Catechesi Santo Padre

cardinali san pietroAlle ore 16 di questo pomeriggio, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha presieduto un Concistoro Ordinario Pubblico per la creazione di 20 nuovi Cardinali e per il voto delle Cause di Canonizzazione dei Beati: Giovanni Battista Scalabrini, Vescovo di Piacenza, Fondatore della Congregazione dei Missionari di San Carlo e della Congregazione delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo; e Artemide Zatti, laico professo della Società Salesiana di San Giovanni Bosco (Salesiani).

I 20 nuovi Cardinali creati che hanno ricevuto l’imposizione della berretta, la consegna dell’anello e l’assegnazione del Titolo o Diaconia sono: Arthur Roche, Arcivescovo-Vescovo emerito di Leeds, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; Lazzaro You Heung-sik, Arcivescovo-Vescovo emerito di Daejeon, Prefetto del Dicastero per il Clero; Fernando Vérgez Alzaga, L.C., Arcivescovo tit. di Villamagna di Proconsolare, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Jean-Marc Aveline, Arcivescovo di Marseille (Francia); Peter Ebere Okpaleke, Vescovo di Ekwulobia (Nigeria); Leonardo Ulrich Steiner, O.F.M., Arcivescovo di Manaus (Brasile); Filipe Neri António Sebastião do Rosário Ferrão, Arcivescovo di Goa e Damão (India); Robert Walter McElroy, Vescovo di San Diego (U.S.A.); Virgilio do Carmo da Silva, S.D.B., Arcivescovo di Díli (Timor Orientale); Oscar Cantoni, Vescovo di Como (Italia); S.E. Mons. Anthony Poola, Arcivescovo di Hyderabad (India); Paulo Cezar Costa, Arcivescovo di Brasília (Brasile); Richard Kuuia Baawobr, M. Afr., Vescovo di Wa (Ghana); William Seng Chye GOH, Arcivescovo di Singapore (Singapore); Adalberto Martínez Flores, Arcivescovo di Asunción (Paraguay); Giorgio Marengo, I.M.C., Vescovo tit. di Castra severiana; Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar (Mongolia); Jorge Enrique Jiménez Carvajal, C.I.M., Arcivescovo emerito di Cartagena (Colombia); Arrigo Miglio, Arcivescovo emerito di Cagliari (Italia); Gianfranco Ghirlanda, S.I., già Rettore della Pontificia Università Gregoriana; Fortunato Frezza, Arcivescovo tit. di Treba.

All’inizio del Concistoro Ordinario Pubblico il primo dei nuovi Cardinali, l’Em.mo Card. Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha rivolge al Papa, a nome di tutti, un indirizzo di omaggio e di ringraziamento. Quindi dopo l’orazione e la lettura di un passo del Vangelo secondo Luca (2, 49-50), il Santo Padre ha pronunciato l’omelia.

Il Papa ha letto poi la formula di creazione e ha proclamato solennemente i nomi dei nuovi Cardinali, annunciandone l’Ordine presbiterale o diaconale.

Il Rito è proseguito con la professione di fede dei nuovi Cardinali davanti al popolo di Dio e il giuramento di fedeltà e obbedienza a Papa Francesco e ai Suoi successori.

I nuovi Cardinali, secondo l’ordine di creazione, si sono inginocchiati dinanzi al Santo Padre che ha imposto loro lo zucchetto e la berretta cardinalizia, consegnato l’anello cardinalizio e assegnato a ciascuno una chiesa di Roma quale segno di partecipazione alla sollecitudine pastorale del Papa nell’Urbe, consegnando loro la Bolla di creazione cardinalizia e di assegnazione del Titolo o della Diaconia.

Dopo la consegna della Bolla di creazione cardinalizia e di assegnazione del Titolo o della Diaconia, il Santo Padre Francesco ha scambiato con ciascun neo Cardinale l’abbraccio di pace.

Tra i nuovi Cardinali creati questo pomeriggio, non era presente S.E. Mons. Richard Kuuia Baawobr, M. Afr., Vescovo di Wa (Ghana)

Al termine del Concistoro Ordinario Pubblico per la creazione dei nuovi Cardinali, l’Em.mo Card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, si è recato davanti al Santo Padre, ha letto la “Peroratio” e presentato brevemente le biografie dei due Beati. Quindi il Papa, dopo aver espresso la valutazione dei voti, ha decretato che i Beati siano iscritti all’Albo dei Santi domenica 9 ottobre 2022.

Pubblichiamo di seguito il testo dell’Omelia che il Santo Padre Francesco ha pronunciato nel corso del Concistoro, dopo la proclamazione del Santo Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Questo detto di Gesù, proprio nel mezzo del Vangelo di Luca, ci colpisce come una freccia: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (12,49).

Mentre è in cammino con i discepoli verso Gerusalemme, il Signore fa un annuncio in tipico stile profetico, usando due immagini: il fuoco e il battesimo (cfr 12,49-50). Il fuoco deve portarlo nel mondo; il battesimo dovrà riceverlo Lui stesso. Prendo solo l’immagine del fuoco, che qui è la fiamma potente dello Spirito di Dio, è Dio stesso come «fuoco divorante» (Dt 4,24; Eb 12,29), Amore appassionato che tutto purifica, rigenera e trasfigura. Questo fuoco – come del resto anche il “battesimo” – si rivela pienamente nel mistero pasquale di Cristo, quando Egli, come colonna ardente, apre la via della vita attraverso il mare tenebroso del peccato e della morte.

