Gott an das Volk Israel gerichtet hat: »Seid heilig, denn ich, der Herr, euer Gott, bin heilig« (Lev 19,2; vgl. 1 Petr 1,16). Dieser göttliche Ruf erschallt über die Jahrhunderte und ergeht auch heute noch kraftvoll an jeden Gläubigen – besonders herausfordernd an uns Priester. Die Heiligkeit ist weder eine Option unter vielen noch ein abstraktes Ideal: Sie betrifft die Identität aller, die am Leben des Auferstandenen teilhaben wollen.
Heiligkeit ist Teilhabe am Geheimnis Christi
Gott lädt uns ein, an seiner Heiligkeit teilzuhaben. Wenn er uns aufruft, heilig zu sein, weil er heilig ist, weist er uns den Weg zu diesem Ziel, der darin besteht, dass wir uns nach seinem Herzen formen lassen. Und für uns, liebe Brüder, ist dieser Ruf besonders radikal. Der Herr hat versprochen: »Ich gebe euch Hirten nach meinem Herzen; mit Einsicht und Klugheit werden sie euch weiden« (Jer 3,15). Die Heiligkeit, die von uns verlangt ist, besteht darin, dass wir uns dem Herrn ganz anvertrauen und uns von seinem Heiligen Geist verwandeln lassen. Und doch zeigt sich gerade hier das große Paradoxon unseres priesterlichen Lebens: Wir sind berufen, an Gottes Heiligkeit teilzuhaben, aber wir tragen diesen Schatz in zerbrechlichen Gefäßen (vgl. 2 Kor 4,7); wir sind begrenzt und unvollkommen, oft von Schwäche und Müdigkeit, manchmal von Verletzungen gezeichnet. Wie kann ein menschliches Herz, das so schwach ist, auf einen so hohen Ruf antworten? Der Priester lebt in dieser Spannung, aber er weiß, wo er Frieden finden kann: in der geöffneten Seite Jesu, des Herrn.
Ein Weg der Vereinigung
Die Vereinigung unseres Herzens mit dem Herzen Christi ist keine Erfahrung für wenige Auserwählte, sondern ein sakramentaler eucharistischer Weg, der sich im täglichen Leben verwirklicht. Liebe Brüder, in der Priesterweihe wurden wir Christus gleichgestaltet, aber wir müssen das Geschenk der Gnade immer neu beleben durch die tägliche Feier der Eucharistie, das Gebet, die Betrachtung des Wortes Gottes und den demütigen Dienst an unseren Brüdern und Schwestern. Bleiben wir in allem mit Christus vereint: in dem, was wir tun, und in dem, was uns täglich widerfährt. Dann wird sich die Heiligkeit, um die man sich allein mit eigenen Kräften nur vergeblich bemüht, als das offenbaren, was sie ist: als Antwort auf die Gnade, die uns zuvorkommt, uns begleitet und uns verwandelt. Denn in unserem Menschsein gibt es keine getrennten Bereiche. Das Gebet, der Dienst, die Beziehungen, die Müdigkeit, die Freuden und die Misserfolge, ja sogar die scheinbar verlorene Zeit oder die Liebe, die verschwendet erscheint – all das wird zu einem bevorzugten Ort für das Offenbarwerden Gottes und seiner unendlichen Liebe.
Der Priester mit einem ungeteilten, einfachen und reinen Herzen ist inmitten der Aktion kontemplativ, barmherzig, treu in der Prüfung und freudig in der Selbsthingabe. Die Welt braucht dringend Hirten, die nicht nur Worte oder Programme anbieten, sondern das lebendige Zeugnis eines versöhnten Herzens, das den Wohlgeruch der Heiligkeit Christi verbreitet. Ein gefestigtes, dem Herzen Jesu gleichgestaltetes Priesterleben ist ein glaubwürdiges Zeichen der Einheit, des Friedens und der Barmherzigkeit. So können wir in einer Zeit, die von Spaltungen und Ängsten geprägt ist, Friedensstifter sein, Zeugen der Zärtlichkeit des guten Hirten, der es versteht, die Verlorenen zu sammeln und die Verwundeten zu heilen. Dann ist unser Eifer nicht Aktivismus, sondern überströmende Liebe, welche »Ekstase, Hinausgehen, Geschenk und Begegnung« ist (Franziskus, Enzyklika Dilexit nos, 28).
Das Herz Christi ist das Herz der Heiligen
Die Antwort auf die Berufung zur Heiligkeit liegt nicht so sehr im Bemühen um Askese und Vollkommenheit, so notwendig diese auch sind, sondern im vertrauensvollen Ja zu jener Liebe, die im durchbohrten Herzen Jesu offenbar geworden ist. Der Apostel Johannes lässt uns die offene Seitenwunde des Gekreuzigten betrachten (vgl. Joh 19,34), durch die Gott uns endgültig zeigt, auf welche Weise er heilig ist: nicht in der unnahbaren Distanz abgesonderter Vollkommenheit, sondern in einer Liebe, die sich so sehr verschenkt, dass sie sich verletzen lässt, und so zur Quelle der Barmherzigkeit und des Lebens werden kann. Das Heiligste Herz Jesu ist das Bild schlechthin für die Liebe Gottes, die eine allmächtige Liebe ist, gerade weil sie fähig ist, sich verwundbar zu machen, den Schmerz in Gnade und das Leiden in Hoffnung zu verwandeln.