C’è però un altro fuoco, quello di brace. Lo troviamo in Giovanni, nel racconto della terza e ultima apparizione di Gesù risorto ai discepoli, sul lago di Galilea (cfr 21,9-14). Questo fuocherello lo ha acceso Gesù stesso, vicino alla riva, mentre i discepoli erano sulle barche e tiravano su la rete stracolma di pesci. E Simon Pietro arrivò per primo, a nuoto, pieno di gioia (cfr v. 7). Il fuoco di brace è mite, nascosto, ma dura a lungo e serve per cucinare. E lì, sulla riva del lago, crea un ambiente familiare dove i discepoli gustano stupiti e commossi l’intimità con il loro Signore.

Ci farà bene, cari fratelli e sorelle, in questo giorno, meditare insieme a partire dall’immagine del fuoco, in questa sua duplice forma; e alla sua luce pregare per i Cardinali, in modo particolare per voi, che proprio in questa celebrazione ne ricevete la dignità e il compito.

Con le parole riportate nel Vangelo di Luca, il Signore ci chiama nuovamente a metterci dietro a Lui, a seguirlo sulla via della sua missione. Una missione di fuoco – come quella di Elia –, sia per quello che è venuto a fare sia per come lo ha fatto. E a noi, che nella Chiesa siamo stati presi tra il popolo per un ministero di speciale servizio, è come se Gesù consegnasse la fiaccola accesa, dicendo: Prendete, «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21). Così il Signore vuole comunicarci il suo coraggio apostolico, il suo zelo per la salvezza di ogni essere umano, nessuno escluso. Vuole comunicarci la sua magnanimità, il suo amore senza limiti, senza riserve, senza condizioni, perché nel suo cuore brucia la misericordia del Padre. È quello che brucia nel cuore di Gesù: la misericordia del Padre. E dentro questo fuoco c’è anche la misteriosa tensione, propria della missione di Cristo, tra la fedeltà al suo popolo, alla terra delle promesse, a coloro che il Padre gli ha dato e, nello stesso tempo, l’apertura a tutti i popoli – quella tensione universale –, all’orizzonte del mondo, alle periferie ancora ignote.

Questo fuoco potente è quello che ha animato l’apostolo Paolo nel suo instancabile servizio al Vangelo, nella sua “corsa” missionaria guidata, spinta sempre in avanti dallo Spirito e dalla Parola. È anche il fuoco di tanti missionari e missionarie che hanno sperimentato la faticosa e dolce gioia di evangelizzare, e la cui vita stessa è diventata vangelo, perché sono stati anzitutto dei testimoni.

Questo, fratelli e sorelle, è il fuoco che Gesù è venuto a “gettare sulla terra”, e che lo Spirito Santo accende anche nei cuori, nelle mani e nei piedi di coloro che lo seguono. Il fuoco di Gesù, il fuoco che porta Gesù.

Poi c’è l’altro fuoco, quello di brace. Anche questo il Signore vuole comunicarci, perché come Lui, con mitezza, con fedeltà, con vicinanza e tenerezza – questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza – possiamo far gustare a molti la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi. Una presenza così evidente, pur nel mistero, che non c’è nemmeno bisogno di chiedere: “Chi sei?”, perché il cuore stesso dice che è Lui, è il Signore. Questo fuoco arde in modo particolare nella preghiera di adorazione, quando stiamo in silenzio vicino all’Eucaristia e assaporiamo la presenza umile, discreta, nascosta del Signore, come un fuoco di brace, così che questa presenza stessa diventa nutrimento per la nostra vita quotidiana.

Il fuoco di brace fa pensare ad esempio a San Charles de Foucauld: al suo rimanere a lungo in un ambiente non cristiano, nella solitudine del deserto, puntando tutto sulla presenza: la presenza di Gesù vivo, nella Parola e nell’Eucaristia, e la sua stessa presenza fraterna, amichevole, caritatevole. Ma fa pensare anche a quei fratelli e sorelle che vivono la consacrazione secolare, nel mondo, alimentando il fuoco basso e duraturo negli ambienti di lavoro, nelle relazioni interpersonali, negli incontri di piccole fraternità; oppure, come preti, in un ministero perseverante e generoso, senza clamori, in mezzo alla gente della parrocchia. Mi diceva un parroco di tre parrocchie, qui in Italia, che aveva tanto lavoro. “Ma tu sei capace di visitare tutta la gente?”, ho detto. “Sì, conosco tutti!” – “Ma tu conosci il nome di tutti?” – “Sì, anche il nome dei cani delle famiglie”. Questo è il fuoco mite che porta l’apostolato alla luce di Gesù. E poi, non è fuoco di brace quello che ogni giorno riscalda la vita di tanti sposi cristiani? La santità coniugale! Ravvivato con una preghiera semplice, “fatta in casa”, con gesti e sguardi di tenerezza, e con l’amore che pazientemente accompagna i figli nel loro cammino di crescita. E non dimentichiamo il fuoco di brace custodito dai vecchi – sono un tesoro, tesoro della Chiesa – il focolare della memoria, sia nell’ambito familiare sia in quello sociale e civile. Quant’è importante questo braciere dei vecchi! Attorno ad esso si radunano le famiglie; permette di leggere il presente alla luce delle esperienze passate, e di fare scelte sagge.

Cari fratelli Cardinali, nella luce e nella forza di questo fuoco cammina il Popolo santo e fedele, dal quale siamo stati tratti noi, da quel popolo di Dio, e al quale siamo stati inviati come ministri di Cristo Signore. Che cosa dice in particolare a me e a voi questo duplice fuoco di Gesù, il fuoco irruente e il fuoco mite? Mi pare che ci ricordi che un uomo di zelo apostolico è animato dal fuoco dello Spirito a prendersi cura coraggiosamente delle cose grandi come delle piccole, perché “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est”. Non dimenticare: questo porta San Tommaso nella Prima PrimaeNon coerceri a maximo: avere grandi orizzonti e grande voglia di cose grandi; contineri tamen a minimo, è divino, divinum est.

Un Cardinale ama la Chiesa, sempre con il medesimo fuoco spirituale, sia trattando le grandi questioni sia occupandosi di quelle piccole; sia incontrando i grandi di questo mondo – deve farlo, tante volte –, sia i piccoli, che sono grandi davanti a Dio. Penso, ad esempio, al Cardinale Casaroli, giustamente celebre per il suo sguardo aperto ad assecondare, con dialogo sapiente e paziente, i nuovi orizzonti dell’Europa dopo la guerra fredda – e Dio non voglia che la miopia umana chiuda di nuovo quegli orizzonti che Lui ha aperto! Ma agli occhi di Dio hanno altrettanto valore le visite che regolarmente egli faceva ai giovani detenuti in un carcere minorile di Roma, dove era chiamato “Don Agostino”. Faceva la grande diplomazia – il martirio della pazienza, così era la sua vita – insieme alla visita settimanale a Casal del Marmo, con i giovani. E quanti esempi di questo tipo si potrebbero portare! Mi viene in mente il Cardinale Van Thuân, chiamato a pascere il Popolo di Dio in un altro scenario cruciale del XX secolo, e nello stesso tempo animato dal fuoco dell’amore di Cristo a prendersi cura dell’anima del carceriere che vigilava sulla porta della sua cella. Questa gente non aveva paura del “grande”, del “massimo”; ma anche prendeva il “piccolo” di ogni giorno. Dopo un incontro nel quale il Cardinale Casaroli aveva informato San Giovanni Paolo II della sua ultima missione – non so se in Slovacchia o in Cechia, uno di questi Paesi, si parlava di alta politica –, e quando se ne stava andando il Papa lo chiamò e gli disse: “Ah, Eminenza, una cosa: Lei continua ad andare da quei giovani carcerati?” – “Sì” – “Non li lasci mai!”. La grande diplomazia e la piccola cosa pastorale. Questo è il cuore di un prete, il cuore di un Cardinale.

Cari fratelli e sorelle, ritorniamo con lo sguardo a Gesù: solo Lui conosce il segreto di questa magnanimità umile, di questa potenza mite, di questa universalità attenta ai dettagli. Il segreto del fuoco di Dio, che scende dal cielo rischiarandolo da un estremo all’altro e che cuoce lentamente il cibo delle famiglie povere, delle persone migranti, o senza una casa. Gesù vuole gettare anche oggi questo fuoco sulla terra; vuole accenderlo ancora sulle rive delle nostre storie quotidiane. Ci chiama per nome, ognuno di noi, ci chiama per nome: non siamo un numero; ci guarda negli occhi, ognuno di noi, lasciamoci guardare negli occhi, e ci chiede: tu, nuovo Cardinale – e tutti voi, fratelli Cardinali –, posso contare su di te? Quella domanda del Signore.

E non voglio finire senza un ricordo al cardinale Richard Kuuia Baawobr, vescovo di Wa, che ieri, all’arrivo a Roma, si sentiva male ed è stato ricoverato per un problema al cuore e gli hanno fatto, credo, un intervento, qualcosa del genere. Preghiamo per questo fratello che doveva essere qui ed è ricoverato. Grazie.

 

Traduzione in lingua francese

Ce discours de Jésus, au milieu de l’Évangile de Luc, nous atteint comme une flèche: «Je suis venu apporter un feu sur la terre, et comme je voudrais qu’il soit déjà allumé!» (12, 49).

Alors qu’il est en marche avec les disciples vers Jérusalem, le Seigneur fait une annonce dans un style prophétique typique, en utilisant deux images: le feu et le baptême (cf. 12, 49-50). Le feu, il doit l’apporter dans le monde; le baptême, il devra le recevoir lui-même. Je ne prends que l’image du feu, qui est ici la flamme puissante de l’Esprit de Dieu, c’est Dieu lui-même, comme un «feu dévorant» (Dt 4, 24; He 12, 29), Amour passionné qui purifie, régénère et transfigure tout. Ce feu – comme d’ailleurs aussi le “baptême” – se révèle pleinement dans le mystère pascal du Christ, lorsque, comme colonne ardente, il ouvre le chemin de la vie à travers la mer ténébreuse du péché et de la mort.

Mais il y a aussi un autre feu, celui de braises. Nous le trouvons chez Jean, dans le récit de la troisième et dernière apparition de Jésus ressuscité aux disciples, près du lac de Galilée (cf. 21, 9-14). Ce feu de camp a été allumé par Jésus lui-même, près du rivage, pendant que les disciples étaient sur les barques et tiraient le filet rempli de poissons. Et Simon-Pierre est arrivé le premier, à la nage, plein de joie (cf. v. 7). Le feu de braises est doux, caché, mais il dure longtemps et sert à cuisiner. Et là, au bord du lac, il crée un environnement familier où les disciples goûtent, émerveillés et émus, l’intimité avec leur Seigneur.