Dieses heilige Herz also ist der „Ort“, an dem sich die Heiligkeit als Nähe und Zärtlichkeit offenbart. Die Heiligkeit des Priesters kann sich somit in demütiger und mutiger Nähe zeigen, indem er allen gehört und für alle da ist, indem er die Tür des Schafstalls offenhält, damit viele eintreten und Weide und Ruhe finden können (vgl. Joh 10,9). Deshalb ist von uns eine Gottesbeziehung verlangt, die uns nicht von den Menschen entfernt, sondern uns allen zu Nächsten macht; die geduldige, liebevolle Herzen formt, die fähig sind zu Nähe, Mitgefühl und Zuhören. So verwirklicht sich durch die Vereinigung unseres unvollkommenen Herzens mit dem durchbohrten Herzen Jesu unser Weg der Heiligkeit. Nicht mehr wir leben, sondern Christus lebt in uns (vgl. Gal 2,20). Eine solche Heiligkeit lebt man nicht allein. Pflegt die priesterliche Brüderlichkeit: Haltet Kontakt zueinander, hört einander zu, unterstützt euch gegenseitig. Ein Priester, der sich isoliert, brennt langsam aus; ein Priester, der mit seinen Brüdern gemeinsam unterwegs ist, wächst. Daran erinnert uns wiederum der heilige Augustinus: »Wie können wir der Finsternis entfliehen? Wenn wir unsere Brüder lieben. Woran erkennt man, dass wir die Brüder lieben? Daran, dass wir die Einheit nicht zerreißen, daran, dass wir an der Liebe festhalten« (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).
Liebe Priester, erneuert jeden Tag euer „Hier bin ich“ vor dem durchbohrten Herzen Jesu. Überlasst euch ganz ihm, damit ihr sein Volk mit derselben Liebe lieben könnt, mit der er es liebt. Und, denkt mit Freude an das, was der Heilige Pfarrer von Ars immer wieder gern sagte: »Das Priestertum ist die Liebe des Herzens Jesu« (vgl. Benedikt XVI., Schreiben zum Beginn des Priesterjahres [16. Juni 2009]: AAS 101 [2009], 569). Diese Liebe ist Unterpfand und Garantie dafür, dass nichts von uns verloren gehen wird, wenn wir ihm alles übergeben und darbringen. Ich vertraue euch alle und jeden einzelnen von euch der Jungfrau Maria, der Mutter der Priester, an. Sie, die das Geheimnis ihres Sohnes in ihrem Herzen bewahrte, lehre uns, das Herz Christi, des Retters der Welt, in uns zu bewahren und es in uns schlagen zu lassen.
12 June 2026, Solemnity of the Sacred Heart of Jesus.
LEO PP. XIV
Queridos hermanos sacerdotes:
En el día en el que la Iglesia contempla el Corazón traspasado de su Señor, del que brota una fuente inagotable de paz y unidad para todo el género humano, dirijo sobre todo a mí mismo y a todos ustedes las palabras que Dios dirigió al pueblo de Israel: «Sean santos, porque yo, el Señor su Dios, soy santo» (Lv 19,2; cf. 1 P 1,16). Esta llamada divina atraviesa los siglos, resonando también hoy con fuerza para todo creyente y, con exigencia particular, para nosotros sacerdotes. La santidad no es una opción entre tantas ni un ideal abstracto; tiene que ver con la identidad misma de cada persona que quiere participar en la vida del Resucitado.
Santidad y participación en el misterio de Cristo
Dios nos invita a participar de su misma santidad. Cuando nos llama a ser santos porque Él es santo, nos indica el camino a seguir: dejarnos modelar según su Corazón. Y para nosotros, queridos hermanos, esta llamada es particularmente radical. El Señor prometió: «Les daré pastores según mi corazón, que los apacentarán con ciencia y prudencia» (Jr 3,15). La santidad que se nos pide es un abandono confiado: dejarnos transformar por su Santo Espíritu. Sin embargo, precisamente aquí surge la gran paradoja de nuestra vida sacerdotal: estamos llamados a participar de la misma santidad de Dios, pero llevamos este tesoro en vasijas de barro (cf. 2 Co 4,7), somos limitados e imperfectos, a menudo estamos marcados por debilidades y cansancios, a veces por heridas. ¿Cómo puede un corazón humano, tan vulnerable, responder a una llamada tan alta? El sacerdote vive esta tensión, pero sabe dónde encontrar paz: en el costado abierto del Señor Jesús.
Un camino de unión
La unión de nuestro corazón con el Corazón de Cristo no es una experiencia reservada a unos cuantos elegidos, sino un camino sacramental, eucarístico, que se realiza en lo cotidiano. Queridos hermanos, en la Ordenación hemos sido configurados con Cristo, pero es necesario reavivar siempre en nosotros el don de la gracia por medio de la celebración cotidiana de la Eucaristía, de la oración, de la meditación de la Palabra de Dios y del servicio humilde a los hermanos y hermanas. Permanecemos unidos a Cristo en todo: en lo que hacemos y en lo que nos sucede cotidianamente. La santidad, entonces, en vano buscada con esfuerzos aislados, se revelará por lo que es: correspondencia a la gracia que nos precede, nos sostiene y nos transfigura. No existen, en efecto, compartimentos estancos en nuestra humanidad. La oración, el ministerio, las relaciones, el cansancio, las alegrías y los fracasos, incluso el tiempo aparentemente perdido o el amor que parece malgastado, todo se vuelve un lugar privilegiado de la revelación de Dios y de su amor infinito.
El sacerdote que tiene un corazón íntegro, sencillo y puro es contemplativo en la acción, misericordioso, fiel en la prueba y alegre en la entrega de sí. El mundo tiene una gran necesidad de pastores que no ofrezcan sólo palabras o programas, sino el testimonio vivo de un corazón reconciliado, difundiendo el buen olor de la santidad de Cristo. Una vida sacerdotal sólida y configurada con el Corazón de Jesús es signo creíble de unidad, de paz y de misericordia. Así, en un tiempo marcado por divisiones y miedos, podemos ser constructores de paz, testigos de la ternura del Buen Pastor, que sabe reunir al que está extraviado y sanar al que está herido, y nuestro celo no es agitación, sino el desbordamiento de un amor que «es éxtasis, es salida, es donación, es encuentro» (Francisco, Carta enc. Dilexit nos, 28).
El Corazón de Cristo es el corazón de los santos
La respuesta a la vocación a ser santos no está tanto en el esfuerzo de ascesis y perfección, que es necesario, sino en la adhesión confiada al amor revelado en el Corazón traspasado de Jesús. El apóstol Juan nos hace contemplar el costado abierto del Crucificado (cf. Jn 19,34), donde Dios nos muestra definitivamente cómo Él es santo: no en la distancia inaccesible de una perfección separada, sino en un amor que se entrega hasta hacerse herir y que puede, por tanto, ser manantial de misericordia y de vida. El Sagrado Corazón de Jesús es la imagen por excelencia del amor de Dios: un amor omnipotente precisamente porque es capaz de hacerse vulnerable, de cambiar el dolor en gracia, el sufrimiento en esperanza.
Ese Corazón bendito, por tanto, es el “lugar” en el que la santidad se muestra como proximidad y ternura. La santidad del sacerdote entonces puede manifestarse en la cercanía humilde y valiente, en el ser de todos y para todos, manteniendo abierta la puerta del redil para que muchos puedan entrar y encontrar alimento y descanso (cf. Jn 10,9). Por eso, se nos pide una relación con Dios que no nos aleje de los hombres, sino que nos acerque a todos, que forje corazones pacientes, tiernos, capaces de cercanía, de compasión y de escucha. Así, por medio de la unión de nuestro corazón imperfecto con el Corazón traspasado de Jesús, se realiza nuestro camino de santidad. Ya no vivimos nosotros, sino que Cristo vive en nosotros (cf. Ga 2,20). Una tal santidad no se vive en soledad. Cuiden la fraternidad sacerdotal: búsquense, escúchense, sosténganse. El sacerdote que se aísla, lentamente se apaga; el sacerdote que camina con los hermanos crece. Nos lo recuerda san Agustín: «¿Cómo evitaremos estar en tinieblas? Amando a los hermanos. ¿En qué se prueba que amamos la fraternidad? En que no rasgamos la unidad, en que mantenemos la caridad» (Homilía sobre la Segunda Carta de San Juan a los Partos II, 3).
Queridos sacerdotes, renueven cada día su “aquí estoy” ante el Corazón traspasado de Cristo. Entréguense totalmente a Él, para que puedan amar a su pueblo con el mismo amor con el que Él lo ama. Y recuerden con alegría, como le gustaba repetir al santo Cura de Ars, que «el sacerdocio es el amor del corazón de Jesús» (cf. Benedicto XVI, Carta para la convocación del Año Sacerdotal [16 junio 2009]: AAS 101 [2009], 569). Este amor es prenda y garantía de que nada de nosotros se perderá, si todo lo nuestro lo entregamos y ofrecemos. Les encomiendo a todos y a cada uno a la Virgen María, Madre de los sacerdotes. Ella, que conservó en su corazón el misterio del Hijo, nos enseñe a conservar y a hacer latir en nosotros el Corazón de Cristo, Salvador del mundo.
12 de junio de 2026, Solemnidad del Sagrado Corazón de Jesús.
LEÓN PP. XIV
Traduzione in lingua portoghese
Queridos irmãos sacerdotes,
no dia em que a Igreja contempla o Coração trespassado do seu Senhor, do qual brota uma fonte inesgotável de paz e unidade para todo o género humano, dirijo, em primeiro lugar, a mim mesmo e a todos vós as palavras que Deus disse ao povo de Israel: «Sede santos, porque Eu, o Senhor, vosso Deus, sou santo» (Lv 19, 2; cf. 1 Pt 1, 16). Este chamamento divino percorre os séculos, ressoando também hoje com força para todos os crentes e, de forma particularmente exigente, para nós, sacerdotes. A santidade não é uma opção entre tantas outras, nem um ideal abstrato: ela interpela a própria identidade de toda pessoa que deseja participar na vida do Ressuscitado.
A santidade é participação no mistério de Cristo
Deus convida-nos a participar na sua própria santidade. Quando nos chama a ser santos porque Ele é santo, indica-nos o caminho a seguir: deixarmo-nos moldar segundo o seu Coração. E para nós, caríssimos irmãos, este chamamento é particularmente radical. O Senhor prometeu: «Dar-vos-ei pastores segundo o meu coração, que vos conduzirão com inteligência e sabedoria» (Jr 3, 15). A santidade que nos é pedida é um abandono confiante: deixarmo-nos transformar pelo seu Espírito Santo. No entanto, é precisamente aqui que surge o grande paradoxo da nossa vida sacerdotal: somos chamados a participar na própria santidade de Deus, mas trazemos este tesouro em vasos de barro (cf. 2 Cor 4, 7), somos limitados e imperfeitos, muitas vezes marcados por fraquezas e cansaços e, não raro, por feridas. Como pode um coração humano, tão vulnerável, responder a um chamamento tão elevado? O sacerdote vive esta tensão, mas sabe onde encontrar a paz: no peito aberto do Senhor Jesus.
Um caminho de união
A união do nosso coração com o Coração de Cristo não é uma experiência reservada a alguns poucos eleitos, mas um caminho sacramental, eucarístico, que se concretiza no dia-a-dia. Caríssimos irmãos, na Ordenação fomos configurados a Cristo, mas é preciso sempre reavivar em nós o dom da graça através da celebração diária da Eucaristia, da oração, da meditação da Palavra de Deus e do serviço humilde aos irmãos e irmãs. Permaneçamos unidos a Cristo em tudo: no que fazemos e no que nos acontece diariamente. Então a santidade, procurada em vão com esforços isolados, revelar-se-á pelo que é: correspondência à graça que nos precede, sustenta e transfigura. Com efeito, não existem compartimentos separados na nossa humanidade. A oração, o ministério, as relações, o cansaço, as alegrias e os fracassos, até mesmo o tempo aparentemente perdido ou o amor que parece desperdiçado, tudo se torna um lugar privilegiado para a revelação de Deus e do seu amor infinito.
O sacerdote com um coração íntegro, simples e puro é contemplativo no meio da ação, misericordioso, fiel na provação, alegre na entrega de si mesmo. O mundo tem uma grande necessidade de pastores que não ofereçam apenas palavras ou programas, mas o testemunho vivo dum coração reconciliado, espalhando o bom perfume da santidade de Cristo. Uma vida sacerdotal firme e configurada com o Coração de Jesus é sinal credível de unidade, paz e misericórdia. Assim, num tempo marcado por divisões e medos, podemos ser construtores de paz, testemunhas da ternura do Bom Pastor, que sabe reunir os dispersos e cuidar dos feridos, e o nosso zelo não é agitação, mas o transbordar dum amor que «é êxtase, é saída, é dom, é encontro» (Francisco, Carta enc. Dilexit nos, 28).