Ça nous fera du bien, chers frères et sœurs, en ce jour, de méditer ensemble à partir de l’image du feu, sous cette double forme; et à sa lumière de prier pour les Cardinaux, en particulier pour vous, qui précisément dans cette célébration en recevez la dignité et la charge.

Avec les paroles rapportées dans l’Évangile de Luc, le Seigneur nous appelle à nouveau à nous mettre derrière Lui, à le suivre sur le chemin de sa mission. Une mission de feu – comme celle d’Élie –, à la fois pour ce qu’il est venu faire et pour la façon dont il l’a fait. Et à nous qui, dans l’Église, avons été pris parmi le peuple pour un ministère de service spécial, c’est comme si Jésus donnait la torche allumée, en disant: Prenez, «de même que le Père m’a envoyé, moi aussi, je vous envoie» (Jn 20, 21). Ainsi, le Seigneur veut nous communiquer son courage apostolique, son zèle pour le salut de tout être humain, sans exclure personne. Il veut nous communiquer sa magnanimité, son amour sans limites, sans réserve, sans conditions, parce que dans son cœur brûle la miséricorde du Père. C’est ce qui brûle dans le cœur de Jésus: la miséricorde du Père. Et, dans ce feu, il y a aussi la tension mystérieuse, propre à la mission du Christ, entre la fidélité à son peuple, à la terre des promesses, à ceux que le Père lui a donnés et, en même temps, l’ouverture à tous les peuples – cette tension universelle –, à l’horizon du monde, aux périphéries encore inconnues.

Ce feu puissant est celui qui a habité l’apôtre Paul dans son service inlassable de l’Évangile, dans sa “course” missionnaire guidée, toujours poussée en avant par l’Esprit et par la Parole. C’est aussi le feu de tant de missionnaires qui ont fait l’expérience de la joie difficile et douce d’évangéliser, et dont la vie même est devenue évangile, parce qu’ils ont été avant tout des témoins.

Frères et sœurs, c’est le feu que Jésus est venu “jeter sur la terre”, et que l’Esprit Saint allume aussi dans les cœurs, dans les mains et dans les pieds de ceux qui le suivent, le feu de Jésus, le feu que Jésus apporte.

Ensuite il y a l’autre feu, celui de braises. Le Seigneur veut nous le communiquer aussi, afin que comme Lui, avec douceur, avec fidélité, avec proximité et tendresse – c’est le style de Dieu: proximité, compassion et tendresse – nous puissions faire goûter à beaucoup la présence de Jésus vivant au milieu de nous. Une présence si évidente, même dans le mystère, qu’il n’est même pas nécessaire de demander: “Qui es-tu?”, parce que le cœur lui-même dit que c’est Lui, c’est le Seigneur. Ce feu brûle de façon particulière dans la prière d’adoration, quand nous sommes en silence près de l’Eucharistie et que nous goûtons la présence humble, discrète, cachée du Seigneur, comme un feu de braises. Ainsi, cette présence elle-même devient nourriture pour notre vie quotidienne.

Le feu de braises fait penser par exemple à saint Charles de Foucauld: à son long séjour dans un milieu non chrétien, dans la solitude du désert, en misant tout sur la présence: la présence de Jésus vivant, dans la Parole et dans l’Eucharistie, et sa même présence fraternelle, amicale, charitable. Mais il fait aussi penser à ces frères et sœurs qui vivent la consécration séculière, dans le monde, en alimentant le feu doux et durable dans les milieux de travail, dans les relations interpersonnelles, dans les rencontres de petites fraternités; ou bien, comme prêtres, dans un ministère persévérant et généreux, sans bruits, au milieu des gens de la paroisse. Un curé de trois paroisses, ici en Italie, me disait qu’il avait beaucoup de travail. “Mais es-tu capable de visiter tous les gens?”, ai-je dit. “Oui, je connais tout le monde!” – “Mais connais-tu le nom de tout le monde?” – “Oui, même le nom des chiens des familles”. C’est le feu doux qu’apporte l’apostolat à la lumière de Jésus. Et puis, n’est-ce pas le feu de braise qui réchauffe chaque jour la vie de tant d’époux chrétiens? La sainteté conjugale! Ravivé avec une prière simple, “faite à la maison”, avec des gestes et des regards de tendresse, et avec l’amour qui accompagne patiemment les enfants sur leur chemin de croissance. Et n’oublions pas le feu de braises gardé par les personnes âgées – ils sont un trésor, un trésor de l’Église – le foyer de la mémoire, tant dans le domaine familial que dans le domaine social et civil. Combien ce brasier des personnes âgées est important! Autour de lui se rassemblent les familles; il permet de lire le présent à la lumière des expériences passées, et de faire des choix sages.

Chers frères Cardinaux, dans la lumière et dans la force de ce feu marche le Peuple saint et fidèle, dont nous avons été tirés, de ce Peuple de Dieu, et auquel nous avons été envoyés comme ministres du Christ Seigneur. Qu’est-ce que ce double feu de Jésus dit en particulier à moi et à vous, le feu vif et le feu doux? Il me semble qu’il nous rappelle qu’un homme au zèle apostolique est poussé par le feu de l’Esprit à prendre courageusement soin des choses, grandes comme des petites, parce que “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est”. N’oubliez pas: c’est ce qu’apporte saint Thomas dans la Prima PrimaeNon coerceri a maximo: avoir de grands horizons et une grande envie de grandes choses; contineri tamen a minimo, c’est divin, divinum est.