O Coração de Cristo é o coração dos santos
A resposta à vocação para ser santos não está tanto no esforço de ascetismo e perfeição, embora necessário, mas na adesão confiante ao amor revelado no Coração trespassado de Jesus. O apóstolo João faz-nos contemplar o peito aberto do Crucificado (cf. Jo 19, 34), no qual Deus nos mostra definitivamente como Ele é santo: não na distância inacessível duma perfeição separada, mas num amor que se doa ao ponto de se deixar ferir, tornando-se assim fonte de misericórdia e de vida. O Sagrado Coração de Jesus é o ícone por excelência do amor de Deus: um amor todo-poderoso precisamente porque capaz de se fazer vulnerável, de transformar a dor em graça e o sofrimento em esperança.
Esse Coração abençoado é, portanto, o “lugar” onde a santidade se mostra como proximidade e ternura. A santidade do sacerdote pode, assim, manifestar-se na proximidade humilde e corajosa, no ser de todos e para todos, mantendo aberta a porta do redil para que muitos possam entrar e encontrar pastagem e descanso (cf. Jo 10, 9). Por isso, é-nos pedida uma relação com Deus que não nos afaste dos homens, mas nos torne próximos de todos, que molde corações pacientes, ternurentos, capazes de proximidade, compaixão e escuta. Deste modo, através da união do nosso coração imperfeito com o Coração trespassado de Jesus, realiza-se o nosso caminho de santidade. Já não somos nós que vivemos, mas é Cristo que vive em nós (cf. Gl 2, 20). Uma santidade assim não se vive a sós. Zelai pela fraternidade presbiteral: procurai-vos, escutai-vos, ajudai-vos uns aos outros. O sacerdote que se isola, apaga-se lentamente; o sacerdote que caminha com os irmãos cresce. Santo Agostinho recorda-nos: «Como podemos não nos encontrar nas trevas? Amando os irmãos. Qual é a prova de que amamos os irmãos? Esta: não destruir a unidade e praticar a caridade» (In Epist. Io. ad Parthos II, 3).
Caríssimos sacerdotes, renovai todos os dias o vosso “eis-me aqui” perante o Coração trespassado de Cristo. Entregai-vos totalmente a Ele, para que possais amar o seu povo com o mesmo amor com que Ele o ama. E lembrai-vos com alegria, como gostava de repetir o Santo Cura d’Ars, que «o sacerdócio é o amor do Coração de Jesus» (cf. Bento XVI, Carta para a Proclamação de um Ano Sacerdotal [16 de junho de 2009]: AAS 101 [2009], 569). Este amor é penhor e garantia de que nada de nós se perderá, se tudo for entregue e oferecido. Confio todos e cada um à Virgem Maria, Mãe dos Sacerdotes. Ela, que guardou no seu coração o mistério do Filho, nos ensine a conservar e a deixar pulsar em nós o Coração de Cristo, Salvador do mundo.
12 de junho de 2026, Solenidade do Sagrado Coração de Jesus.
LEÃO PP. XIV
Najdrożsi Bracia Kapłani!
W dniu, w którym Kościół kontempluje przebite Serce swego Pana, z którego tryska niewyczerpane źródło pokoju i jedności dla całego rodzaju ludzkiego, adresuję najpierw do samego siebie, a następnie do was wszystkich słowa, które Bóg skierował do ludu Izraela: „Bądźcie świętymi, bo Ja jestem święty, Pan, Bóg wasz!” (Kpł19, 2; por.1 P1, 16). To Boże wezwanie przenika dzieje i także dziś rozbrzmiewa z mocą wobec każdego wierzącego, a w sposób szczególnie zobowiązujący wobec nas, kapłanów. Świętość nie jest jedną z wielu możliwości ani abstrakcyjnym ideałem: dotyka ona samej tożsamości każdego człowieka, który pragnie uczestniczyć w życiu Zmartwychwstałego.
Świętość jest uczestnictwem w tajemnicy Chrystusa
Bóg zaprasza nas do uczestnictwa w swojej własnej świętości. Kiedy wzywa nas, abyśmy byli święci, ponieważ On jest święty, wskazuje nam drogę, którą mamy podążać: pozwolić się kształtować według Jego Serca. Dla nas zaś, najdrożsi bracia, wezwanie to ma charakter szczególnie radykalny. Pan obiecał: „I dam wam pasterzy według mego serca, by paśli was rozsądnie i roztropnie” (Jr3, 15). Świętość, której się od nas oczekuje, jest ufnym powierzeniem się Bogu: pozwoleniem, by przemieniał nas Jego Duch Święty. Właśnie tutaj ujawnia się jednak wielki paradoks naszego życia kapłańskiego: jesteśmy powołani do udziału w samej świętości Boga, a przecież nosimy ten skarb w naczyniach glinianych (por.2 Kor4, 7); jesteśmy ograniczeni i niedoskonali, często naznaczeni słabościami i zmęczeniem, a niekiedy także ranami. Jak ludzkie serce – tak kruche i podatne na zranienie – może odpowiedzieć na tak wzniosłe wezwanie? Kapłan żyje w tym napięciu, lecz wie, gdzie szukać pokoju: w otwartym boku Pana Jezusa.
Droga zjednoczenia
Zjednoczenie naszego serca z Sercem Chrystusa nie jest doświadczeniem zarezerwowanym dla nielicznych wybranych, lecz drogą sakramentalną, eucharystyczną, urzeczywistniającą się w codzienności. Najdrożsi bracia, przez święcenia zostaliśmy upodobnieni do Chrystusa, trzeba jednak nieustannie rozpalać w nas dar łaski przez codzienną celebrację Eucharystii, modlitwę, medytację Słowa Bożego oraz pokorną służbę braciom i siostrom. Trwajmy zjednoczeni z Chrystusem we wszystkim: w tym, co czynimy oraz w tym, co każdego dnia nas spotyka. Wówczas świętość, której na próżno szukalibyśmy w odosobnionych wysiłkach, ukaże się taka, jaka jest naprawdę: jako odpowiedź na łaskę, która nas uprzedza, podtrzymuje i przemienia. W naszym człowieczeństwie nie ma bowiem oddzielonych od siebie przestrzeni. Modlitwa, posługa, relacje, zmęczenie, radości i porażki, a nawet czas pozornie stracony czy miłość, która wydaje się zmarnowana – wszystko to staje się uprzywilejowanym miejscem objawiania się Boga i Jego nieskończonej miłości.
Kapłan o sercu zintegrowanym, prostym i czystym jest człowiekiem kontemplującym pośród działania, człowiekiem miłosiernym, wiernym w próbie i radosnym w składaniu daru z samego siebie. Świat bardzo potrzebuje pasterzy, którzy nie ofiarowują jedynie słów czy programów, lecz żywe świadectwo pojednanego serca, rozprzestrzeniając miłą woń świętości Chrystusa. Stabilne i upodobnione do Serca Jezusa życie kapłańskie jest wiarygodnym znakiem jedności, pokoju i miłosierdzia. W ten sposób w czasie naznaczonym podziałami i lękiem możemy być budowniczymi pokoju, świadkami czułości Dobrego Pasterza, który potrafi zgromadzić rozproszonych i uleczyć zranionych. Wtedy nasza gorliwość nie jest niepokojem działania, lecz obfitym przelewaniem się miłości, która „jest ekstazą, drogą wyjścia, darem, spotkaniem” (Franciszek, Enc.Dilexit nos, 28).
Serce Chrystusa jest sercem świętych
Odpowiedź na powołanie do świętości nie polega przede wszystkim na wysiłku ascezy i doskonałości – choć pozostaje on konieczny – lecz na ufnym przylgnięciu do miłości objawionej w przebitym Sercu Jezusa. Apostoł Jan pozwala nam kontemplować otwarty bok Ukrzyżowanego (por.J19, 34), w którym Bóg ostatecznie ukazuje, na czym polega Boża świętość: nie na niedostępnym dystansie jakiejś odseparowanej doskonałości, lecz na miłości, która daje siebie aż po to, by dać się zranić i dlatego może stać się źródłem miłosierdzia i życia. Najświętsze Serce Jezusa jestpar excellenceikoną miłości Boga: miłości wszechmocnej właśnie dlatego, że zdolnej stać się bezbronną, przemienić ból w łaskę, a cierpienie w nadzieję.
To błogosławione Serce jest zatem „miejscem”, w którym świętość objawia się jako zażyłość i czułość. Świętość kapłana może więc wyrażać się w pokornej i odważnej bliskości, w byciu dla wszystkich i przy wszystkich, w pozostawianiu otwartej bramy owczarni, aby wielu mogło wejść i znaleźć pastwisko oraz odpoczynek (por.J10, 9). Dlatego wymaga się od nas takiej relacji z Bogiem, która nie oddala nas od ludzi, lecz czyni nas bliskimi wszystkim; relacji, która kształtuje serca cierpliwe, czułe, zdolne do bliskości, współczucia i słuchania. Tak właśnie, przez zjednoczenie naszego niedoskonałego serca z przebitym Sercem Jezusa, urzeczywistnia się nasza droga świętości. Już nie my żyjemy, lecz żyje w nas Chrystus (por.Ga2, 20). Takiej świętości nie przeżywa się samotnie. Troszczcie się o braterstwo kapłańskie: szukajcie siebie nawzajem, słuchajcie i wspierajcie się. Kapłan, który się izoluje, powoli wypala się, zaś kapłan, który idzie razem z braćmi – wzrasta. Przypomina nam o tym również św. Augustyn: „Unikajmy ciemności. Jak ich unikniemy? Jeśli będziemy kochać braci. Jak okażemy braterską miłość? Gdy nie będziemy rozrywać jedności, gdy strzec będziemy miłości” (In Epist. Io. ad ParthosII, 3)[1].
Najdrożsi kapłani, każdego dnia odnawiajcie wasze „oto jestem” przed przebitym Sercem Chrystusa. Oddajcie się Mu całkowicie, abyście mogli kochać Jego lud tą samą miłością, którą On go miłuje. I z radością pamiętajcie – jak lubił powtarzać Święty Proboszcz z Ars – że „kapłaństwo to miłość Serca Jezusowego” (por. Benedykt XVI,List na rozpoczęcie Roku Kapłańskiego[16 czerwca 2009]:AAS101 [2009], s. 569). Ta miłość jest zadatkiem i rękojmią, że nic z nas nie zostanie utracone, jeśli wszystko, czym jesteśmy, zostanie oddane i ofiarowane. Powierzam wszystkich i każdego z osobna Maryi Pannie, Matce Kapłanów. Niech Ona, która zachowywała w swoim sercu tajemnicę Syna, nauczy nas strzec w sobie Serca Chrystusa, Zbawiciela świata, i pozwalać, by ono w nas biło.
Dnia 12 czerwca 2026 r., w uroczystość Najświętszego Serca Pana Jezusa.
LEON PP. XIV
__________________
[1] Św. Augustyn,Homilie na Ewangelie i Pierwszy List św. Jana, cz. II, tłum. W. Szołdrski, W. Kania, Warszawa 1977, s. 401.
사랑하는 형제 사제 여러분,
교회는 오늘, 온 인류를 위한 평화와 일치의 마르지 않는 샘이 흘러넘치는 주님의 꿰찔린 성심을 묵상합니다. 저는 무엇보다도 저 자신과 여러분 모두에게 하느님께서 이스라엘에게 하신 말씀을 전합니다. “나, 주 너희 하느님이 거룩하니 너희도 거룩한 사람이 되어야 한다”(레위 19,2; 참조: 1베드 1,16). 하느님의 이 부르심은 오랜 세기를 거쳐 오늘날에도 모든 신자, 특히 우리 사제들을 향하여 힘차게 울려 퍼지고 있습니다. 거룩함은 수많은 선택지 가운데 하나도, 추상적인 이상도 아닙니다. 거룩함은 부활하신 분의 생명에 참여하고자 하는 모든 사람의 정체성 그 자체와 연관되는 소명입니다.