Un Cardinal aime l’Église, toujours avec le même feu spirituel, en traitant les grandes questions, comme en s’occupant des petites; en rencontrant les grands de ce monde – il doit le faire, plusieurs fois –, comme les petits, qui sont grands devant Dieu. Je pense, par exemple, au Cardinal Casaroli, justement célèbre pour son regard ouvert pour accompagner, avec un dialogue sage et patient, les nouveaux horizons de l’Europe après la guerre froide – et que Dieu ne veuille pas que la myopie humaine referme à nouveau ces horizons qu’il a ouverts! Mais, aux yeux de Dieu, les visites qu’il rendait régulièrement aux jeunes détenus dans une prison pour mineurs de Rome sont tout aussi importantes, où il était appelé “Don Agostino”. Il faisait la grande diplomatie – le martyre de la patience, ainsi était sa vie – avec la visite hebdomadaire à Casal del Marmo, avec les jeunes. Et combien d’exemples de ce type on pourrait apporter! Je pense au Cardinal Van Thuân, appelé à paître le Peuple de Dieu dans d’autres situations cruciales du 20ème siècle, et en même temps poussé par le feu de l’amour du Christ à prendre soin de l’âme du geôlier qui veillait à la porte de sa cellule. Ces gens n’avaient pas peur du “grand”, du “maximum”; mais il prenait aussi le “petit” de chaque jour. Après une rencontre au cours de laquelle le Cardinal Casaroli avait informé saint Jean-Paul II de sa dernière mission – je ne sais pas si c’était en Slovaquie ou en Tchéquie, un de ces pays, on parlait de haute politique –, et quand il s’en allait, le Pape l’appela et lui dit: “Éminence, une chose: Continuez-vous à aller vers ces jeunes détenus?” – “Oui” – “Ne les laissez jamais!”. La grande diplomatie et la petite chose pastorale. C’est le cœur d’un prêtre, le cœur d’un cardinal.

Chers frères et sœurs, revenons avec le regard à Jésus: Lui seul connaît le secret de cette magnanimité humble, de cette puissance douce, de cette universalité attentive aux détails. Le secret du feu de Dieu, qui descend du ciel en l’éclairant d’une extrémité à l’autre et qui prépare lentement la nourriture des familles pauvres, des personnes migrantes, ou sans maison. Jésus veut jeter aujourd’hui encore ce feu sur la terre; il veut encore l’allumer sur les rives de nos histoires quotidiennes. Il nous appelle par notre nom, chacun de nous, il nous appelle par notre nom: nous ne sommes pas un numéro; il nous regarde dans les yeux, chacun de nous, laissons-nous regarder dans les yeux, et il nous demande: toi, nouveau cardinal – et vous tous, frères cardinaux –, puis-je compter sur toi? Cette demande du Seigneur.

Et je ne veux pas finir sans mentionner le cardinal Richard Kuuia Baawobr, évêque de Wa, qui hier, à son arrivée à Rome, se sentait mal et a été hospitalisé pour un problème cardiaque et il a eu, je crois, une intervention, quelque chose de ce genre. Prions pour ce frère qui devait être ici et qui est hospitalisé.

 

Traduzione in lingua inglese

The words of Jesus, in the very middle of the Gospel of Luke, pierce us like an arrow: “I came to bring fire to the earth, and how I wish it were already kindled!” (12:49).

Journeying with his disciples towards Jerusalem, the Lord announces this in typically prophetic style, using two images: fire and baptism (cf. 12:49-50). He is to bring fire into the world; the baptism he himself will receive. Let me take just the image of fire, the powerful flame of the Spirit of God, God himself, as “consuming fire” (Deut 4:24; Heb 12:29). A passionate love that purifies, regenerates and transfigures all things. This fire – but also this “baptism” – is fully revealed in the paschal mystery of Christ, when he, like a column of fire, opens up the path to life through the dark sea of sin and death.

There is however another fire, the charcoal fire that we find in John’s account of the third and final appearance of the risen Jesus to the disciples at the Sea of Galilee (cf. 21:9-14). It is a small fire that Jesus himself built close to the shore, as the disciples in their boats were hauling up their nets miraculously filled with fish. Simon Peter arrived first, jumping into the water, filled with joy (cf. v. 7). That charcoal fire is quiet and gentle, yet it lasts longer and is used for cooking. There on the shore of the sea, it creates a familiar setting where the disciples, amazed and moved, savour their closeness to their Lord.

Today, we do well, dear brothers and sisters to meditate together on the image of fire in both these forms, and in its light, to pray for the Cardinals, especially for those of you who in this celebration will receive the dignity and task it entails.

With those words found in the Gospel of Luke, the Lord calls us once more to follow him along the path of his mission. A fiery mission – like that of Elijah –not only for what he came to accomplish but also for how he accomplished it. And to us who in the Church have been chosen from among the people for a ministry of particular service, it is as if Jesus is handing us a lighted torch and telling us: “Take this; as the Father has sent me so I now send you” (Jn 20:21). In this way, the Lord wants to bestow on us his own apostolic courage, his zeal for the salvation of every human being, without exception. He wants to share with us his magnanimity, his boundless and unconditional love, for his heart is afire with the mercy of the Father. This is what burns in Jesus’ heart: the mercy of the Father. And within this fire, too, there is the mysterious tension of his mission, poised between fidelity to his people, to the land of promises, to those whom the Father has given him, and, at the same time, an openness to all peoples, – that universal tension –, to the horizons of the world, to peripheries as yet unknown.