거룩함은 그리스도의 신비에 참여하는 것입니다
하느님께서는 당신의 거룩함에 참여하라고 우리를 초대하십니다. 당신이 거룩하시니 우리도 거룩한 사람이 되라고 부르실 때, 하느님께서는 우리에게 나아가야 할 길을 보여 주십니다. 이 길은 그분 성심에 따라 빚어지도록 우리 자신을 맡겨 드리는 것입니다. 사랑하는 형제 여러분, 이 부르심은 우리에게 특히 근본적인 부르심입니다. 주님께서는 다음과 같이 약속하셨습니다. “내가 너희에게 내 마음에 드는 목자들을 보내리니, 그들이 너희를 지식과 슬기로 돌볼 것이다”(예레 3,15). 우리에게 요구되는 거룩함은 신뢰에 찬 의탁입니다. 곧 주님의 성령께서 우리를 변화시켜 주시도록 내어 맡기는 것입니다. 그러나 바로 여기에서 우리 사제 생활의 커다란 역설이 드러납니다. 우리는 하느님의 바로 그 거룩함에 참여하도록 부름받았지만, 이 보물을 질그릇 속에 지니고 있다는 사실입니다(2코린 4,7 참조). 우리는 유한하고 불완전하며 종종 약함과 피로에 짓눌리고 때로는 상처받기도 합니다. 이처럼 나약한 인간의 마음이 어떻게 하면 그토록 고귀한 부르심에 응답할 수 있을까요? 사제는 이러한 긴장 속에서 살아가지만, 바로 주 예수님의 열린 옆구리가 평화를 찾을 수 있는 곳이라는 것을 알고 있습니다.
하나 됨의 여정
우리의 마음이 그리스도의 성심과 하나 되는 것은 소수의 선택받은 이들만 누릴 수 있는 경험이 아니라 일상 안에서 이루어지는 성사적 여정, 성찬의 여정입니다. 사랑하는 형제 여러분, 우리는 성품성사를 통하여 그리스도를 닮게 되었지만, 날마다 성찬례를 거행하고 기도하며 하느님 말씀을 묵상하고 형제자매들에게 겸손되이 봉사함으로써 언제나 우리 안에 이 은총의 선물을 되살려야 합니다. 모든 것에서, 곧 우리가 하는 모든 것과 날마다 우리에게 일어나는 모든 일에서 늘 그리스도와 하나 됩시다. 그렇게 할 때에, 고립되어 혼자 아무리 노력해도 다다를 수 없던 그 거룩함이 있는 그대로 드러날 것입니다. 거룩함은 우리보다 앞서고 우리를 뒷받침하며 우리를 변모시키는 은총에 화답하는 것입니다. 실제로 우리 인간성 안에는 별개의 영역들이 존재하지 않습니다. 기도, 직무, 관계, 피로, 기쁨, 실패, 심지어 허비한 것처럼 보이는 시간이나 헛되다고 여겨지는 사랑까지도, 모든 것이 하느님께서 당신 자신과 당신의 무한한 사랑을 드러내시는 특별한 자리가 됩니다.
올곧고 단순하며 순수한 마음을 지닌 사제는 행동하면서도 관상하고, 자비로우며, 시련 속에서도 충실하고, 자신을 내어 주면서도 기뻐하는 사람입니다. 말과 계획만을 제시하는 것이 아니라, 화해를 이룬 마음에서 나오는 살아 있는 증거를 보여 주며, 그리스도의 거룩함이 발산하는 좋은 향기를 널리 전할 목자들이 세상에는 절실히 필요합니다. 예수 성심을 닮은 건실한 사제의 삶은 일치와 평화와 자비에 대한 믿음직한 표징입니다. 그리하여 분열과 두려움으로 얼룩진 이 시대에, 우리는 평화를 이루는 일꾼이 되고, 흩어진 이들을 한데 모으시고 상처 입은 이들을 낫게 하시는 착한 목자의 자애로움을 증언하는 사람이 될 수 있습니다. 또한 우리의 열정은 부산스러움이 아니라, “황홀경이고 개방이며 선물이고 만남[인]”(프란치스코, 회칙 「그리스도께서 우리를 사랑하십니다」, 28항) 사랑으로 흘러넘치게 됩니다.
그리스도의 마음은 거룩한 이들의 마음입니다
거룩한 사람이 되라는 부르심에 대한 응답은, 고행과 완덕을 향한 노력도 물론 필요하겠지만, 예수님의 꿰찔린 성심 안에서 드러난 사랑을 신뢰의 마음으로 따를 때 가능해집니다. 요한 사도는 우리가 십자가에 못 박히신 분의 열린 옆구리를 관상하도록 이끌어 줍니다(요한 19,34 참조). 이를 통하여 하느님께서는 당신이 얼마나 거룩하신지 결정적으로 보여 주십니다. 닿지 못할 먼 거리에 있는 동떨어진 완덕으로가 아니라, 상처 입기까지 내어 주는 사랑, 그리하여 자비와 생명의 샘이 된 그 사랑 안에서 당신의 거룩함을 보여 주시는 것입니다. 예수 성심은 바로 이러한 하느님 사랑의 탁월한 표상입니다. 그 사랑은 스스로 연약해지고 고통을 은총으로 변화시키며 괴로움을 희망으로 바꿀 수 있기에 하느님의 전능한 사랑입니다.
그러므로 복되신 예수 성심은 거룩함이 친밀함과 자애로움으로 드러나는 ‘자리’입니다. 사제의 거룩함은 겸손하고 용기 있게 사람들에게 다가가고, 모든 이에게 모든 것이 되며, 많은 이들이 들어와 풀밭과 쉼터를 찾을 수 있도록 울타리의 문을 열어 두는 데에서 드러날 수 있습니다(요한 10,9 참조). 그러하기에 우리에게 요구되는 것은, 우리를 사람들에게서 멀어지게 하는 것이 아니라 오히려 모든 이에게 가까이 다가가게 하는 하느님과의 관계입니다. 그러한 관계는 인내와 친절의 마음, 가까이 가고 연민을 지니며 경청하는 마음을 빚어냅니다. 우리의 불완전한 마음이 예수님의 꿰찔린 성심과 하나 됨으로써 거룩함을 위한 우리의 여정이 실현됩니다. 이제는 우리가 사는 것이 아니라 그리스도께서 우리 안에 사시는 것입니다(갈라 2,20 참조). 그러므로 거룩함은 혼자서 실천할 수 없습니다. 사제의 형제애를 소중히 여기십시오. 서로 찾아가고 경청하며 서로 지지해 주십시오. 고립된 사제는 서서히 힘을 잃어 갈 것입니다. 형제들과 함께 길을 걷는 사제는 성장해 나갈 것입니다. 아우구스티노 성인의 말을 다시 한번 되새겨 봅시다. “어떻게 하면 우리는 어둠 속에 머물지 않을 수 있습니까? 형제들을 사랑함으로써 가능합니다. 우리가 형제들을 사랑한다는 증거는 무엇입니까? 이는 바로 일치를 깨뜨리지 않고 사랑을 지키는 것입니다”(「요한 서간 강해」[In Epistulam Ioannis ad Parthos], II, 3).
사랑하는 사제 여러분, 그리스도의 꿰찔린 성심 앞에서 ‘저 여기 있습니다.’(eccomi) 하고 날마다 새롭게 응답하십시오. 그분께 여러분 자신을 온전히 내어 맡기십시오. 그러면 여러분도, 그분께서 당신 백성을 사랑하시는 바로 그 사랑으로 백성을 사랑하게 될 것입니다. 아르스의 거룩한 본당 신부가 즐겨 하던 이 말을 기쁜 마음으로 기억하십시오. “사제직은 예수 성심의 사랑[입니다]”(베네딕토 16세, 사제의 해를 선포하는 서한, 2009.6.16.). 이 사랑은, 우리가 모든 것을 내맡기고 봉헌한다면 아무것도 잃어버리지 않을 것이라는 약속이요 보증입니다. 저는 모든 사제 한 사람 한 사람을 사제들의 어머니이신 동정 마리아께 맡겨 드립니다. 그리하여 당신 아드님의 신비를 마음 깊이 간직하셨던 그분의 가르침으로 우리가 세상의 구원자이신 그리스도의 성심을 우리 안에 간직하고 그 성심이 우리 안에서 뛰게 되기를 바랍니다.
2026년 6월 12일
지극히 거룩하신 예수 성심 대축일
레오 14세 교황
رسالة قداسة البابا لاوُن الرّابع عشر
إلى الكهنة
في يوم تقديس الكهنة
12 حزيران/يونيو 2026
عيد قلب يسوع الأقدس
أيّها الإخوة الكهنة الأعزّاء،
في اليوم الذي تتأمّل فيه الكنيسة في قلب ربّها المطعون، الذي تتدفّق منه ينابيع لا تنضب من السّلام والوَحدة للبشريّة جمعاء، أوجّه أوّلًا إلى نفسي وإليكم جميعًا الكلام الذي خاطب به الله شعب إسرائيل: "كونوا قِدِّيسين، لأَنِّي أَنا الرَّبَّ إِلهَكم قُدُّوس" (الأحبار 19، 2؛ راجع 1 بطرس 1، 16). عبرت هذه الدّعوة الإلهيّة القرون، وما تزال تتردّد اليوم أيضًا بقوّة في كلّ مؤمن، وبصورة أكثر إلحاحًا فينا نحن الكهنة. فالقداسة ليست خيارًا من بين خيارات عديدة، ولا مثالًا تجريديًّا، بل هي في صميم هويّة كلّ إنسان يريد أن يشارك في حياة المسيح القائم من بين الأموات.
القداسة مشاركة في سرّ المسيح
الله يدعونا إلى المشاركة في قداسته نفسها. فعندما يدعونا إلى أن نكون قدّيسين لأنّه هو قدّوس، فإنّه يدلّنا على الطّريق التي يجب علينا أن نسلكها: أن نسمح له بأن يكوِّننا على صورة قلبه. وبالنّسبة لنا، أيّها الإخوة الأعزّاء، هذه الدّعوة هي دعوة جذريّة بصورة خاصّة. وعد الرّبّ الإله قال: "أُعْطيكم رُعاةً على وَفقِ قَلْبي، فيَرعَونَكم بِعِلمٍ وفِطنَة" (إرميا 3، 15). القداسة المطلوبة منّا هي تسليم واثق: أن نتركه يحوّلنا بفعل روحه القدّوس. وهنا بالتّحديد يظهر التّناقض الكبير في حياتنا الكهنوتيّة: فنحن مدعوّون إلى أن نشارك في قداسة الله نفسها، لكنّنا نحمل هذا الكنز في آنية من خزف (راجع 2 قورنتس 4، 7)، ونحن محدودون وغير كاملين، ومُثقلين مرارًا بالضّعف والتّعب، وأحيانًا بالجراح. كيف يمكن لقلبٍ بشريّ، بكلّ ضعفه، أن يستجيب لدعوة سامية كهذه؟ الكاهن يعيش هذا التّناقض، لكنّه يعرف أين يجد السّلام: في جنب الرّبّ يسوع المفتوح.