This is the same powerful fire that impelled the Apostle Paul in his tireless service to the Gospel, in his “race”, his missionary zeal constantly inspired by the Spirit and by the Word. It is the fire, too, of all those men and women missionaries who have come to know the exhausting yet sweet joy of evangelizing, and whose lives themselves became a gospel, for they were before all else witnesses.

This, brothers and sisters, is the fire that Jesus came to “bring to the earth”, a fire that the Holy Spirit kindles in the hearts, hands and feet of all those who follow him. The fire of Jesus, the fire that Jesus brings.

Then there is that other fire, that of the charcoal. The Lord also wants to share this fire with us, so that like him, with meeknessfidelitycloseness and tenderness – this is God’s style: closeness, compassion and tenderness – we can lead many people to savour the presence of Jesus alive in our midst. A presence so evident, albeit in mystery, that there is no need even to ask: “Who are you?” For our hearts themselves tell us that it is he, it is the Lord. This fire burns in a particular way in the prayer of adoration, when we silently stand before the Eucharist and bask in the humble, discreet and hidden presence of the Lord. Like that charcoal fire, his presence becomes warmth and nourishment for our daily life.

That fire makes us think of the example of Saint Charles de Foucauld, who lived for years in a non-Christian environment, in the solitude of the desert, staking everything on presence: the presence of the living Jesus, in the word and in the Eucharist, and his own presence, fraternal, amicable and charitable. It also makes us think of our brothers and sisters who lives of secular consecration, in the world, nourishing a quiet and enduring fire in their workplace, in interpersonal relationships, in small acts of fraternity. Or of those priests who persevere in selfless and unassuming ministry in the midst of their parishioners. A pastor of three parishes, here in Italy, told me that he had a great deal of work. I said, “Are you able to visit all the people?” “Yes, I know everyone!” “You know everyone’s name?” “Yes, even the name of the family dog.” This is the mild kind of fire that carries on the apostolate in the light of Jesus. Then too, is it not a similar fire, conjugal holiness, that daily warms the lives of countless Christian married couples, kept aflame by simple, “homemade” prayers, gestures and tender gazes, and by the love that patiently accompanies their children on their journey of growth. Nor can we overlook the fire kept burning by the elderly: –they are a treasure, the treasure of the Church – the hearth of memory, both in the family and the life of the community. How important is the fire of the elderly! Around it families unite and learn to interpret the present in the light of past experiences and to make wise decisions.

Dear brother Cardinals, by the light and in the strength of this fire walk the holy and faithful people from whom we were taken – we, taken from the people of God – and to whom we have been sent as ministers of Christ the Lord. What does this twofold fire of Jesus, a fire both vehement and mild, say in a special way to me and to you? I think it reminds us that a man of apostolic zeal is impelled by the fire of the Spirit to be concerned, courageously, with things great and small, for “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est”. Remember: Saint Thomas, in the Prima Pars, says: Non coerceri a maximo, not to be confined by the greatest, contineri tamen a minimo, yet to be contained within the smallest, divinum est, is divine.

A Cardinal loves the Church, always with that same spiritual fire, whether dealing with great questions or handling everyday problems, with the powerful of this world – which he often has to do –,or those ordinary people who are great in God’s eyes. I think of the example of Cardinal Agostino Casaroli, rightly famous for his openness to promoting, through farsighted and patient dialogue the new prospects that opened up in Europe following the Cold War – may God prevent human shortsightedness from closing anew those prospects that he opened! In God’s eyes, however, the visits that he regularly made to the young inmates in a juvenile prison of Rome, where he was known simply as “Don Agostino”, were just as important. He was a great diplomat – a martyr of patience, such was his life – along with a weekly visit to the Casal del Marmo, to visit with the young people. How many other, similar examples come to mind! I think of Cardinal Van Thuân, called to shepherd the People of God in another crucial scenario of the twentieth century, who was led by the fire of his love for Christ to care for the soul of the prison guards who watched over him at the door of his prison cell. This kind of people were not afraid of the “great” or the “highest”; they also engaged the “little ones” of every day. After a meeting, during which Cardinal Casaroli had informed Saint John Paul II about his latest mission – I don’t know whether it was in Slovakia or the Czech Republic, one of those countries – when he was leaving, the Pope called him and said, “Your Eminence, one more thing: do you still go to visit the young inmates?” “Yes.” “Never leave them!” Great matters of diplomacy and small pastoral matters. This is the heart of a priest, the heart of a Cardinal.

Dear brothers and sisters, let us once more contemplate Jesus. He alone knows the secret of this lowly grandeur, this unassuming power, this universal vision ever attentive to particulars. The secret of the fire of God, which descends from heaven, brightening the sky from one end to the other, and slowly cooking the food of poor families, migrant and homeless persons. Today too, Jesus wants to bring this fire to the earth. He wants to light it anew on the shores of our daily lives. Jesus calls us by name, each one of us, he calls us by name: we are not a number; he looks us in the eye – let us each allow ourselves to be looked at in the eye – and he asks: you, who are a new Cardinal – and all of you, brother Cardinals –, Can I count on you? That is the Lord’s question.

I do not want to end without recalling Cardinal Richard Kuuia Baawobr, Bishop of Wa, who yesterday, upon his arrival in Rome, felt bad and was hospitalized with a heart problem and I think they did some type of operation. Let us pray for this brother who ought to have been here and is hospitalized. Thank you.

Traduzione in lingua polacca

Te słowa Jezusa, w samym środku Ewangelii św. Łukasza, uderzają nas jak strzała: „Przyszedłem rzucić ogień na ziemię i jakże bardzo pragnę, żeby on już zapłonął!” (12, 49).

Będąc w drodze z uczniami do Jerozolimy Pan wygłasza zapowiedź w typowym stylu proroczym, posługując się dwoma obrazami: ogniem i chrztem (por. 12,49-50). Ogień musi rzucić w świat; chrzest, jest tym, który On sam musi przyjąć. Zaczerpnę jedynie obraz ognia, który jest tutaj potężnym płomieniem Ducha Bożego, to sam Bóg jako „ogień trawiący” (Pwt 4,24; Hbr 12,29), namiętna Miłość, która wszystko oczyszcza, odradza i przemienia. Ten ogień - podobnie jak „chrzest” - ujawnia się w pełni w paschalnym misterium Chrystusa, kiedy jako płonący słup, otwiera On drogę do życia przez mroczne morze grzechu i śmierci.

Jest także inny ogień, ten pochodzący z żaru. Znajdujemy go u Jana, w relacji o trzecim i ostatnim ukazaniu się zmartwychwstałego Jezusa uczniom nad Jeziorem Galilejskim (por. 21,9-14). Jezus sam rozpalił ten ogień, przy brzegu, gdy uczniowie byli w łodziach i wyciągali sieć przepełnioną rybami. A Szymon Piotr przybył pierwszy, płynąc, pełen radości (por. w. 7). Ogień żaru jest łagodny, ukryty, ale trwa długo i służy do gotowania. I tam, na brzegu jeziora, tworzy atmosferę zażyłości, w której uczniowie zdumieni i poruszeni napawają się bliską więzią ze swoim Panem.

Warto, abyśmy drodzy bracia i siostry, w tym dniu podjęli wspólnie refleksję, wychodząc od obrazu ognia, w tej jego podwójnej postaci; i w jego świetle modlili się za kardynałów, a zwłaszcza za was, którzy właśnie podczas tej celebracji otrzymujecie tę godność i zadanie.

Tymi słowami z Ewangelii św. Łukasza Pan wzywa nas ponownie byśmy stanęli za Nim, abyśmy poszli za Nim drogą Jego misji. Misji ognia - jak u Eliasza - zarówno ze względu na to, co przyszedł uczynić, jak i na to, jak to uczynił. A dla nas, którzy w Kościele zostali wzięci spośród ludu do szczególnej posługi jest to tak jakby Jezus przekazał płonącą pochodnię, mówiąc: Weźcie, „jak Ojciec Mnie posłał, tak i Ja was posyłam” (J 20, 21). W ten sposób Pan chce nam przekazać swoją odwagę apostolską, swoją gorliwość o zbawienie każdego człowieka, nikogo nie wykluczając. Chce nam przekazać swoją wielkoduszność, swoją miłość bez granic, bez zastrzeżeń, bez warunków, bo w Jego sercu płonie miłosierdzie Ojca. To ten ogień, który płonie w sercu Jezusa: miłosierdzie Ojca. A w tym ogniu jest także właściwe dla misji Chrystusa tajemnicze napięcie między wiernością wobec swojego ludu, ziemi obietnic, wobec tych, których dał Mu Ojciec, a jednocześnie otwarciem na wszystkie ludy – owym napięciem powszechnym - ku perspektywie świata, ku nieznanym jeszcze peryferiom.

Ten potężny ogień jest tym samym, który ożywiał Apostoła Pawła w jego niestrudzonej służbie Ewangelii, w jego misyjnym „biegu” prowadzonym, zawsze pobudzanym przez Ducha i Słowo. Jest to również ogień jakże wielu misjonarzy i misjonarek, którzy doświadczyli utrudzonej i słodkiej radości ewangelizowania, i których samo życie stało się ewangeliczne, ponieważ byli przede wszystkim świadkami.

To, bracia i siostry, jest ogień, który Jezus przyszedł „rzucić na ziemię”, a który Duch Święty rozpala także w sercach, rękach i stopach tych, którzy za Nim idą. To ogień Jezusa, ogień przynoszony przez Jezusa.

Jest ponadto drugi ogień, żaru. Pan chce nam przekazać również i to, abyśmy jak On, z łagodnością, z wiernością, z bliskością i czułością – to styl Boga: bliskość, współczucie i czułość - mogli sprawiać, żeby wielu zakosztowało obecności żywego Jezusa pośród nas. Obecności tak oczywistej, chociaż tajemniczej, że nie trzeba nawet pytać: „Kto Ty jesteś?”, bo samo serce mówi, że to On, że to Pan. Ten ogień płonie w szczególny sposób w modlitwie adoracji, kiedy trwamy w milczeniu w pobliżu Eucharystii i rozkoszujemy się pokorną, dyskretną, ukrytą obecnością Pana, jak ogniem żaru, tak że ta właśnie obecność staje się pokarmem dla naszego codziennego życia.