مسيرة اتّحاد
إنّ اتّحاد قلبنا مع قلب المسيح ليس اختبارًا محصورًا في بعض المختارين، بل هو مسيرة أسراريّة وإفخارستيّة، تتحقّق في حياتنا اليوميّة. أيّها الإخوة الأعزّاء، في سرّ الكهنوت صاغنا الله على صورة المسيح، لكن يجب علينا دائمًا أن نُحيي في داخلنا النّعمة التي تُعطَى لنا، بالاحتفال اليوميّ بالإفخارستيّا، والصّلاة، والتّأمّل في كلمة الله، والخدمة المتواضعة للإخوة والأخوات. لنبقَ متّحدين بالمسيح في كلّ شيء: في ما نقوم به، وفي كلّ ما يحدث معنا يوميًّا. إذّاك، القدّاسة التي نبحث عنها عبثًا بجهود فرديّة، ستظهر على حقيقتها: استجابة للنعمة التي تسبقنا، وتعزّزنا، وتحوّلنا. لا توجد في الواقع أقسام منفصلة في إنسانيّتنا. فالصّلاة، والخدمة، والعلاقات، والتّعب، والأفراح، والفشل، بل حتّى الوقت الذي يبدو ضائعًا أو الحبّ الذي يبدو مهدورًا، كلّ هذا يصير أماكن مميّزة ليُظهِر الله لنا ذاته ومحبّته اللامتناهية.
الكاهن ذو القلب المستقيم والبسيط والطّاهر، هو كاهن يتأمّل في خضمّ العمل، وهو رحيم، وأمين في المحنة، ويفرح في بذل ذاته. العالم بحاجة ماسّة إلى رعاة لا يقدّمون كلامًا أو برامجَ فحسب، بل شهادة حيّة لقلبٍ متصالح، ينشر عطر قداسة المسيح الطّيّب. فالحياة الكهنوتيّة الرّاسخة والمتشبّهة بقلب يسوع، هي علامة صادقة على الوَحدة والسّلام والرّحمة. وهكذا، في زمنٍ يتّسم بالانقسامات والمخاوف، يمكننا أن نكون صنّاع سلام، وشهودًا على حنان الرّاعي الصّالح، الذي يعرف كيف يجمع المشتّتين ويشفي الجرحى، وحماسنا ليس اضطرابًا، بل فيضًا من حبّ "هو نشوة، إنّه طريق للخروج، إنّه عطيّة، إنّه لقاء" (فرنسيس، الرّسالة البابويّة العامّة، لقد أحَبَّنا، 28).
قلب المسيح هو قلب القدّيسين
الاستجابة للدعوة لنكون قديسين لا تقوم أساسًا على الجهد النّسكيّ والسّعي إلى الكمال، على الرّغم من أهمّيّتهما، بل على الالتزام الواثق بالمحبّة المُعلنة في قلب يسوع المطعون. الرّسول يوحنّا يدعونا إلى التأمّل في جنب المصلوب المفتوح (راجع يوحنّا 19، 34)، الذي فيه بيّن الله لنا بشكلٍ قاطع كيف تكون قداسته: لا في بُعدٍ متعالٍ لكمالٍ منفصل، بل في محبّة تبذل ذاتها حتّى تُجرَح، فتغدو ينبوع رحمة وحياة. إنّ قلب يسوع الأقدس هو الأيقونة الأسمى لمحبّة الله: محبّة كلّيّة القدرة، لأنّها قادرة على أن تصير ضعيفة، وأن تحوّل الألم إلى نعمة، والآلام إلى رجاء.
هذا القلب المبارك إذًا، هو ”المكان“ الذي تظهر فيه القداسة قربًا وحنانًا. من هنا، يمكن لقداسة الكاهن أن تتجلّى في المودة المتواضعة والشّجاعة، وفي أن يكون للكلّ ومن أجل الكلّ، وأن يُبقي باب الحظيرة مفتوحًا حتّى يستطيع الكثيرون أن يدخلوا ويجدوا المرعى والرّاحة (راجع يوحنّا 10، 9). لذلك، مطلوبٌ منّا أن نقيم علاقة مع الله لا تُبعدنا عن النّاس، بل تجعلنا قريبين من الجميع، وتُكوِّن قلوبًا صابرة ووديعة، وقادرة على القُرب والرّأفة والإصغاء. وهكذا، باتّحاد قلبنا غير الكامل مع قلب يسوع المطعون، تتحقّق مسيرتنا نحو القداسة. فلا نحيا نحن بعد الآن، بل المسيح يحيا فينا (راجع غلاطية 2، 20). لا يمكن أن نعيش قداسة كهذه وحدنا. احرصوا على الأخوّة الكهنوتيّة: ابحثوا بعضكم عن بعض، وأصغوا بعضكم إلى بعض، وعزّزوا بعضكم بعضًا. فالكاهن الذي يعزل نفسه، ينطفئ تدريجيًّا، أمّا الكاهن الذي يسير مع إخوته فإنّه ينمو. يذكّرنا بذلك أيضًا القدّيس أَغُسطِينُس بقوله: "كيف لا نكون في الظّلمة؟ بأن نحبّ الإخوة. وما الدّليل على أنّنا نحبّ الإخوة؟ هذا هو الدّليل: ألّا نمزّق الوَحدة وأن نحفظ المحبّة" (تفسير رسالة يوحنّا إلى بارثوس، 2، 3).
أيّها الكهنة الأعزّاء، جدّدوا كلّ يوم قولكم ”هاءنذا“ أمام قلب المسيح المطعون. سلّموا أنفسكم له كاملة، حتّى تستطيعوا أن تحبّوا شعبه بالمحبّة نفسها التي يحبّهم بها هو. وتذكّروا بفرح، كما كان يحبّ أن يردّد القدّيس كاهن آرس، أنّ "الكهنوت هو محبّة قلب يسوع" (راجع بندكتس السّادس عشر، رسالة إعلان سنة الكهنوت، [16 حزيران/يونيو 2009]، 569). هذه المحبّة هي عربون وضمانة بأنّ لا شيء منّا سيضيع، إذا سلّمنا أنفسنا كاملة وقدّمناها. أوكل الجميع إلى سيِّدتنا مريم العذراء، أمّ الكهنة. هي التي حفظت في قلبها سرّ الابن، لتعلّمنا أن نحفظ في داخلنا قلب المسيح، مخلِّص العالم، ونجعله ينبض فينا.
12 حزيران/يونيو 2026، عيد قلب يسوع الأقدس.
لاوُن الرّابع عشر
© Bollettino Santa Sede - 12 giugno 2026