Ogień żaru składania do pomyślenia o wzorze Karola de Foucauld: jego długim przebywaniu w środowisku niechrześcijańskim, w samotności pustyni, stawiając wszystko na obecność: obecność żywego Jezusa, w Słowie i w Eucharystii, oraz jego własną obecność braterską, przyjacielską, miłosierną. Ale każe też pomyśleć o tych braciach i siostrach, którzy przeżywają swoją konsekrację świecką w świecie, podsycając niewielki i trwały ogień w środowiskach pracy, w relacjach międzyludzkich, w spotkaniach małych wspólnot; lub, jako kapłani, w wytrwałej i wielkodusznej posłudze, bez rozgłosu, pośród ludzi w parafii. Proboszcz trzech parafii tu we Włoszech powiedział mi kiedyś, że ma dużo pracy. „Ale czy jesteś w stanie odwiedzić wszystkich ludzi?” - zapytałem. „Tak, znam wszystkich!” – „Ale czy znasz każdego po imieniu?” – „Tak, nawet imiona psów z tych rodzin”. To ten delikatny ogień, który prowadzi apostolstwo ku światłu Jezusa. Ponadto, czyż to nie ogień żaru rozpala życie codziennie jakże wielu małżonków chrześcijańskich? Świętość małżeńska. Życie ożywione prostą, „domową” modlitwą, gestami i spojrzeniami pełnymi czułości oraz miłością, która cierpliwie towarzyszy dzieciom na drodze ich rozwoju. Nie zapominajmy też o ogniu żaru strzeżonym przez starców –są oni skarbem, skarbem Kościoła - o ognisku pamięci, zarówno w rodzinie, jak i w dziedzinie społecznej i obywatelskiej. Jakże ważny jest ten żar osób starszych! Wokół niego gromadzą się rodziny; pozwala im odczytywać teraźniejszość w świetle doświadczeń minionych i dokonywać mądrych wyborów.

Drodzy Bracia Kardynałowie, w świetle i mocy tego ognia kroczy święty i wierny Lud, z którego zostaliśmy wzięci, spośród tego ludu Bożego, i do którego zostaliśmy posłani jako słudzy Chrystusa Pana. Co w szczególności mówi do mnie i do ciebie ten podwójny ogień Jezusa, ogień gwałtowny i ogień łagodny? Wydaje mi się, że przypomina nam, iż człowiek o gorliwości apostolskiej jest ożywiony ogniem Ducha, aby odważnie troszczyć się o rzeczy wielkie, jak i małe, bo „non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est”. To wprowadza św. Tomasz w Primae Primae. Non coerceri a maximo: mieć wielkie horyzonty i wielkie pragnienie wielkich rzeczy; contineri tamen a minimo - to jest boskie, divinum est.

Kardynał kocha Kościół zawsze z tym samym ogniem duchowym, czy to zajmując się sprawami wielkimi – bardzo często musi to czynić - czy też małymi; czy spotykając się z wielkimi tego świata, czy też z maluczkimi, którzy są wielcy przed Bogiem. Myślę na przykład o kardynale Casarolim, słusznie słynącym ze swego otwartego spojrzenia we wspieraniu mądrym dialogiem nowych perspektyw Europy po zimnej wojnie - i niech Bóg broni, by ludzka krótkowzroczność ponownie zamknęła te horyzonty, które On otworzył! Ale w oczach Boga równie cenne są wizyty, które regularnie składał młodym osadzonym w więzieniu dla nieletnich w Rzymie, gdzie nazywano go „Don Agostino”. Prowadził wielką dyplomację - męczeństwo cierpliwości, takie było jego życie - wraz z cotygodniową wizytą w Casal del Marmo, z młodzieżą. A ile takich przykładów można by podać! Przypomina mi się kardynał Van Thuân, powołany do pasterzowania Ludowi Bożemu w innym kluczowym scenariuszu XX wieku, a jednocześnie ożywiany ogniem miłości Chrystusa do zatroszczenia się o duszę strażnika, który strzegł drzwi do jego celi. Ci ludzie nie bali się „wielkiego”, „maksymalnego”; ale podejmowali też „małe” każdego dnia. Po spotkaniu, w którym kardynał Casaroli poinformował św. Jana Pawła II o swojej ostatniej misji - nie wiem, czy na Słowację, czy do Czech, jednego z tych krajów, mówiono o wielkiej polityce - i kiedy odchodził, papież zawołał go i powiedział: „Ach, Wasza Eminencjo, jedna rzecz: czy nadal chodzisz do tych młodych więźniów?”. – „Tak” – „Nigdy ich nie opuszczaj!”. Wielka dyplomacja i małe duszpasterstwo. To jest serce kapłana, serce kardynała.

Drodzy bracia i siostry, zwróćmy nasze spojrzenie na Jezusa: tylko On zna tajemnicę tej pokornej wielkoduszności, tej łagodnej mocy, tej uniwersalności zwracającej uwagę na szczegóły. Tajemnicę Bożego ognia, który zstępuje z nieba, oświetlając je od końca do końca, i który powoli gotuje jedzenie rodzin ubogich, migrantów czy bezdomnych. Jezus chce i dziś rzucić ten ogień na ziemię; chce go na nowo rozpalić na brzegach naszych codziennych historii. Wzywa nas po imieniu, każdego z nas, wzywa nas po imieniu: nie jesteśmy jakąś liczbą. Patrzy nam w oczy, każdego z nas, pozwólmy, by nam patrzono w oczy i pyta nas: ty nowy kardynale - i wy wszyscy bracia kardynałowie – czy mogę na ciebie liczyć? Takie jest pytanie Pana.

I zanim skończę, chciałbym wspomnieć o kardynale Richardzie Kuuia Baawobr, biskupie Wa, który wczoraj, gdy przybył do Rzymu, źle się poczuł i trafił do szpitala z powodu problemów z sercem. Przeprowadzono, jak sądzę, operację, czy zabieg. Módlmy się za tego brata, który miał tutaj być, a jest hospitalizowany. Dziękuję.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 27 agosto 2022